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di
Agostino Di Lustro
Il 10
settembre 1305 moriva a Tolentino Fra Nicola, agostiniano. Era nato
a Castel Sant’Angelo (oggi Sant’Angelo in Pontano, in provincia
di Macerata) nel 1245 da Compagnone dei Guarutti o Guarinti e Amata
dei Guidari o dei Guidani (1). Entrato giovanissimo nell’Ordine
Eremitano di S. Agostino in un momento in cui questo si riqualificava
velocemente dopo la sua fondazione voluta dal papa nel 1254, trascorse
la maggior parte della sua vita a Tolentino dove visse da umile frate,
seguendo fino alla perfezione le norme di vita suggerite dal suo grande
padre Agostino. Per questo viene raffigurato con in mano il libro aperto
della Regola sul quale si legge: Praecepta Patris mei servavi. Fu ordinato
sacerdote a Cingoli probabilmente nel 1273 o 1274 dal vescovo Benvenuto
da Osimo O.F.M. e, dopo aver esercitato il suo apostolato come predicatore
itinerante a Recanati, Piaggiolino, Fermo, Sant’Elpidio ecc.,
fu inviato nel convento di Tolentino dove si fermò fino alla
morte (2).
La fama della sua santità e del suo spirito penitente si diffuse
già durante la sua vita per cui poco dopo la sua morte, tra il
7 luglio e il 28 settembre 1325, viene celebrato il processo per la
sua canonizzazione i cui atti contengono ben trecentosettantuno deposizioni
di testimoni e relazioni su trecentouno miracoli riconosciuti autentici
(3).
Nel 1326 , appena concluso il processo canonico, il confratello di Nicola,
Pietro da Monterubbiano, scrive la Historia beati Nicolai de Tolentino,
stampata nel 1480 nel Sanctuarium dell’umanista milanese Bonino
Mombrizio e poi ancora nel De probatis Sanctorum vitis del certosino
Lorenzo Sauer edite tra il 1570 e il 1575 e ancora nel 1750 negli Acta
Sanctorum di settembre dai Bollandisti.
Nel 1328 il vescovo Guglielmo Godin presenta a papa Giovanni XXII un
sommario degli Atti del processo con un compendio della vita di fra
Nicola intitolati Rubricae examinationes et recollectiones sumptae de
processu super vita Nicolai de Tolentino pubblicati nel 1704 da Domenico
Antonio Gandofi e poi, nel 1750, dai Bollandisti.
Il processo di canonizzazione, però, nonostante tutto, incontrò
diverse difficoltà per la situazione particolare del papato che
in quegl’anni era in cattività ad Avignone per cui solo
il 5 giugno 1446 Eugenio IV riuscirà a canonizzare fra Nicola
a Roma, estendendone il culto a tutta la Chiesa con la bolla Licet militans
del 1° febbraio 1447 (4).
Ma il rapido e quasi fulmineo diffondersi del culto a Nicola è
uno degli elementi che i delegati costantemente reperirono per procedere
alla canonizzazione... Pochi anni dopo la sua morte, Nicola aveva già
devoti in tutta Italia (5). Già il 13 aprile 1357, con la bolla
Quae ad divini nominis il papa Innocenzo VI e, successivamente, Bonifacio
IX con le bolle Splendor paternae gloriae del 1° gennaio 1390 e
Licet de cuius del 1° marzo 1400, concedeva l’indulgenza,
nella forma della Porziuncola di Assisi, al tempio innalzato in onore
del beato Nicola a Tolentino e le due bolle già lo definiscono
Santo prima ancora della canonizzazione. Il diffondersi del culto del
Santo, tanto prima della canonizzazione in Italia, quanto dopo in Spagna,
Francia, Belgio, Fiandre, Germania, e durante i secoli XVI e XVII nelle
Americhe, è strettamente collegato al graduale diffondersi dell’Ordine
Agostiniano in seno alla società cristiana (6).
Ma perché
ci interessiamo tanto di S. Nicola da Tolentino? Perché il settimo
centenario della sua morte, che ha portato a diverse iniziative di carattere
religioso e culturale, tra cui la mostra sul nostro Santo che si svolge
nel Braccio di Carlo Magno del colonnato del Bernini in Vaticano, è
occasione propizia per una breve riflessione storica e artistica sul
culto di San Nicola da Tolentino sull’isola d’Ischia. Dobbiamo
subito sottolineare però che oggi, benché esistano diverse
raffigurazioni del Santo in diverse chiese dell’Isola, pochissime
persone lo conoscono o sanno riconoscerlo nell’iconografia e ancora
meno lo venerano. Eppure la sua presenza a Ischia, a Lacco, a Forio
ci dice che il culto nei secoli scorsi è stato molto fiorente.
Non per niente i comuni sopra ricordati sono quelli che hanno ospitato,
insieme con Barano, i figli di S. Agostino che hanno diffuso tra noi
il culto verso S. Nicola insieme con quello a S. Agostino e gli altri
Santi agostiniani.
L’Ordine Eremitano di S. Agostino, infatti, è presente
sulla nostra Isola a partire dalla fine del secolo XIII al 1809 e poi
dal 1822 al 1866 nei diversi conventi di: S. Maria della Scala del borgo
di Celsa dal sec. XIII al 1809 (7); S. Maria del Soccorso di Forio dalla
metà del sec. XIV al 1653 (8); S. Sebastiano di Barano dal 1610
al 1653 (9); S. Gennaro di Panza dal 1610 al 1653 (10); S. Restituta
dal 1822 al 1866 (11).
Il culto a S. Nicola da Tolentino è stato introdotto ad Ischia,
dunque, dagli Agostiniani e lo troviamo fiorente già nel 1376.
Infatti il 12 febbraio di quell’anno fra Bartolomeo Talliaferro
di Savona, priore del convento di S. Maria della Scala di Celsa, per
il prezzo di quindici tarì vende a Meo Talercio, figlio di Bartolomeo,
il territorio sul quale questi ha fatto costruire una cappella sotto
il titolo di S. Maria e San Nicola da Tolentino. Inoltre il Talercio
assegna in dote della detta cappella due terre: la prima ubicata a Campagnano
dove si dice alo monte, la seconda ubicata a Fontana dove si dice ad
Tarrano (12). Da parte sua, il priore del convento si assume l’onere
della celebrazione nella detta cappella di una messa ogni settimana
per la remissione dei peccati del predetto Meo Talercio. Questi promette
ancora di pagare al convento, sua vita natural durante, e, dopo la sua
morte, dai patroni della cappella, dieci tarì impegnando a tale
scopo i redditi di un suo terreno, arbustato e vitato, ubicato a Cufa
e stabilendo altre clausole particolari perché questa sua volontà
sia messa in atto e dai suoi eredi e dal convento. Il documento fu transuntato
de verbo ad verbum in atto rogato dal notar Guglielmo Sardano di Ischia
il 19 dicembre 1397, pervenuto fino a noi, in scrittura minuscola gotica
cancelleresca (13). Questo costituice il documento originale più
antico che possediamo sul convento di S. Maria della Scala di Celsa
e, al tempo stesso, della più antica cappella esistente nell’ambito
della chiesa del convento. Inoltre, c’è da notare che in
questo documento Nicola già viene definito Santo mentre, come
sappiamo, è ancora beato. La cappella con il culto al santo ha
sfidato i secoli ed è stata sempre presente nelle varie ricostruzioni
della chiesa di S. Maria della Scala.
I vari fasci di documenti contabili del convento, conservati nel fondo
Monasteri Soppressi (14), ci danno ragione dei vari legati disposti
a favore della cappella (15) fino alla soppressione del convento nel
1809 (16).
Successivamente alla seconda ricostruzione della chiesa di S. Maria
della Scala effettuata all’inizio del sec. XVII, la cappella intitolata
“S. Maria del Carmine e S. Nicola da Tolentino”, ubicata
appresso la Porta Maggiore di detta chiesa a dritta quando s’entra,
per atto rogato dal notar Giovanni Aniello Mancuso, viene concessa al
notar Giovanni Angelo Capaldo per il prezzo di ducati duecento e con
l’obbligo, da parte del convento, di celebrare in detta cappella
tre messe la settimana nei giorni di lunedì, mercoledì
e sabato. Inoltre il giorno della festa della Madonna del Carmine i
frati debbono cantare il vespro e la messa solenne e il giorno seguente
un anniversario in suffragio dei defunti dei patroni della cappella.
Gli eredi del fondatore, da parte loro, debbono offrire ai frati in
occasione di questa festa rotola quattro di carne, maccheroni, vino,
formaggio e frutti e debbono ancora ornare l’altare di tutto il
necessario per celebrare la festa. Dei duecento ducati pagati dal not.
Capaldo, cinquanta sono stati pagati per il completamento del quadro
da sistemare sull’altare della cappella; degli altri centocinquanta
sessanta sono stati consegnati in altrettanto vino; cinquanta in contanti,
e per i restanti novanta assegna annui ducati nove dei quattordici da
pagare al not. Capaldo da Fabio Lauro e Michele di Scala sul bosco dei
Mellusi ubicato al Bagno d’Ischia (17).
Questo altare, con decreto del vescovo d’Ischia F. Tontoli del
10.9.1642, fu indicato tra quelli che bisognava visitare per l’acquisto
dell’indulgenza concessa da papa Urbano VIII con breve del 10.8.1642
(18).
Dai documenti contabili del convento del fondo Monasteri Soppressi dell’Archivio
di Stato di Napoli ricaviamo alcune notizie sulle forme di culto che
si svolgevano in onore di S. Nicola nel corso del sec. XVIII, soprattutto
in occasione della sua festa il 10 settembre. Nei conti degli anni 1726-1728
troviamo annotata ogni anno una spesa per cinquanta rotola di panelle
di San Nicola a ducati sette il cantaro (20). La consuetudine di distribuire
il pane in onore di San Nicola, scaturisce da alcuni episodi della sua
vita perché il Santo, in periodi di grande carestia, distribuì
ai poveri il pane del convento (21). Inoltre il giorno festivo in onore
del Santo era sottolineato dallo sparo di fuochi pirotecnici e dalla
illuminazione del campanile della chiesa e del dormitorio dei frati.
Infatti nel 1726 troviamo annotato: per cinquanta fulgori serviti per
spararli nelle tre sere di S. Nicola ducati 1-1-5; per venti lucerne
per illuminare il campanile e il dormitorio a S. Nicola e festa della
Cintura (22). Certamente più interessante ci appare la parte
liturgica che prevedeva il canto dei primi vespri, la messa cantata
con il panegirico (23), la processione per le strade del borgo di Celsa.
A tal proposito c’è da sottolineare la particolare devozione
verso il Santo da parte di alcuni componenti la famiglia Lanfreschi,
marchesi di Bellarena. Infatti il 5 settembre 1767 il marchese D. Marino
Lanfreschi, con atto del notar Angelo Scala di Napoli, in presenza del
Ministro Provinciale dell’Ordine Agostiniano fra Agostino Magliano,
si impegna a celebrare a sue spese la festa in onore di S. Nicola, come
hanno fatto i suoi antenati da almeno una ottantina d’anni, e
di far scortare la statua del Santo da nobili uomini scelti da lui.
Il marchese D. Marino si assume tale onere solo in nome proprio, sua
vita natural durante, escludendone eredi e successori (24).
Oggi delle antiche chiese di S. Maria della Scala precedenti l’attuale,
la cui ricostruzione risale alla metà del secolo XVIII (25),
non possediamo nessun quadro, statua o altro oggetto per il culto. Dello
stesso San Nicola esiste solo la grande pala sul lato destro del transetto
realizzata da Giacinto Diano intorno al 1760 (26) ai piedi del quale
vi era un altare eliminato quando la chiesa divenne cattedrale nel 1810.
La statua di S. Nicola, però, non è andata perduta e oggi
si conserva nel Museo di S. Restituta a Lacco Ameno. E’ una scultura
lignea di Gaetano Patalano ornata con motivi tipici del gusto iberico
del “de estofar” con oro... .E’ da annoverare tra
il gruppo di sculture degli anni giovanili (1675-80), ove è già
presente un impianto monumentale solidissimo che fa intendere come Gaetano
Patalano avesse recepito la lezione classica, attutita dalla cromia
dai motivi floreali con lumeggiature d’oro (28). L’affermazione
di D. Marino Lanfreschi che la sua famiglia fa celebrare la festa di
S. Nicola da almeno ottant’anni, ci porta col tempo intorno al
1680, l’anno della possibile realizzazione della statua oggi a
S. Restituta. Potremmo pensare ad una eventuale commissione della statua
da parte di un Lanfreschi a Gaetano Patalano, segno che lo scultore
già aveva qualche ammiratore ed estimatore della sua arte sull’Isola
sua nativa. La mancanza di ulteriori testimonianze ci induce ad essere
cauti.
Il secondo centro ischitano di diffusione del culto a S. Nicola da Tolentino
è Forio dove troviamo il convento agostiniano di S. Maria del
Soccorso fondato verso la metà del sec. XIV sulla punta omonima,
come ci attesta la relazione dei Frati del 1653 (28) i quali certamente
hanno contribuito ad introdurre anche qui il culto al loro grande santo
confratello. Ma la notizia più antica del culto al Santo a Forio
la riscontriamo solo nel 1577 in un documento contabile della confraternita
di S. Maria di Loreto. Questo attesta che Belardino Carcaterra deve
pagare alla detta chiesa, per istrumento del not. Giovanni Aniello Mancasi
del 2 giugno 1577, carlini quindici per la celebrazione di messe in
suffragio di sua moglie Vincenza Migliaccio ala capella de Sancto Nicola
de Tolentino (29). Qui però non si tratta di un altare dedicato
al Santo, ma di una vera e propria cappella, sicuramente con ingresso
indipendente dalla chiesa di S. Maria di Loreto, ubicata però
accanto ad essa. Infatti nelle spese effettuate il 10 maggio 1580 viene
annotato: per conciare lo pede delo stante dela porta de Santo Nicola
a mastro Jacomo ducati 0-0-5 (30). Inoltre il canonico Giovanni Antonio
Zabatta, procuratore del vescovo Innico d’Avalos, in una dichiarazione
del 15 agosto 1595, attesta di aver rigiputo da li mastri de Santa Maria
de Lorito carline vinte li quali sono final pagamento dele gene (?)
che pagano ala mensa episcopale lo di de mezo agusto (31) como sono
chiamati li detti mastri il di predicto come sofraganei de ditta mensa
episcopale li quali torgere si pagano per ditta eclesia de Santa Maria
de lo Rito Santo Sebastiano Santo Rocho et Santo Nicola lo quale ne
sono tenuto et sodisfacto de ogni cosa de lo anno 1595 et tutto lo passato
(32). L’esistenza di una cappella dedicata a S. Nicola posta accanto
alla chiesa di S. Maria di Loreto ci viene in qualche modo confermata
da una richiesta da parte della stessa confraternita di S. Maria di
Loreto di un Regio Exequatur ad una bolla pontificia del 7 luglio 1640
emessa in suo favore e nella quale si dice, sicuramente riferendosi
ad una situazione pregressa, che la chiesa di S. Maria di Loreto è
posta vicino la chiesa di Santo Nicola Tolentino de ditto loco (33).
Certamente questa chiesetta scomparve nel corso della ricostruzione
della chiesa grande nella seconda metà del sec. XVI (34) tanto
è vero che la relazione ad limina del vescovo Innico d’Avalos
del 1598 non cita alcuna chiesa dedicata a S. Nicola da Tolentino esistente
a Forio o in altra parte dell’Isola (35). Oggi nella basilica
di S. Maria di Loreto il secondo altare della navata di sinistra entrando
è dedicato al Santo e su di esso pende una tavola firmata e datata
da Cesare Calise nel 1607.
Se la presenza di S. Nicola da Tolentino in S. Maria di Loreto può
affiancarsi, oltre che alla presenza degli Agostiniani al Soccorso,
anche alle origini stesse della chiesa che sarebbe stata fondata da
pescatori anconetani nel sec. XIV che avrebbero recato tra noi il culto
alla S. Casa di Loreto, quello verso il nostro Santo a Forio doveva
essere particolarmente diffuso tanto che Sebastiano Sportiello e i suoi
fratelli, nell’affidare al pittore Cesare Calise l’incarico
di decorare a fresco la loro chiesa di S. Carlo al Cierco fondata nel
1620 (36), richiedono anche la figura del Santo di Tolentino che il
pittore colloca su un pilastro maestro presso l’altare maggiore
(37).
La raffigurazione più recente di S. Nicola a Forio la troviamo
proprio nell’ex chiesa agostiniana del Soccorso, anche se possiamo
tranquillamente pensare che anche qui gli Agostiniani già da
tempo veneravano il grande confratello santo. Infatti nella seconda
cappella di destra dedicata a S. Agostino, troviamo una tavola raffigurante
S. Agostino, S. Monica e S. Nicola da Tolentino, firmata e datata da
Cesare Calise nel 1632 (38). L’opera fu commissionata al pittore
dai
mastri della cappella di S. Antonio di Padova della stessa chiesa i
quali stipularono un regolare contratto con il pittore che eseguì
l’opera nella sua bottega di Napoli dalla quale l’opera
fu spedita a Forio (39).
Con il trascorrere dei secoli, nonostante la presenza in diverse chiese
di Forio della figura di S. Nicola, il culto è andato sempre
più scemando e così oggi pochi sanno riconoscerlo nell’iconografia
sacra e ne ignorano la figura storica e religiosa.
Lacco Ameno è il terzo centro ischitano nel quale si è
irradiato il culto verso S. Nicola grazie alla presenza degli Agostiniani.
Questi sono rimasti a Santa Restituta dal 1822 al 1866 (40) e hanno
lavorato intensamente sia per incrementare il culto a S. Restituta che
verso i maggiori santi del loro Ordine: S. Agostino, al quale hanno
intitolato la chiesa grande, oggi basilica pontificia, S. Nicola da
Tolentino e S. Tommaso da Villanova (41).
Essi commissionarono al pittore Filippo Balbi un quadro raffigurante
S. Agostino che collocarono sull’altare maggiore della chiesa
grande e, accanto ad esso, altri due quadri di dimensioni più
modeste raffiguranti quello di destra S. Nicola da Tolentino e quello
di sinistra S. Tommaso da Villanova. Con la soppressione del convento
e l’allontanamento degli Agostiniani nel 1866, anche a Lacco il
culto verso S. Nicola cominciò a scemare molto presto fino a
restare solo come immagine riconosciuta, forse, da pochi. Eppure l’immagine
del Santo ha alimentato tanta devozione nel corso dei secoli anche tra
le pareti domestiche di tante famiglie. La conferma ci viene, ad esempio,
da alcuni inventari compilati dai notai in occasione della morte di
alcune persone e in vista della divisione dei beni mobili ed immobili.
Infatti in uno di questi, effettuato in seguito alla sua morte nell’abitazione
del primicerio D. Andrea di Gennaro ubicata nella città d’Ischia
(il castello) nella parrocchia di S. Biagio, il notar Natale Buonocore
l’8 novembre 1708 enumera tra l’altro: quadri nove mezzani
due delli quali con l’efficie di San Nicola da Tolentino (42).
Queste brevi note sul culto a S. Nicola da Tolentino sull’isola
d’Ischia vogliono solo ricordare, nel settimo centenario della
morte, un personaggio che ancora oggi suscita tanto interesse in tante
parti del mondo. E lo vogliamo ricordare soprattutto qui ad Ischia dove
è stato così fiorente nei secoli scorsi ma che, per motivi
vari, si è ormai esaurito nel tempo restando un motivo iconografico
di grande rilievo in alcune chiese dell’Isola e, al tempo stesso,
una grande testimonianza artistica. (per
le note si rimanda al file .pdf del giornale)
su
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