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Gabriele
Mattera
Icone della solitudine e Reliquie della
memoria
Il Palazzo
Pretorio di Cittadella (Padova) e la Galleria Civica di Valdagno (Vicenza)
rendono omaggio in contemporanea con due mostre antologiche rispettivamente
di pitture (a Cittadella: 17 settembre-20 novembre 2005) e di disegni
(a Valdagno; 24 settembre-23 ottobre 2005) a un maestro dell’arte
italiana del Novecento.
Gabriele Mattera (Ischia 1929-2005) appartiene all’esigua schiera
di personalità di grande spessore intellettuale e di alta dignità
morale che la critica più seria ed obiettiva ha sempre apprezzato,
ma protagoniste isolate di un Novecento misconosciuto nei suoi autentici
valori.
Trenta grandi tele ad olio – nel Palazzo Pretorio di Cittadella
– scelte per documentare i cicli pittorici dei Bagnanti, delle
Tende, degli Uomini nella natura, degli Uomini in rosso, e alcuni quadri
recenti esposti per la prima volta.
Ottanta fogli disegnati con varie tecniche – a Villa Valle di
Valdagno – selezionati tra gli innumerevoli realizzati dall’artista
in tutto l’arco della sua attività, compresi quelli del
ciclo iniziale dei Pescatori.
Viene così certificato nelle due prestigiose sedi espositive
il cammino compiuto dal maestro napoletano a partire dalle figure del
realismo esistenziale, in versione prima popolare: Pescatori (1), poi
borghese: Bagnanti (2), e, via via, da quelle della visionarità
psichica; Tende (3), Uomini nella natura (4) e dell’intimismo
psicologico; Uomini rossi (5) alle ultime di grande pathos, in cui l’autore
si misura con le più ispirate creazioni degli artisti figurativi
di ogni tempo. Una straordinaria vivacità cromatica asseconda
la nervosa tensione del segno che ricava dall’interiorità
commossa sia le iniziali Icone della solitudine sia le recenti Reliquie
della memoria. Quella che Mattera nel corso del tempo ci ha consegnato,
con immutata freschezza di immagine ed accresciuta perfezione stilistica,
non è solo una prova esemplare di bella pittura, ma un documento
attendibile in cui leggere in trasparenza l’evoluzione di un filone
importante dell’arte figurativa italiana negli ultimi cinquant’anni.
Con la rassegna dedicata a Gabriele Mattera si intende istituire, dopo
l’omaggio già rivolto ad Alberto Gianquinto e a Carmelo
Zotti, un confronto alla pari tra artisti italiani della stessa generazione,
ma di diversa area geografica.
La mostra, accompagnata da un esauriente catalogo Antiga, è curata
e presentata da Giuliano Menato.
1) «Il ciclo dei Pescatori dà corpo ad
una visione drammatica della vita. Gli uomini di Mattera, gravati dalla
mole dei loro corpi, stanno nella penombra delle barche dalle alte sponde
come in una tana. La tipologia di questi personaggi e la severa monumentalità
della pittura che non concede nulla alle epidermiche piacevolezze del
colore possono far pensare a Permeke o al Sironi più scabro e
incupito. Certo è che l’asprezza di una faticosa condizione
di vita, oppressa da un cielo incombente, non è diluita nella
descrizione dei dettagli, ma è energicamente rappresentata con
una pittura di grosso ed asciutto impasto materico, mantenuta su gamme
cromatiche basse, di bruni caldi e terrosi».
2) «Nelle prime opere del ciclo Bagnanti, dipinte intorno al 1973,
i bagnanti occupano quasi sempre i primi piani. L’artista scruta
da vicino i suoi personaggi e ne indaga i tratti fisionomici con una
incisività venata di intenzioni critiche, se non proprio di polemica
sociale, cui forse non è estraneo l’esempio della Neue
Sachlichkeit. Questo momento della pittura di Mattera ha sollecitato
particolarmente la sensibilità di P. Ricci, che ha scritto su
di esso alcune delle sue migliori pagine, in cui pare di vedere animarsi
quei personaggi che “si aggirano smarriti sulla spiaggia deserta
o si immergono senza entusiasmo in un mare privo di trasparenze, grigio,
torbido, sotto un cielo brumoso che solo di rado lascia filtrare un
pallido raggio di sole”. (...) La lettura dei Bagnanti diventa
convincente soprattutto quando Ricci intuisce, nella pittura di Mattera,
il passaggio da una corrosiva rappresentazione del mondo, sostenuta
da un severo giudizio morale, a una visionarietà tragica, in
cui i processi storici e i mali della società appaiono grandiosamente
fissati e stravolti dalla percezione dell’ineluttabilità
del destino«.
3) «Nel ciclo delle Tende la pittura di Mattera sbocca su una
vertiginosa apertura visionaria. Le tende sono spoglie, vuote, sono
vessilli consunti e lacerati, sono trofei levati contro il cielo in
una terra abbandonata dagli uomini: segnali non più di vittorie,
ma di assenze definitive. Esse, tuttavia, hanno il potere di convocare
attorno a sé altre immagini, si colorano del loro ricordo, se
ne lasciano penetrare. Il “come” che compare spesso nei
titoli delle opere di Mattera non tanto introduce una similitudine quanto
annota il processo di sovradeterminazione condensato nell’immagine
pittorica; è il segno, perciò, della consapevolezza, nell’artista,
del cerchio di sensi e di affetti che s’allarga intorno alla sua
opera. Per l’alone non solo di luce, dunque che le circonda, le
tende di Mattera sembrano ingigantirsi e riempire lo spazio. Come una
fetta di luna in una notte d’inverno: una fetta di luna caduta
sul prato, dal cielo basso sull’orizzonte, e divenuta, mentre
la vedevamo rotolare silenziosamente verso di noi, enorme, bella sì
e invitante, per la straordinaria morbidezza della sua materia, ma mostruosamente
dilatata, gravida di una luce pallida e umida, immagine dolcissima e
ambiguamente paurosa di un grande ventre materno. Ma poi la densità
dei rimandi visivi la deforma nella sagoma di un vascello che ondeggi
nell’aria, simile a quello che Amleto indicava sarcasticamente,
tra le nubi, ai suoi più fidati compagni, simile anche all’altro,
reclinato sulla spiaggia, che Mattera ci fa intravedere nel lungo profilo
della tenda, nel dipinto che non a caso s’intitola In secca. Come
una sacca di carne vuotata e dimenticata è un’opera di
eccezionale felicità cromatica, matissiana quasi, ma con una
pennellata densa e spavalda che insinua, in questa tenda divenuta una
sorta di brandello anatomico, la sensazione della vita ancora pulsante.
E, ancora, Come una medusa, la più stravolta e disfatta delle
tende: un grondante corpo gelatinoso, fremente, nelle pennellate e nei
rivoli di colore, di una strana, gelida e perversa sensualità;
lo diresti un quarto del bue rembrandtiano lasciato a macerare e a sciogliersi
in una esangue notte lunare».
4) «Con gli Uomini nella natura la pittura di Mattera conosce
uno splendore fenomenico tanto più intenso quanto più
avvertito come valore momentaneo e irrepetibile. Ciò dilata ed
esalta il sentimento della bellezza e della vitalità della natura,
ma nella visione del flusso di frammenti colorati che scorre obliquamente
sulla tela la meraviglia è sfiorata dal presentimento della fine».
5) «I dipinti del ciclo Uomini in rosso, pur collocandosi sull’estremo
margine della pittura come rappresentazione, non interrompono il circuito
tra l’arte e la vita, ma lo riattivano. Quando, infatti, ci troviamo
al centro del loro tiro incrociato, quando le variazioni dei rossi diventano
onde che risuonano nello stesso spazio che noi abitiamo, sentiamo accendersi
nelle ceneri della mimesi un’energia percettiva che si amplifica
e ci coinvolge. Uno splendore stupefatto, una luce attonita, un colore
che dilaga e resiste oltre il tempo della percezione visiva è
ciò che rimane della memoria di questo ciclo, prossimo, credo,
alla sua conclusione. Ma non sarebbe ragionevole azzardare una previsione
sui tempi e sul modo in cui ciò accadrà. O forse, a riaprire
il cerchio che sembra oggi sul punto di chiudersi, sarà un nuovo
paesaggio, un leggero e insospettato scarto».
(Riferimenti tratti dal saggio critico
di Vitaliano Corbi riportato nel Catalogo della mostra, settembre 2003).
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