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di Pietro Paolo Zivelli
Aspettando...
Taki.
Vernice il 20 di agosto. Cornice il vecchio Torrione, craccato, tartarugato
nel verde del tufo.
Per chi lo aspettava Taki ritorna, nella ufficialità di una personale,
con le sue ultime sculture in terracotta e maiolica. Una breve digressione
amarcordiana per evocare quegli inizi che lo segnarono per frequentazioni
e per scelte nel campo artistico, strettamente legate ad un periodo
di grandi fermenti culturali e di bellissime presenze in terra Forigii;
suggestioni particolari che voglio emotivamente legare ad un gioioso
fragmento poetico del nostro comune amico, carissimo Corrado Costa,
poeta poeta, che principiava nel brindisi demetriale con “Tico
Tuco Teco Taki Tanta Istruttoria Tulisti....”. Non ricordo altro
e Taki purtroppo ha perso, con il foglietto, ciò che in seguito
ne veniva da quello scherzoso omoteleuta ispirato al “Taki pensiero”.
Erano gli anni dell’Art group’67 e della prima candelina
al Colpo di Luna!
Di Taki ho già avuto occasione di dire, sempre con quell’attenzione,
non disgiunta da antico affetto che
me lo rende caro nell’amicizia e piacevole nella frequentazione
(pertanto gli perdono anche quella telefonata che tanta fretta ed ansia
mi ha comportato nel “confezionargli” questo intervento
in tempi sì risicati e assolutamente incompatibili per le mie
sinapsi) ma, se devo dire che è principalmente l’amicizia
a darmi motivi e ragioni per parlarne ora, ancora in questa ulteriore
urgenza, direi una bugia che potrebbe essere credibile solo se accettata
come giustificazione a mero infingimento letterario.
Parliamo dunque di queste sue ultime opere a convincerci, con la loro
“maturità” propositiva, che ci troviamo di fronte
a qualcosa nuova a se stessa, rispetto a precedenti appuntamenti e,
non solo per questo, frutto di un lavoro e di un impegno più
informato per sottolineare un cammino, un percorso che, senza dimenticare
di guardarsi alle spalle, si guarda, con più serenità,
dentro.
Un escavo stilistico attraverso un recupero dimensionato ed attento
a temi e momenti per lo più al femminile, pur con qualche spettacolare
digressione nell’onirico e nel mitologico.
Uno smaccato santino, La Civetta, a devozione della dea Atena: insieme
al gallo costituiva il logo più
gettonato, ex voto che artisti ed artigiani le tributavano per adorcismo;
senza dimenticare che Atena fa nascere l’ulivo, per i popoli mediterranei,
certamente dalla forte valenza apotropaica nel simbolo della pace. La
Civetta appollaiata sulle ginocchia della donna-civetta a disegnare
una costruzione soffiata nell’armonia e nell’equilibrio
strutturale che si puntella sulle braccia-mani e sulle gambe-piedi della
donna-civetta e la fissità degli sguardi del notturno e del solare
a tipicizzare, reinterpretandolo un organizzato strutturale ricorrente
nella ritrattistica statuaria classica. Lineare la veste che si snoda
per strisce orizzontali e verticali, con tanti riquadri geometrici giocati
tra il giallo, il bianco ed il vinaccia maiolicati.
Forte il contrasto, scena ad effetto, della Donna con pesci interamente
in cotto, nella sua nudità piena, matuta, mediterranea, in posizione
offertoria e dall’altra i pesci nei vivaci colori della maiolica
gialla azzurrina, con reticolo squamoso a favo, ripreso nel verde.
Viene da chiedersi quanto questa grazia compositiva sia assorta in meditazione
e quanto ancora sia evocativa di datate suggestioni iconografiche?!
Ventuno i pezzi di varie dimensioni, proposti in una tecnica mista (terracotta-maiolica),
comunque coraggiosa la scelta per impianto e sviluppo volumetrico che
in alcuni tocca i 100 cm. in altezza ed in altri 85 cm. in figura allungata,
a ricordarci di vere e proprie composizioni statuarie, a ribadire una
cifra stilistica ormai collaudata negli anni, personalizzata nell’impianto
e nello sviluppo scenico, come del resto nel ductus esecutivo.
In queste opere colpiscono particolarmente la freschezza e la qualità
propositiva dell’implesso organizzativo e dall’altra la
partizione dimensionata delle forme e dei volumi; degli spazi decorati
con elementi che tendono ad essenzializzare l’idea del geometrico:
aspetti questi tipicamente legati alla ceramica rodiota.
E come non sempre Rodi! La più orientale delle Sporadi ci si
ripropone in tanta parte del lavoro di Taki
in una originale teoria decorativa, minuziosa, giammai leziosa, arricchita,
impreziosita dalla iterazione
dei moduli che conferiscono segnata leggerezza all’ornato orientalizzante
a richiamare in maniera smaccata i tappeti ricamati di un’antica
tradizione, viva a tutt’oggi.
Impreziosito quel lungo collo in Donna dalla collarina in cuoio da una
castigata scollatura sul nero a far da cornice all’ordito del
disegno del monile, ispirato ad una ancestrale iconografia religiosa
essenziale e
rituale nella geometrizzazione della trama.
Le Sirene su di uno sbuffo d’onda: un arco aperto che molto e
tanto lascia intendere del movimento del
corpo, reso ancor più leggero, nella morbidezza della curva,
dal gioco luminoso della maiolica in una accattivante livrea; in un
organizzato virtuosismo di colori che rafforzano il plasticismo della
composizione.
Taki è tecnicamente attento. Artisticamente sensibile nello sfruttare
coloristicamente anche le minime variazioni luminose, per dare respiro
e campo alla statua; una luminosità che conserva l’umidità
dell’impasto ed il brillante epidermico della cottura, l’una
e l’altro soffiati in un raccolto ritmo di linee curve e più
rigide geometrie.
Donne distese e la veste asseconda la positura del corpo, puntellato
sul gomito e sui piedi incrociati; ginocchia divaricate a tendere sulla
figura il panno sviluppato in ariosi colori nella solarità della
luce; ad accentuare un riuscito sotteso plastico quando soffia nella
massa cotta tensioni centrifughe che le tolgono ogni peso materico e
la fanno volare grazie a quell’aquilone blu e giallo oro che si
apre, come un castigato foulard, sul grembo della donna distesa.
La statua del Pesce sembra avvitarsi, in quel lungo sviluppo serpentiforme,
nello spazio per fissarsi al
cielo, con la larga coda a ventosa e non di meno agitata da un qualcosa
che non può frenarne la sinuosità che la lega all’enorme
testa. Il disegno dei particolari anatomici, la lorica a placche che
lo veste, i cerchi che centralizzano i grossi bulbi oculari, acquosi
e pieni di quietudine, sprigionano una forte suggestione attrattiva,
rassicurante.
Donne con bimbo: il modellato dei gruppi è materiato dalla pacatezza
della postura dei soggetti “ritratti” e finalizzato a trasmettere
un’atmosfera tutoria nell’osservatore; come del resto succede
sempre, siano esse sacre o profane le maternità. Il disegno è
morbido, sobrio nell’economia dell’assetto organizzativo
senza forti risalti o sottolineature a distrarre dalla focalità
del soggetto. Il tutto gravita intorno ad una misurata distribuzione
di pesi e volumi.
Anche qui la posa è quella classica del ritratto: sguardo fisso
davanti a sé, in piena luce il volto leggermente rivolto verso
l’alto. Il bimbo-putto è seduto sulle gambe della madre
che lo tiene in sicurezza, con la premura della mano sinistra che stringe
la mano del bimbo, a sincerarsi che non gli scivoli via e con la destra
gli tocca la coscia destra come per.....”Non ti preoccupare!”.
L’abito della donna, in quei giochi di motivi geometrici già
visti altrove: è uno sfondo maiolicato a dar risalto e maggiore
consistenza alla statuina del bimbo nei colori del cotto.
Biciclette ed appena ne vedo l’impianto, la scelta prospettica
mi vengono in mente alcuni olii ed acquerelle di Eduardo Bargheer (anni
50); “Junge mit Fahrrad “ lavori che Taki, come anche a
me è capitato, ha certamente conosciuto per la frequentazione
e l’amicizia con Eduardo.
Una lezione come tante altre attraverso un contatto, più o meno
lungo nel tempo, con artisti, intellettuali,
persone certamente che hanno da dire cose interessanti, non facendo
altro che semplicemente parlare di
loro stessi, del loro mondo esperienziale.
Se si hanno occhi per vedere e orecchi per sentire, se si ha cuore e
mente per sentire dentro e per dar voce a questo sentire...........se
si ha tutto questo............
Ancora bambini che giocano giochi poveri; dove non ci si stanca ad usare
il proprio corpo come unica possibilità ludica coniugata all’abilità,
alla forza fìsica e tanta voglia dentro di rubare il tempo alle
occupazioni dovute.
Anche in questi passaggi la composizione è ben organizzata nella
distribuzione dei pesi: corpi che si bilanciano, schiena contro schiena,
in una prova di forza e spettacolo per il gruppo dei più piccoli.
*
E, per chiudere un invito-augurio ai mecenati,
siano essi pubblici amministratori o privati cittadini: quello stesso
invito che il commediografo ateniese Aristofane rivolse al proprio pubblico
nell’anno 422 a.C. in occasione della rappresentazione della commedia
Le Vespe - «Sostenete quelli che cercano di farvi sentire qualcosa
di diverso e conservate i loro pensieri: riponeteli in cassapanca come
le mele cotogne: così i vostri panni odoreranno di intelligenza
per tutto l’anno».
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