|
Audot
– F. R. de Chateaubriand
– A. Dumas – C.
Dupaty – A. Kannengiesser
A. de Lamartine –
G. de Maupassant – A. de
Musset – P. de Musset
Traduzioni
di Giovanni e Raffaele Castagna
Audot
L’Italia, la Sicilia, le isole Eolie,l’isola
d’Elba, la Sardegna.. Paris, Audot fils, 1834-1837
Ho deciso
di andare a Ischia che oggi è per Napoli ciò che Baia
era per gli Antichi, il punto di ritrovo della buona società
per i bagni d’acqua minerale.
Nel 1440,
Alfonso d’Aragona ne scacciò tutti gli abitanti maschi
e li sostituì con gli Spagnoli e i Catalani del suo esercito,
ai quali fece sposare le vedove e le figlie degli Ischitani espulsi.
Ischia
può esser vista come un immenso vigneto; e i suoi frutti sono
squisiti e i suoi fichi sono stati celebrati da Orazio... e i suoi abitanti
sono briosi e industriosi.
L’Epomeo
- Discesi dalle nostre calme cavalcature, un buon anacoreta ci accoglie
sulla soglia del suo eremo; attraverso un corridoio oscuro ci conduce
su di una piccola terrazza aperta e posta sull’orlo del precipizio.
Impossibile provare una sensazione più viva ed una sorpresa più
piacevole di quella che ci procura la novità della scena che
si presenta ai nostri sguardi. La vista abbraccia il territorio di Casamicciola,
di Ischia, di Lacco, di Forio e dei piccoli villaggi e casolari disseminati
sulla montagna stessa. L’isola intera, vista da questa vetta,
rassembra ad una miniatura e presenta i colori più brillanti
e i toni più armoniosi. L’eremo è interamente scavato
nella roccia, tranne la sola facciata della cappella che è in
muratura. Il piccolo santuario conserva la sua primitiva semplicità,
nonostante la fama di pellegrinaggio che vi attira sempre una folla
numerosa. Il placido abitante di quest’antro conduce vita contemplativa
in un ritiro così consono per nutrire i sentimenti più
puri; è posto, per così dire, tra il cielo e la terra.
Casamicciola
- E’ qui che si riversa da ogni angolo della terra e si riunisce
tutta la buona società. Visitammo minutamente lo stabilimento
dei bagni pubblici ove regnano pulizia e ordine esemplari e dove trecento
poveri ammalati vengono ogni anno a farsi guarire a spese dell’ospedale
di Napoli. Quei poveretti cominciano con i bagni poi sono immersi nella
sabbia che, anche sott’acqua, conserva un calore ardente.
François
René de Chateaubriand
SU
Viaggio in Italia (1827) – Il Vesuvio,
5 gennaio 1804
Oggi 5
gennaio, sono partito da Napoli alle sette del mattino; eccomi a Portici.
Il sole è sgombro dalle nuvole di levante, ma la cima del Vesuvio
è sempre nella nebbia. Faccio contrattazione con un cicerone,
per condurrmi al cratere del vulcano. Mi fornisce due mule, una per
lui, una per me: partiamo.
Comincio a salire per una strada abbastanza larga, tra due campi di
viti appoggiate su dei pioppi. Vedo, un poco al di sotto dei vapori
scesi nella media regione dell’aria, la cima di alcuni alberi:
sono gli olmi dell’eremitaggio. Misere abitazioni di vignaioli
si mostrano a destra ed a sinistra, nel mezzo dei ricchi ceppi di viti
del Lacryma Christi. Per il resto, dovunque una terra bruciata, delle
viti spoglie mischiate a pini a forma di ombrelloni, alcuni aloe nelle
siepi, delle innumerevoli pietre rotolanti, neppure un uccello.
Arrivo al primo ripiano della montagna. Una piana nuda si distende davanti
a me. Intravedo le due vette del Vesuvio; la Somma a sinistra, a destra
la bocca attuale del vulcano: ambedue sono avvolte da pallide nuvole.
Vado avanti. Da un lato la Somma si abbassa; dall’altro comincio
a distinguere i burroni tracciati nel cono del vulcano, che m’appresto
ad ascendere. La lava del 1766 e del 1769 copre la piana dove cammino.
È un deserto affumicato dove le lave, gettate come scorie di
forgia, presentano su un fondo nero la loro schiuma biancastra, completamente
simile a muschi inariditi.
Seguendo a sinistra la strada, e lasciando a destra il cono del vulcano,
arrivo ai piedi di una collinetta o piuttosto di un muro formato dalla
lava che ha ricoperto Ercolano. Questa specie di muraglia è piantata
a viti sul margine della piana, mentre il fianco opposto offre una valle
profonda occupata da bosco ceduo. Il freddo diventa molto pungente.
Salgo lungo questa collina per arrivare all’eremitaggio che si
vede dall’altro lato. Il cielo si abbassa, le nuvole volano sulla
terra come un fumo grigiastro, o come ceneri spinte dal vento. Comincio
a sentire il murmure degli olmi dell’eremitaggio.
L’eremita è uscito per ricevermi. Ha preso le briglie della
mia mula, ed io ho messo piede a terra. Questo eremita è un uomo
di bell’aspetto, e di una fisionomia aperta. Mi ha fatto entrare
nella sua cella; ha preparato la tavola, e mi ha servito un pane, delle
mele e delle uova. Si è seduto davanti a me, i due gomiti appoggiati
sul tavolo, e ha parlato tranquillamente mentre io mangiavo. Le nuvole
si erano chiuse intorno a noi da tutte le parti; non si poteva distinguere
nessuno oggetto dalla finestra dell’eremitaggio. Non si sentivano
in questo baratro di vapori che il soffio del vento ed il rumore lontano
del mare sulle coste di Ercolano: scena pacifica dell’ospitalità
cristiana, collocata in una piccola cella ai piedi di un vulcano, e
nel mezzo di una tempesta!
L’eremita mi ha presentato il libro dove gli stranieri hanno l’abitudine
di annotare qualche cosa. In questo libro, non ho trovato un pensiero
che meritasse di essere ricordato; i francesi si sono accontentati di
mettere la data del loro passaggio, o di fare l’elogio dell’eremita.
Questo vulcano non ha dunque ispirato niente di notevole ai viaggiatori;
ciò mi conferma in un’idea che mi son fatta da tempo: i
grandi soggetti, come i grandi oggetti, sono poco adatti a far nascere
i grandi pensieri; la loro grandezza è, per così dire,
evidente, tutto ciò che si aggiunge al di là del fatto
serve solamente a rimpicciolirlo. Il detto nascitur ridiculus mus (la
montagna ha partorito un ridicolo topolino) s’addice a tutte le
montagne.
Parto dall’eremitaggio alle due e mezzo; risalgo sulla collinetta
di lave che avevo già superato: alla mia sinistra è la
valle che mi divide dalla Somma, alla mia destra la piana del cono.
Cammino salendo sul crinale della collinetta. Non ho trovato in questo
orribile luogo, come creatura vivente, che una povera ragazza, magra,
gialla, mezzo-nuda e soccombente sotto un fardello di legna tagliata
sulla montagna.
Le nuvole non mi lasciano più vedere niente; il vento, soffiando
dal basso verso alto, le spingono dalla nera piana che domino, e le
fa passare sull’ammasso di lave che percorro: sento solamente
il rumore dei passi della mia mula.
Lascio la collinetta, giro a destra e ridiscendo in questa piana di
lava che finisce al cono del vulcano, e che ho attraversato più
in basso, salendo all’eremitaggio. Anche in presenza di questi
avanzi carbonizzati, l’immaginazione si rappresenta appena questi
campi di fuoco e di metalli fusi, al momento delle eruzioni del Vesuvio.
Dante li aveva visti forse, quando ha dipinto nel suo Inferno queste
sabbie cocenti dove delle fiamme eterne scendono lentamente ed in silenzio,
come di neve in Alpe sanza vento.
Le nuvole si dischiudono adesso su alcuni punti; scopro improvvisamente,
ed ad intervalli, Portici, Capri, Ischia, Posillipo, il mare tappezzato
con le bianche vele dei pescatori, e la costa del golfo di Napoli, bordata
di aranci: è il Paradiso visto dall’inferno.
Sono ai piedi del cono; lasciamo le nostre mule; la mia guida mi dà
un lungo bastone, e cominciamo a salire l’enorme mucchio di ceneri.
Le nuvole si richiudono, la nebbia si ispessisce, e l’oscurità
raddoppia.
Eccomi sul Vesuvio, scrivendo seduto alla bocca del vulcano, e pronto
a scendere in fondo al suo cratere. Il sole si mostra ogni tanto attraverso
il velo di vapori che avvolge tutta la montagna. Questo inconveniente
che mi nasconde uno dei paesaggi più belli della terra, serve
ad accrescere l’orrore del luogo. Il Vesuvio, che le nuvole separano
dai ridenti paesi che sono alla sua base, ha l’aria di essere
posto così nel più profondo dei deserti, e la specie di
terrore che ispira non è affatto indebolita dallo spettacolo
di una città fiorente ai suoi piedi.
Propongo alla mia guida di scendere nel cratere; fa qualche difficoltà,
per ottenere un poco di denaro in più. Conveniamo una somma che
vuole avere immediatamente. Gliela do. Camminiamo qualche tempo sui
bordi dell’abisso, per trovare un percorso meno perpendicolare
e più facile a scendere. La guida si ferma e mi avverte di prepararmi.
Ci avviamo a scendere.
Eccoci in fondo al baratro. Dispero di potere dipingere questo caos.
Ci si immagini un cratere di mille piedi di circonferenza e trecento
piedi profondo che va allargandosi a forma di imbuto. I suoi bordi o
le sue pareti interne sono solcati dal fluido di fuoco che questo bacino
ha contenuto, e che ha versato fuori. Le parti sporgenti da questi solchi
somigliano ai pilastri di mattoni cui i Romani appoggiavano le loro
enormi murature. Delle rocce sono sospese in alcune parti del contorno,
ed i loro resti, mischiati ad una pasta di ceneri, ricoprono l’abisso.
Questo fondo del cratere si presenta in differenti modi. Pressappoco
al mezzo, sono scavati tre pozzi o piccole bocche di recente aperte,
e che vomitarono delle fiamme durante il soggiorno dei francesi.
Alcuni fumi traspirano attraverso i pori del baratro, soprattutto dal
lato di Torre del Greco. Nel fianco opposto, verso Caserta, vedo una
fiamma. Quando mettete la mano nelle ceneri, le trovate cocenti ad alcuni
pollici di profondità sotto la superficie.
Il colore generale del baratro è quello di un carbone spento.
Ma la natura sa spargere delle grazie fin sugli oggetti più orribili.
La lava in alcuni luoghi è dipinta di azzurro di oltremare, di
giallo e di arancio. Dei blocchi di granito, tormentati e distorti dall’azione
del fuoco, si sono curvati alle loro estremità, come palme e
foglie di acanto. [...].
Alexandre Dumas
(1802-1870)
SU
Il Corricolo, in Impressioni di viaggio,
Paris 1850-57
Il corricolo
è il sinonimo di calessino; ma, come non c’è
sinonimo perfetto, spieghiamo la differenza che esiste tra il corricolo
ed il calessino.
Il corricolo è originariamente una specie di calessino destinato
a contenere una persona ed ad essere trainato da un cavallo; vi si attaccano
due cavalli e trasporta da dodici a quindici persone.
E non si creda che si vada al passo, come la carretta con i buoi dei
re franchi, o al trotto come il calesse regio; no, è al galoppo
triplo; ed il carro di Plutone che portava Proserpina sui bordi del
Simenta, non andava più rapidamente del corricolo che percorre
il lungomare di Napoli bruciando un lastricato di lave e sollevando
una polvere di ceneri.
Tuttavia uno solo dei due cavalli tira veramente: è il timoniere.
L’altro che si chiama bilancino, e che è attaccato da una
parte, balza, caracolla, eccita il suo compagno, ecco tutto. Quale dio,
come a Titiro, gli ha concesso questo riposo? È il caso, è
la Provvidenza, è la fatalità: i cavalli, come gli uomini,
hanno la loro stella.
Abbiamo detto che questo calessino, destinato ad una persona, ne trasportava
di solito dodici o quindici; ciò, lo comprendiamo bene, richiede
una spiegazione. Un vecchio proverbio francese dice: “Quando ce
n’è per uno, ce n’è per due”. Ma non
conosco nessun proverbio in alcuna lingua che dica: “Quando ce
n’è per uno, ce n’è per quindici”.
È così tuttavia del corricolo, tanto, nelle civiltà
avanzate, ogni cosa è modificata rispetto alla sua destinazione
primitiva!
Come ed in quanto tempo si sia fatta questa agglomerazione successiva
di individui sul corricolo, è impossibile determinare con precisione.
Accontentiamoci di dire dunque come va. In primo luogo, e quasi sempre,
un grosso monaco è seduto al mezzo e forma il centro dell’agglomerazione
umana che il corricolo porta come uno di quei turbini di anime che Dante
vide seguire un grande stendardo, nel primo cerchio dell’inferno.
Egli ha, su uno dei suoi ginocchi, qualche fresca nutrice di Aversa
o di Nettuno e, sull’altro, qualche bella contadina di Bauli o
di Procida; ai due lati del monaco, tra le ruote e la cassa, si tengono
in piedi i mariti di queste signore. Dietro il monaco si drizza sulla
punta dei piedi il proprietario o il conducente, tenendo nella mano
sinistra le briglie, e nella mano diritta la lunga frusta con la quale
dà una eguale velocità alla marcia dei suoi due cavalli.
Dietro questo si raggruppano a loro volta, come i valletti di una buona
casa, due o tre lazzaroni che salgono, che scendono, si succedono, si
rinnovano, senza che si pensi mai a chieder loro un pagamento in cambio
del servizio reso. Sulle due barelle sono seduti due ragazzini raccolti
per la strada di Torre del Greco o di Pozzuoli, ciceroni soprannumerari
delle antichità di Ercolano e di Pompei, guide delle antichità
di Cuma e di Baia. Infine, sotto l’asse della vettura, tra le
due ruote, in una rete a grosse maglie che va sballottando dall’alto
in basso, di lungo in largo, si muove qualche cosa di informe che ride,
che piange, che grida, che borbotta, che si lamenta, che canta, che
schernisce, ma che è impossibile distinguere, nel mezzo della
polvere che sollevano i piedi dei cavalli: sono tre o quattro bambini
che appartengono non si sa a chi, che vanno non si sa dove, che vivono
non si sa di che cosa, che sono là non si sa come, e che vi restano
non si sa perché.
Adesso, assommate gli uni e gli altri, monaco, contadine, mariti, conducenti,
lazzaroni, ragazzini e bambini; addizionate il tutto, aggiungete il
poppante dimenticato, e voi avrete il vostro conto. Totale, quindici
persone.
Talvolta capita che il fantastico veicolo, carico come è, sbatte
su una pietra e si rovescia; allora, tutta la carrozzata si sparpaglia
sulla strada, ciascuno lanciato più o meno secondo il proprio
peso. Ma ciascuno si alza subito e dimentica il suo incidente per occuparsi
solamente di quello del monaco; lo si tasta, lo si gira, lo si rivolta,
lo si solleva, lo si interroga. Se è ferito, tutti si fermano,
lo si porta, lo si sostiene, lo si coccola, lo si adagia, lo si assiste.
Il corricolo è riposto all’angolo della corte, i cavalli
entrano nella scuderia; per questo giorno, il viaggio è finito;
si piange, ci si lamenta, si prega. Ma, se, al contrario, il monaco
è sano e salvo, nessuno ha niente; lui risale al suo posto, la
nutrice e la contadina riprendono ciascuna il proprio; ciascuno si sistema,
si raggruppa, si stringe e, al solo grido incitatore del cocchiere,
il corricolo riprende la sua corsa, veloce come il lampo ed infaticabile
come il tempo. Ecco ciò che è che il corricolo.
Alexandre
Dumas (1802-1870)
SU
La San Felice
(Miracolo
di San Gennaro) ... Così, fin dall’alba, le principali
vie di Napoli apparvero come canali di fila con fiumi di uomini, di
donne e di bambini. Tutta questa folla si dirigeva verso l’arcivescovado
per prendere parte alla processione che, alle sette della mattina, doveva
mettersi in moto dall’arcivescovado alla cattedrale. Allo stesso
tempo, per tutte le porte della città, entravano i pescatori
di Castellammare e di Sorrento, i corallieri di Torre del Greco, i commercianti
di maccheroni di Portici, i giardinieri di Pozzuoli e di Baia, infine
le donne di Procida, di Ischia, di Aversa, nei loro ricchi abbellimenti.....
(1799)...
Speziale, prima della sua partenza, era stato ricevuto in udienza particolare
dal re e dalla regina che gli avevano dato le loro istruzioni, ed era,
siccome l’aveva chiesto Troubridge, arrivato ad Ischia. Il suo
primo atto fu di condannare a morte un povero diavolo di sarto di cui
l’unico crimine era di avere fornito degli abiti repubblicani
ai nuovi ufficiali municipali.
(1799)...
Schipani fu arrestato e fu condotto a Procida con altri due patrioti,
Spano e Batistessa. Si ricorda che questo Speziale era quell’uomo
che aveva fatto a Troubridge l’effetto della più velenosa
bestia che avesse visto: era giudice a Procida.
(La Repubblica
Partenopea) Spano era un ufficiale i cui servizi datavano dalla monarchia;
la Repubblica ne aveva fatto un generale, incaricato di opporsi alla
marcia di De Cesari. Era stato sorpreso da un gruppo di sanfedisti ed
era stato fatto prigioniero.
Batistessa aveva occupato una posizione più oscura. Aveva tre
bambini e passava per uno dei più onesti cittadini di Napoli:
avvicinandosi il cardinale Ruffo, senza ostentazione, aveva preso il
suo fucile e si era messo nelle linee dei patrioti, dove si era battuto
col sincero coraggio dell’uomo veramente bravo. Nessuno al mondo
aveva rimproveri da fargli.
Aveva ubbidito alla chiamata del suo paese, ecco tutto. È vero
che vi sono dei momenti in cui ciò merita la morte.
E quale morte, come vedrete!
Non ci si stupisca del fatto che chi scrive queste note esca dal romanzo
per ricadere nella storia, si indigni ed esploda in imprecazioni. Mai,
nelle terribili concezioni della sua febbre, inventerebbe ciò
che ha visto passare sotto i suoi occhi il giorno in cui ha messo mano
in questo fascicolo reale del ‘99.
I tre prigionieri, per giudizio di Speziale, furono condannati a morte.
Questa morte, era la forca, morte già terribile per l’idea
infamante che si lega alla corda.
Ma una circostanza rese la morte di Batistessa più terribile
sebbene non si potesse prevedere.
Dopo essere restati ventiquattro ore sospesi alla forca, i corpi di
Batistessa, di Spano e di Schipani furono esposti nella chiesa dello
Spirito Santo ad Ischia.
Ma, una volta messo sul letto funerario, il corpo di Batistessa emise
un sospiro, ed il prete si accorse, con uno stupore misto a spavento,
che la lunga sospensione non aveva provocato affatto la morte.
Un rantolo sordo, ma conosciuto, attestava la persistenza della vita,
nello stesso momento in cui si vedeva il suo petto abbassarsi e sollevarsi.
Poco a poco, riprese i suoi sensi e ritornò interamente in sé.
Il parere di tutti era che quest’uomo che era stato suppliziato,
aveva finito con la morte che, durante le ventiquattro ore, l’aveva
tenuto tra le sue braccia; ma nessuno, neppure il prete il cui dovere
era forse di avere del coraggio, osò prendere una decisione senza
gli ordini di Speziale.
Si mandò, perciò, un messaggero a Procida che fece ritorno
accompagnato dal boia.
Il boia aveva l’ordine di portare Batistessa fuori dalla chiesa
che, per servire le vendette di un re, cessava di avere diritto di asilo,
poi, sui gradini della chiesa, doveva, questa volta, essere pugnalato
a forza di coltello, in modo che non si riavesse più.
Non solo il giudice ordinava il supplizio; ma l’inventava: un
supplizio secondo la sua fantasia, un supplizio che non era nella legge.
L’ordine fu eseguito alla lettera
(Di A.
Dumas anche Gli assassinii d’Ischia e di Procida nel 1799 in L’Indipendente,
anno II, n, 28, 17 giugno 1862, articolo ripreso da Cuoco e Colletta).
Charles Mercier Dupaty (1746-1788)
SU
Lettere sull’Italia, Paris 1826
Sulla
vetta del Vesuvio, alla luce di una eruzione, a mezzanotte.
[...] Giunto verso le ore 6 della sera a Resina, piccolo villaggio oltre
Portici, lascio la vettura che mi ha qui portato e monto su un mulo.
Mi accompagnano tre robusti uomini con una scorta di fiaccole.
Comincio a salire tra due campi coperti di pioppi, di mori, di fichi
cui si intrecciano viti flessibili e vigorose, le quali ora si appoggiano
e s’attaccano a questi alberi, ora s’elevano e si sostengono
da sé nell’aria.
Mi viene indicata, di passaggio la casa dove Pergolesi cercò
di addolcire quella melanconia così fortunata e così fatale,
cui egli dovette, a ventisette anni, il suo immortale Stabat e la sua
morte.
Dopo aver attraversato per un’ora bei frutteti, arrivo ad una
lava enorme.
Il Vesuvio la vomitò in una eruzione circa sessanta anni fa.
Essa fece impallidire tutta la città di Napoli; ma dopo averla
minacciata per qualche tempo, si arrestò là.
Sebbene fermatasi e spentasi, essa spaventa ancora e minaccia.
I bordi di questa lava sono tappezzati, come le rive della Senna, di
erbe e di fiori; e ombreggiati qua e là da giovani arbusti che
una cenere feconda irriga, per così dire, e nutre sempre.
Dopo aver seguito per qualche tempo un sentiero poco agevole, mi trovai
su rupi spaventevoli, nel mezzo della mobile cenere.
Là la terra non è adatta al passaggio degli animali, ma
solo a quello degli uomini che hanno trovato quasi tutti i confini imposti
dalla natura e spesso li hanno superato.
Là dovetti salire faticosamente dei cumuli di scorie che crollavano
sotto i miei passi.
Mi fermai un momento per contemplare.
Davanti a me, le ombre della notte e le nuvole s’infittivano con
il fumo del vulcano e fluttuavano intorno al monte; dietro di me, il
sole, calato oltre le montagne, copriva coi suoi raggi cadenti la costa
di Posillipo, Napoli e il mare; mentre sull’isola di Capri la
luna appariva all’orizzonte; di modo che all’istante vedevo
i flutti del mare scintillare nello stesso tempo della luce del sole,
della luna, e del Vesuvio. Che bello spettacolo!
Quando ebbi contemplato questa oscurità e questo splendore, questa
natura spaventosa, sterile, abbandonata, e questa natura ridente, animata,
feconda, l’impero della morte e quello della vita, mi gettai attraverso
le nuvole e continuai a salire. Infine arrivo al cratere.
Dunque è questo il formidabile vulcano che arde da tanti secoli,
che ha sommerso tante città, ha sommerso dei popoli, minaccia
sempre questa vasta contrada, questa Napoli, dove ora si ride, si canta,
si danza, non si pensa soltanto a lui. Quale bagliore intorno al cratere!
Quale fornace ardente nel mezzo! Dapprima, questo bollente abisso rimbomba;
già sparge nell’aria con uno spaventoso rumore, attraverso
una fitta pioggia di cenere, un immenso fascio di fuoco: sono milioni
di scintille; sono migliaia di pietre distinte dal loro colore nero
e che sibilano, cadono e ricadono, rotolano; eccone una che scivola
a cento passi da me. L’abisso ad un tratto si chiude, poi si riapre
ancora e vomita un altro incendio; intanto la lava si eleva sui bordi
del cratere: si gonfia, bolle, cola... e solca in lunghi ruscelli di
fuoco i neri fianchi della montagna!
Ero veramente in estasi. Questo deserto! Questa altezza! Questa notte!
Questo monte infiammato! E io ero là!
Avrei voluto passare la notte nei pressi di questo incendio e vedere
il sole, al suo ritorno, spegnerlo con lo splendore dei suoi raggi abbaglianti.
Ma il vento che soffiava impetuoso mi aveva già raggelato; discesi
e con quale tristezza staccai da un simile spettacolo lo sguardo che
sarà l’ultimo!
Addio, Vesuvio; addio, lava; addio, fiamma di cui risplende e si circonda
questo profondo abisso! Addio, infine, monte così temibile e
così poco temuto! Se tu devi sommergere nelle tue ceneri, o questi
castelli, o questi villaggi, o questa città, che sia almeno quando
non vi saranno i miei figli.
Le mie guide avevano acceso le fiaccole. Discesi, o piuttosto rotolai,
affossato nella cenere sino alla metà delle gambe; rotolai così
velocemente (non si può fare altrimenti) che impiegai mezz’ora
a percorrere lo spazio che avevo impiegato più di tre ore a salire.
A metà cammino perdetti una scarpa, squarciata in mille pezzi,
e l’altra ugualmente nel punto in cui avevo lasciato i muli.
Durante la discesa, incontrai degli inglesi che salivano al cratere:
ci fermammo, parlammo del Vesuvio; turbammo per un momento con lo splendore
delle nostre fiaccole la notte stesa sul fiume di lava e con il suo
delle nostre voci quel profondo silenzio.
Ci dicemmo addio; io proseguii la mia discesa. Infine arrivai a Portici
del tutto sfinito; mi coricai all’arrivo e dormii profondamente.
Ma alle sei del mattino mi svegliai, ritrovano nella mia immaginazione
la vetta del Vesuvio, il suo cratere e il suo incendio, e la lava. La
mia anima fremeva ancora per tutte le emozioni che aveva provato il
giorno innanzi.
L’eruzione del Vesuvio è uno di quegli spettacoli che né
il pennello, né la parola potrebbero riprodurre, e che la natura
sembra essersi riservata di mostrare soltanto all’ammirazione
dell’uomo come il sorgere del sole, come l’immensità
dei mari.
Alphonse Kannengiesser
SU
Ricordi d’Ischia, 1883
(Casamicciola)
Quando si parla di villaggio, si pensa di solito ad un’agglomerazione
di case strettamente legate tra loro e formanti un tutto completo ed
omogeneo. Questa concezione non può applicarsi a Casamicciola
che consta di tre parti molto distinte, l’una separata dall’altra
da giardini, viti e boschetti e ciascuna avente una caratteristica particolare.
Le abitazioni sono disseminate dovunque, il che si spiega per la natura
stessa del suolo dove trovasi la cittadina. Accampata alla radice dell’Epomeo,
questa immensa colonna vertebrale divide l’isola in due versanti:
Casamicciola difatti occupa tutto il tratto compreso tra i piedi della
montagna e la riva del mare. Ora i sollevamenti e le eruzioni vulcaniche
hanno sconvolto talmente questa superficie intermedia che si sviluppa
per movimenti bruschi ed irregolari, si gonfia in ondulazioni disuguali,
s’apre in valloni dirupati e selvaggi. Su una simile area non
poteva aversi la costruzione regolare di una località compatta
ed unita, ed ecco perché Casamicciola offre un aspetto così
pittoresco con le sue ville solitarie ed i suoi sparsi quartieri.
Lacco
Ameno è un angolo di terra che il Creatore ha fatto apposta per
quelli che non amano i grandi orizzonti. Raffigùrati una rada
semicircolare aperta sul lato settentrionale dell’isola di Ischia.
Le due punte che formano le estremità di questa mezzaluna sono
gli ultimi prolungamenti di due contrafforti che si appoggiano contro
i fianchi dell’Epomeo. Lo stesso Epomeo, abbassandosi con gradazioni
brusche ed ardite, arriva in fondo all’ansa ed il suo piede si
confonde in qualche modo con il banco di sabbia dorata. Questo paesaggio
offre così nel suo insieme un’immagine abbastanza esatta
del teatro antico. La superficie del mare rappresenta la scena dove
si muovevano gli attori, la baia, la zona riservata al coro ed all’orchestra
ed il terreno che si alza gradatamente a partire dalla riva e costituisce
dei corridoi sovrapposti, dà un’idea delle gradinate concentriche
di un vasto teatro. Solo che qui le linee sono naturalmente più
movimentate che in un monumento d’arte.
(Forio)
Avevo proprio scelto bene il giorno della mia visita a Forio. Una folla
immensa di isolani vi era riunita: si celebrava con grande sfarzo la
festa di San Vito, il patrono della città. Tutte le strade erano
addobbate: numerose corone ornavano le case; l’immagine del Santo
era presente all’entrata delle vie principali.
Non abbiamo alcun’idea dell’entusiasmo che anima queste
popolazioni piene di fede quando celebrano le loro feste religiose.
La festa di Santa Restituta a Lacco, quella di San Vito a Forio sono
veramente spettacolari.
A Forio l’affluenza era straordinaria. Era piuttosto difficile
circolare in mezzo a quelle ondate di gente che si accalcava nelle vie.
Parlo di vie; per essere più esatto bisognerebbe sostituire a
questo sostantivo ambizioso quello di vicolo. In questa cittadina, infatti,
del tutto orientale le strade più spaziose hanno appena tre metri
di larghezza.
Il colpo d’occhio che presentava la folla compatta in questi stretti
corridoi era ancor più impressionante. Gli isolani si erano ornati
dei loro abiti più belli. Mi occorrerebbe lo scrigno scintillante
di un’immaginazione di poeta per dipingere gli effetti di luce
e di prospettiva prodotti da tutti quei costumi variopinti che avevo
dinanzi agli occhi. A Ischia, come nell’Italia meridionale, si
preferiscono i toni vivi e vistosi, la giustapposizione delle sfumature
più disparate. Il colore o, piuttosto, i colori dell’abito
sono la più alta espressione di questo strano gusto.
Il vestito stesso presenta particolari degni di nota. La donna ha la
capigliatura avvolta in un fazzoletto di seta che ricade graziosamente
sulle spalle o circonda il capo a forma di turbante. Alle sue orecchie
pendono orecchini d’oro fenomenali, i più piccoli sono
lunghi da 12 a 15 centimetri. Una veste senza ornamenti, una tunica
stretta alla vita, un paio di sandali eleganti, e per le più
ricche, tre o quattro catene di metallo prezioso sospese al collo formano
l’abbigliamento di gala delle Ischiote. [...]
Per raggiungere il santuario siamo dovuti dapprima uscire da quella
folla sempre più crescente che occupava tutta la larghezza della
via. Si procedeva lentamente. Il mio abito francese e la presenza dei
miei due alunni con i loro occhialetti suscitavano la curiosità
di quei buoni isolani. Centinaia d’occhi era continuamente puntati
su di noi ed io avevo così la possibilità di studiarne
i tipi e le espressioni delle loro fisionomie. Tutta quella folla che
si agitava intorno a noi era allegra e felice. Le ragazze passeggiavano
a gruppetti e dimostravano una certa civetteria nell’andatura,
nel contegno e nell’atteggiamento. La maggior parte degli uomini
aveva il cappello ornato di fori artificiali come i coscritti dalle
nostre parti. I più facoltosi portavano una larga cravatta multicolore
che colpiva l’occhio, la loro fronte aggrottata mi faceva capire
che erano proprietari di molti appezzamenti di vigneti e l’aria
altera che ostentavano confermava le mie congetture. Solo i vecchi marinai
e i pescatori sostituivano il berretto frigio di color rosso al cappello,
un’invenzione troppo moderna. [...]
Dopo molte peripezie, finalmente, arriviamo a San Vito. All’esterno
la chiesa presenta un aspetto piuttosto misero, ma che lusso all’interno.
Anch’essa, quest’opera del re, è adorna della sua
più splendida veste. Parati di porpora, drappi d’oro e
d’argento ricoprono le pareti dalla sommità alla base dell’edificio.
Gli altari sono nascosti sotto i fasci di fiori; il sagrato del santuario
è cosparso di foglie odorose di mirto. Ed il popolo è
là a nutrire l’immaginazione con tutti quegli splendori,
forse ben poco conformi ai canoni dell’estetica! Ma tutto risplende
al sole, cosa se ne fanno della filosofia!
Migliaia di lampioni ornano la facciata della chiesa: sulla piazza vicina
si organizzano i grandi fuochi d’artificio. Questa spianata domina
parte della città, della montagna e del mare e di là le
innumerevoli fiamme, che si accendono la notte e che si vedono scintillare
da ogni luogo, offriranno il più imponente degli spettacoli.
Alphonse
de Lamartine (1790-1869)
SU
Un’estate
di 5 o 6 anni fa, per lavorare in tranquillità alla Storia della
Rivoluzione Francese, mi ero rifugiato nella piccola isola d’Ischia,
nel mezzo del golfo di Gaeta, separata dal continente da un bel mare,
senza il quale nessun luogo è, secondo me, completo; l’infinito
visibile fa sentire agli occhi i limiti del tempo e intravedere l’esistenza
senza confini. Ischia, come si può immaginare leggendo queste
pagine, mi è sempre stata cara anche per un altro aspetto. E’
la scena di due dei miei più cari ricordi: l’uno soave
e giovanile come l’infanzia; l’altro grave, forte e durevole
come l’età dell’uomo. Si amano i luoghi dove si è
amato. Sembra che ci conservino il nostro amore d’altri tempi
e lo rendano intatto per amare ancora.
Un giorno dunque dell’estate 1843, ero solo, sdraiato all’ombra
di un limone, sulla terrazza della casetta di pescatore dove alloggiavo,
osservavo il mare, ascoltavo le sue onde che portano e riportano via
le conchiglie fruscianti delle sue sabbie, respiravo la brezza che il
rimbalzo di ciascun flutto provocava nell’aria, come l’umido
ventaglio che agitano i poveri negri sulla fronte dei loro signori nei
nostri tropici. Avevo finito di sfogliare, il giorno prima, le memorie,
i manoscritti e i documenti che avevo portato per la Storia dei Girondini.
I materiali mi mancavano.
Avevo riaperto quelli che non ci mancano mai, i nostri ricordi. Scrivevo
sulle mie ginocchia la storia di Graziella, questo triste e piacevole
presentimento d’amore che avevo incontrato in passato in questo
stesso golfo, e la scriveva di fronte all’isola di Procida, in
vista delle rovine della piccola casa tra le viti e del giardino sulla
costa che la sua ombra sembrava mostrarmi a dito. Vedevo sul mare avvicinarsi
una barca a gonfie vele, in mezzo a flutti di schiuma, sotto un sole
ardente. Un giovanotto e una giovanetta cercavano di proteggere la loro
fronte all’ombra dell’albero della barca (Prefazione delle
Confidenze - L’anno è il 1844 e non il 1843, secondo una
nota dell’editore).
- L’isola
d’Ischia, che separa il golfo di Gaeta dal golfo di Napoli, e
che uno stretto canale separa essa stessa dall’isola di Procida,
non è che una unica montagna a picco, la cui cima bianca e folgorata
immerge i suoi denti scheggiati nel cielo. I suoi fianchi scoscesi,
solcati da valloncelli , burroni e letti di torrenti, sono rivestiti
dall’alto in basso da castagni d’un verde scuro. I suoi
pianori più vicini al mare e inclinati sui flutti sostengono
capanne, ville rustiche e villaggi seminascosti sotto pergolati di viti.
Ogni villaggio ha la sua marina. Chiamano così il piccolo porto
ove galleggiano le barche dei pescatori dell’isola e ove si dondolano
alberi di battelli a vela latina. I pennoni toccano gli alberi e le
vigne della costa.
Ognuna di quelle case sospese alle pendici della montagna, nascosta
nel fondo dei suoi burroni, elevandosi a piramide su uno dei suoi pianori,
proiettata su uno dei suoi promontori, addossata alla sua selva di castagni,
all’ombra dei suoi pini, circondata da arcate bianche e smerlata
da pergole pendenti, nel sogno è la dimora ideale d’un
poeta o d’un amante.
I nostri occhi non si stancavano di questo spettacolo. La costa era
ricca di pesci. Il pescatore aveva fatto una buona pesca durante la
notte. Entrammo in una piccola ansa dell’isola per attingere acqua
da una vicina sorgente e per riposarci all’ombra delle rocce.
Al tramonto del sole, ritornammo a Napoli, coricati sui banchi dei rematori.
Una vela quadrata, posta di traverso su un piccolo albero a prua, di
cui il ragazzo teneva la scotta, era sufficiente a spingerci oltre gli
scogli di Procida e di Capo Miseno e per rendere schiumosa la superficie
del mare sotto il nostro scafo.
Il vecchio pescatore e il ragazzo, aiutati da noi, tirarono la barca
a secco e portarono i cesti di pesci nella cantina della piccola casa
che abitavano sotto le rocce di Mergellina. -
- (Procida)
- Quando il sole era al tramonto, facevamo lunghe camminate attraverso
l’isola. La percorrevamo in tutti i sensi. Al centro compravamo
il pane o i legumi che non si trovavano nel giardino di Andrea. Qualche
volta portavamo anche un po’ di tabacco, questo oppio del marinaio,
che lo rianima in mare e lo consola in terra. Rientravamo sul far della
notte, con le tasche e le mani piene dei nostri modesti regali. La famiglia
si riuniva, la sera, sul tetto che a Napoli si chiama astrico, per aspettare
le ore del sonno. Nulla di così pittoresco, nelle belle notti
di questo clima, che la scena dell’astrico al chiaro di luna.
Nella campagna, la casa bassa e quadrata assomiglia a un piedistallo
antico, che sostiene dei gruppi viventi e delle statue animate. Tutti
gli abitanti della casa vi salgono, si muovono o si siedono in attitudini
diverse; il chiarore della luna o i riflessi della lampada proiettano
e disegnano questi profili sul fondo blu del firmamento. Si vede la
vecchia madre che fila, il padre che fuma la sua pipa di terra cotta
dal cannello di canna, i giovani appoggiare i gomiti sul parapetto e
cantare con note lunghe e languide motivi marinareschi o campestri,
il cui accento prolungato o vibrante ha qualcosa del lamento del legno
torturato dalle onde o della vibrazione stridente della cicala al sole;
le fanciulle infine, con vesti corte, i piedi nudi, le sopravvesti verdi
e adornate di oro o di seta, i lunghi capelli neri ondeggianti, avvolti
sulle spalle, in un fazzoletto annodato sulla nuca, a grossi nodi, per
preservarli dalla polvere.
Vi danzano spesso sole o con le loro sorelle: l’una tiene una
chitarra, l’altra innalza sulla testa un tamburello con campanellini
sonori.
Questi due strumenti, l’uno querulo e leggero, l’altro monotono
e pesante, si accordano meravigliosamente per rendere quasi senza arte
le due note alternative del cuore dell’uomo: la tristezza e la
gioia. Si sentono durante le notti d’estate su quasi tutti i tetti
delle isole o della campagna di Napoli, anche sulle barche; quell’aereo
concerto che insegue l’orecchio di sito in sito, dal mare fino
alle montagne, somiglia al ronzio d’uno di quegli insetti che
il caldo fa nascere e ronzare sotto questo bel cielo.
Questo povero insetto, è l’uomo! Il quale canta alcuni
giorni davanti a Dio la sua giovinezza e i suoi amori, e poi tace per
l’eternità. Non ho mai potuto ascoltare queste note sparse
nell’aria, dall’alto degli astrici, senza fermarmi e senza
sentirmi il cuore perturbato, pronto a scoppiare per una gioia interiore
o per una malinconia più forte di me (Graziella).
Ischia:
la dimora ideale di un poeta o di un amante.
Avevamo doppiato da tempo la punta di Posillipo, traversato il golfo
di Pozzuoli, quello di Baia, e superato il canale del golfo di Gaeta,
tra Capo Miseno e l’isola di Procida. Un sole scintillante marezzava
il mare di nastri di fuoco e si riverberava sulle case bianche di una
costa sconosciuta. Una leggera brezza, proveniente da questa terra,
faceva palpitare la vela sulle nostre teste e ci spingeva di ansa in
ansa e di roccia in roccia. Era la costa dentellata ed a picco dell’incantevole
isola d’Ischia, che io dovevo tanto abitare e tanto amare in seguito.
Essa mi appariva, per la prima volta, galleggiare nella luce, venir
fuori dal mare, perdersi nell’azzurro del cielo, e sbocciata come
da un sogno di poeta durante il leggero sonno di una notte d’estate...
(Graziella).
Come un
filo di erba marina: l’isola di Procida.
Un giorno partimmo da Mergellina con un mare liscio come l’olio
e che nessun soffio di vento faceva increspare, per andare a pescare
triglie e i primi tonni sulla costa di Cuma, dove le correnti li spingono
inn questan stagione. Le brume rosse del mattino fluttuavano a mezza
costa e annunciavano un colpo di vento per la sera. Speravamo di prevenirlo
ed avere il tempo di doppiare Capo Miseno prima che il mare, ora greve
e queto, si agitasse.
La pesca era abbondante. Volemmo gettare ancora una volta la rete. Il
vento ci sorprese, calando dalla sommità dell’Epomeo, enorme
montagna che domina Ischia, Esso appiano prima tutta la superficie marina
attorno a noi, come l’erpice di ferro appiana la terra e livella
i solchi. Poi l’onda si gonfiò mormorante e curva, e si
levò in poco tempo a tale altezza da nascondere al nostro sguardo
di tanto in tanto la costa e le isole. Otto o dieci ondate sempre enormi
ci spinsero nella parte più angusta del canale. Ma il vento ci
aveva preceduto, come aveva detto il pilota, e, ingolfandosi tra il
Capo e la punta dell’isola, aveva assunto una tale forza da sollevare
il mare con il gorgoglio di una lava furiosa e in modo che l’onda,
non trovando spazio per fuggire prestamente davanti all’uragano
che la spingeva si ammassava su se stessa, ricadeva, scivolava, si disperdeva
in tutti i sensi come un mare folle e, cercando di fuggire senza poter
uscire dal canale, s’infrangeva con colpi terribili contro le
rocce a picco di Capo Miseno e vi innalzava una colonna di schiuma i
cui spruzzi arrivavano sino a noi.
Mettemmo capo su Procida e navigammo come un filo di erba marina che
un’onda getta su altra onda e che il flutto riprende al flutto
(Graziella).
Per essere
felici, bisogna vivere a Napoli.
Non vi sono due giorni nell’estate francese che valgono i giorni
che abbiamo sempre nel mese di novembre! Si respirano la vita, il sole,
l’amore, il genio, il riposo, il sogno, i profumi dell’anima
e dei sensi! Penso a te tutti i giorni, quando, aprendo il balcone,
vedo questo bel mare scintillante spiegarsi silenzioso sotto gli aranci
di Posillipo, solcato da numerose barche. le cui due piccole vele latine
sono simili alle bianche ali delle rondini del mare. Ai miei piedi i
prati della Villa Reale, sparsi di rose, verdeggianti già come
nelle nostre più belle primavere: a sinistra le montagne di Castellammare
e di Sorrento nuotano in un vapore così leggero che sembrano
pronte a dissiparsi esse stesse al minimo soffio; più vicino,
il Vesuvio, solcato dalla parte di Portici da una lava che cola sempre,
innalza i suoi torrenti di fumo che il sole al suo sorgere tinge di
rosa e che un leggero vento del nord fa curvare come una colonna accesa
sul mare (Lettera a Virieu, novembre 1820).
Guy di Maupassant (1850-1893)
SU
La Vita errante, Parigi 1890
Infine,
ecco Ischia. Un castello bizzarro, appollaiato su una roccia, forma
la punta dell’isola e domina la città con cui comunica
con un lungo molo.
Ischia ha sofferto poco; non si vede alcuna traccia della catastrofe
che rovinò per sempre forse la sua vicina. La barca riparte per
ciò che fu Casamicciola. Segue la riva che è affascinante.
Si alza dolcemente, coperta di verde, di giardini, di viti, fino al
sommo di una grande costa. Un vecchio cratere che fu poi un lago, forma
adesso un porto dove le navi si mettono al riparo. Il suolo che il mare
bagna ha il bruno scurito delle lave, tutta questa isola non essendo
che una lava vulcanica.
La montagna si alza, diventa enorme, svolgendosi come un immenso tappeto
di piacevole verde. Ai piedi di questo grande monte si vedono delle
rovine, delle case crollate, sospese, socchiuse, delle case rosa d’Italia.
Qui l’entrata in questa città morta è spaventosa.
Non si è rifatto niente, niente riparato, niente. È finito.
Si è cambiato solamente posto alle rovine per cercare i morti.
I muri franati nelle vie formano delle onde di frantumi; ciò
che resta in piedi è screpolato da tutte le parti; i tetti sono
caduti nelle cave. Si guarda con terrore in questi buchi neri, perché
ci sono ancora, là sotto, degli uomini. Non sono stati ritrovati.
Si cammina in questa orribile rovina che stringe il cuore, si passa
di casa in casa, si scavalcano dei mucchi di muratura sbriciolata nei
giardini che sono rifioriti, liberi, tranquilli, ammirevoli, pieni di
rose. Un profumo di fiori si sparge in questa miseria. Dei bambini,
che errano per questa strana Pompei moderna, per questa Pompei che sembra
sanguinante accanto all’altra mummificata dalle ceneri, dei bambini,
degli orfani mutilati che mostrano le cicatrici terribili delle loro
piccole gambe schiacciate, vi offrono dei mazzi colti su questa tomba,
in questo cimitero che fu una città, e chiedono l’elemosina
raccontando la morte dei loro genitori.
Un ragazzo di vent’ anni ci guida. Ha perso tutti i suoi ed è
rimasto due giorni seppellito sotto i muri della sua abitazione. Se
i soccorsi fossero venuti più presto, dice, si sarebbero potute
salvare duemila persone di più. Ma i soldati sono arrivati solamente
il terzo giorno. Il numero delle morti fu di quattromilacinquecento
circa.
Erano pressappoco le dieci e un quarto della sera quando ebbe luogo
la prima scossa. Il suolo si è sollevato, affermano gli abitanti,
come se andasse a saltare nell’aria. In meno di cinque minuti
la città fu per terra. Lo stesso fenomeno si riprodusse, si assicura,
nei due giorni seguenti, alla stessa ora, ma non restava più
niente da distruggere.
Ecco il grande Hotel degli Stranieri che non mostra più che i
suoi muri rossi, stinti ed impalliditi, custodendo ancora il suo nome,
scritto in lettere nere. Cinquantacinque persone furono seppellite nella
sala da ballo, in piena festa, ragazzi e ragazze, schiacciati mentre
danzavano, abbracciati, uniti così per la sorpresa di questa
morte folgorante, in un matrimonio strano e brutale che mischiò
le loro carni stritolate.
Più lontano, si trovarono quaranta cadaveri, qui venti, là
sei solamente, in una cantina. Nel teatro, costruito in legno, gli spettatori
furono risparmiati. Ecco i bagni: tre grandi stabilimenti crollati,
dove si agitano sempre, nel mezzo delle macchine sollevatrici distrutte,
le sorgenti calde che sgorgano dal focolare sotterraneo, così
vicino che non si può immergere il dito in questa acqua bollente.
La donna che custodisce queste rovine perse suo marito e le sue quattro
figlie sotto i muri della casa. Come può vivere ancora?
Nelle rovine dell’Hotel del Vesuvio si ritrovarono centocinquanta
cadaveri; sotto le rovine dell’ospedale, dieci bambini; qui un
vescovo, là una famiglia molto ricca scomparsa tutta intera in
alcuni secondi.
Saliamo e ridiscendiamo le vie a schiena di asino, perché la
città era costruita su una sequela di colline simili alle onde
di terra. Ed ogni volta che raggiungiamo un’altura, scopriamo
un ampio e splendido paesaggio. Di fronte, il mare calmo e blu, laggiù,
in una nebbia leggera, la costa d’Italia, la classica costa dalle
rocce regolari; Capo Miseno la chiude in lontananza, tutto in lontananza.
Poi, a destra, tra due monticelli, si vede sempre la vetta fumante ed
appuntita del Vesuvio. Sembra essere il padrone che minaccia tutta questa
costa, tutto questo mare, tutte queste isole che domina. Il suo pennacchio
se ne va lentamente verso il centro d’Italia, attraversando il
cielo con una linea quasi diritta che si perde all’orizzonte.
Poi, intorno a noi, dietro di noi, fino alla sommità della costa,
vigne, giardini, viti fresche di un verde così tenero, così
dolce! Il pensiero di Virgilio vi invade, vi possiede, vi assilla. Ecco
la terra affascinante che egli amò, che cantò, la terra
dove sono germogliati i suoi versi, questi fiori del genio. Dal suo
sepolcro che domina Napoli, si vede Ischia.
Usciamo infine dalle rovine ed ecco la città nuova dove si sono
rifugiati gli abitanti superstiti. È una povera città
di tavole, una fila di capanne in legno, di miseri baraccamenti. Ciò
ricorda le ambulanze o le installazioni frettolose dei primi coloni
sbarcati su una terra nuova. In tutti i passaggi che servono di via
tra queste baracche, si vedono brulicare molti bambini.
Ma l’orribile piccolo battello a vapore ci chiama con il suo fischio;
ripartiamo per rientrare a Napoli sul far della notte.
Alfred
de Musset (1810-1857)
SU
Ischia!
E’ là che tutto ci estasia
E ch’un corpetto innamorato
Stringe l’anca
Sopra una calza rossa attillata,
Brilla, sotto la gonna dorata,
La bianca pantofola.
Povera
Ischia! C’è chi ha sol visto
Le tue fanciulle piedi nudi
Nella polvere
Le vestono a festa a caro prezzo.
Ma il sole tuo puro brilla ancora
Sulla miseria loro.
Paul Edme de Musset (1804-1880)
SU
In vettura, viaggi in Italia ed in Sicilia,
Parigi 1885
Non vi
è persona che non abbia sognato di vedere Napoli. Io l’ho
desiderato così fortemente e per molto tempo, che mi ero costruito
nella testa una Napoli metà vera, metà immaginaria che
ho dovuto demolire interamente. Consiglierò sempre a quelli che
vogliono conoscere questo paese così bello e così classico,
di andarlo a vedere il più presto che potranno, per evitare di
sottomettersi alle loro fantasticherie.
L’8 febbraio 1843, alle otto della mattina, doppiando la punta
di Procida, vidi per la prima volta il vero golfo di Napoli. Fui obbligato
a riconoscere che avevo fabbricato a mio uso un Vesuvio di intenzione,
un’isola di Capri ad libitum, una Ischia finta, un falso capo
di Miseno, una Chiaia mancata; un Portici pieno di errori ed una Napoli
incompleta. Pur adottando la realtà con entusiasmo, provai anche
dispiacere a dire addio alle chimere di cui mi ero nutrito durante gli
anni.
Sulla barca Léopold, avevo tre compagni di viaggio che erano
nella mia stessa situazione. Uno di essi, nobile spagnolo, fuggiva le
bombe di Barcellona; il secondo, gentiluomo bolognese, viaggiava per
suo piacere, ed il terzo, giovane piemontese, una specie di Sancho Pancia
vivente, se ne andava a Costantinopoli.
Avevamo deciso di alloggiare tutti nella stessa casa. Il nostro sbarco
fu la cosa più grottesca del mondo. Tre facchini sarebbero bastati
per portare i nostri bagagli; ne vennero una quindicina, dimenandosi
come diavoli per impossessarsi dei bauli come loro bene, ne caricarono
una piccola carretta, e si divisero il bottino in modo da sembrare occupati
tutti e quindici. La carretta andava al galoppo, spinta dalle tante
mani che poteva contenere. Alcuni giovani esploratori volteggiavano
all’intorno coi nostri mantelli. Un altro andava davanti alla
corriera, armato di un fodero di ombrello con cui colpiva a forza di
braccio le persone che incontrava, per costringerle a fare largo. Alcuni
ragazzini ci seguivano a passo di corsa, formando una retroguardia urlante
e stracciona. Portavamo apparentemente scritto in grosse lettere sul
viso che venivamo a Napoli per la prima volta, perché vicino
a noi altri viaggiatori fecero la loro entrata senza scoppio. Attraversammo
così trionfalmente la piazza del Castello, quella del Palazzo
Reale ed il lungomare del Gigante, cioè il quartiere più
bello e più popolato della città. Questa marcia trionfale,
che sarebbe stata altrove ridicola, sembrava molto naturale a Napoli,
dove si vedono ogni mattina delle scene di questo genere. Dopo avere
cercato molto, trovammo degli appartamenti di nostra convenienza sul
lungomare di Santa Lucia; ci sbarazzammo dei facchini con molta fatica,
pagando loro il doppio di ciò che era dovuto. In quanto ai ragazzini,
le parole non producevano nessun effetto, ed il denaro non faceva che
adescarli solamente, bisognò venire alle minacce per respingere
le loro offerte di servizi. La banda si dissipò come un’ombra
dopo la prima pedata che fu somministrata al più importuno. L’intelligente
e spirituale Stendhal diceva che, per fare il giro dell’Italia,
si doveva tenere sempre nel cavo della mano una moneta; aveva ragione:
ma a Napoli, oltre la moneta, bisogna tenere ancora nell’altra
mano una canna che serva a mettere fine alle discussioni troppo lunghe
ed ai mercati fraudolenti. Questo argomento della canna è di
un potere irresistibile, perché è l’espressione
palpabile della furia francese che è molto temuta nei paesi del
Sud.
Se v’è un luogo sulla terra dove si possa essere felice,
è il lungomare di Santa Lucia. Da qui si vede di un colpo d’occhio
tutta la baia: di fronte il Vesuvio, la costa di Castellammare e di
Sorrento; a sinistra, la curva che descrive la costa da Napoli fino
a Portici; a destra, lo stretto della Campanella, dove passano le navi
per andare in Sicilia, e Capri, sempre avvolta nel suo velo di garza
blu. Il mare che picchia senza tregua le muraglie del Castello dell’Ovo,
vi culla la sera col rumore delle sue onde. Le fregate alla rada salutano
a forza di cannone i vascelli che entrano. Delle barche a vapore vanno
e vengono parecchie volte per giorno, e voi seguite con lo sguardo fino
ad una grande distanza le loro colonne di fumo. Delle piccole vele bianche
solcano la rada. La sera, ci sono dei pescatori alla fiaccola che scivolano
lungo le coste come le lucciole. La mattina, il sole, riflesso dall’acqua
del mare, manda delle serpentine di fuoco che corrono sui muri ed il
soffitto della vostra camera. Il Vesuvio sembra inventare mille civetterie
per trattenervi al balcone. Cambia colori secondo la posizione del sole,
e passa in un giorno per tutte le sfumature della gamma dei toni; ora
nascondendo la sua testa in una parrucca di nuvole, ora mostrando i
contorni della sua cima con precisione. Il suo fumo prende anche delle
forme fantastiche. Spesso, per una connivenza evidente coi locandieri
di Napoli, il Vesuvio promette delle eruzioni che poi non si verificano.
Rende dei chiarori rossi durante la notte, come un lampioncino vicino
a spegnersi, e fa sentire agli abitanti di Portici delle detonazioni
sorde che trattengono indefinitamente lo straniero pronto ad imbarcarsi.
Ad ogni istante, si è stupiti di queste giostre poco delicate,
e si salta fuori dal letto, credendo di vedere i primi sintomi di un’eruzione
che verrà solamente l’anno prossimo. Il lungomare di Santa
Lucia è l’appuntamento di una brillante popolazione di
pescatori, di barcarole, di commercianti di ostriche e di passeggiatori
in barca, ogni persona allegra, vivace e musicista. La notte, si canta,
o all’aperto, o dai limonadiers. La domenica, si danza al semplice
rumore di un tamburo di basco; non un suono vi viene agli orecchi senza
mandarvi del buono umore e del brio. Lo spleen più britannico
troverà tregua a Santa Lucia; la più pesante provvista
di noia, di tristezza o di inquietudine che si possa portare dal Nord
volerà in aria davanti a questa baia di Napoli dove Tiberio stesso,
sebbene carico di crimini, sentì il suo vecchio cuore riscaldarsi.
Onesto lettore, voi che non siete malvagio come Tiberio, andate a Napoli;
ma alloggiate a Santa Lucia. Là si è felici. Avendo imparato
per esperienza che le descrizioni non servono a niente, non cercherò
affatto di descrivervi la natura meridionale, e vi parlerò di
altre cose di cui i libri possono almeno dare una giusta idea.
Il popolo napoletano è il più civilizzato che ci sia al
mondo, nel vero senso della parola e, come tutti i popoli civilizzati,
ha nel carattere delle complicazioni e delle qualità contraddittorie.
Delle vecchie tradizioni diventate false l’hanno descritto sotto
colori poco favorevoli. L’ho sempre trovato gentile, benevolo,
ospitale e spirituale , pieno di franchezza quando non ha motivo di
ingannarvi, credulo e superstizioso come un bambino, astuto in affari
d’interesse, ma così comico nei suoi inganni che scoprendoli
ci si diverte di ciò.
I francesi, diceva Carlo V, sembrano folli e non lo sono. Se questo
grande principe ci vedesse oggi, cambierebbe opinione e ci troverebbe
senza dubbio tanto folli quanto lo sembriamo. Sono piuttosto i napoletani
che sono più saggi di quanto non sembrino. La loro turbolenza
nasconde una ragione profonda. Mentre noi ci preoccupiamo a perseguire
una felicità che ci gira le spalle, i napoletani sono felici
da se stessi. Invece di crearsi dei bisogni finti, essi sono contenti
del poco che hanno. Il cielo ha dato loro i doni più preziosi:
il buonumore, senza il quale Cesare invidia la sorte di un facchino;
la sobrietà, sorgente del benessere e delle buone sensazioni,
e la rassegnazione, che è la sobrietà dell’anima.
[...] Il barcarolo che vi conduce ad Ischia adopera tutta la traversata
in astuzie diplomatiche molto trasparenti, nello scopo di strapparvi
dieci soldi più del prezzo convenuto. Improvvisa delle storie
a non finire più su di lui ed i suoi compagni, per avere la vostra
compassione e la vostra generosità. Prendete poi la parola a
vostra volta, e fategli un racconto favoloso, vi crederà con
tutta la sua anima; delle minacce assurde, ed egli tremerà di
spavento. Ditegli che siete un corsaro barbaresco e che le vostre persone
sono là vicino pronte a prenderlo; si getterà alle vostre
ginocchia.
SU
Audot
– F. R. de Chateaubriand
– A. Dumas – C. Dupaty
– A. Kannengiesser
A. de Lamartine – G.
de Maupassant – A. de Musset
– P. de Musset
|