La Rassegna d'Ischia 2005
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Sulle rotte di un mito
impressioni di un anonimo viaggiatore alla scoperta del litorale campano


di Lucia Mattera

  Esistono dei luoghi “magici”, eppure reali, in cui scenari naturali raccontano di storie e memorie, mondi che trapassano man mano dal mito a fascinose verità o che rimangono sospesi tra leggende e misteri. Oggetto di viaggi reali e immaginari, questi mondi rivivono in esistenze parallele, nei colori dei dipinti, nelle parole dei poeti, nelle immagini fantastiche di chi vi scorge i più profondi valori.
  Ischia, come le altre isole del Golfo Partenopeo, i porti e i piccoli centri che un tempo punteggiavano la costa campana, diventano così le tappe di un viaggio immaginario che ci porta assai lontano nel tempo, in quel mare di ricordi e pensieri, tra incontri di popoli e ricche civiltà. Un viaggio che comincia con l’antica Pithecusa, l’isola delle scimmie, come fu ribattezzata dai Greci, o più probabilmente dei pithoi, i lunghi vasi per derrate alimentari, assurti a simbolo di un’arte evoluta e di un’economia fiorente nella sua semplicità. Il cono vulcanico dell’Epomeo, con i suoi magmi oscuri e minacciosi, si rivestiva, agli occhi dei coloni, di boschi rigogliosi; le coste, frastagliate e rocciose, si aprivano in porti e sottili insenature. Nascevano villaggi, si sviluppavano cittadine fiorenti e tra borghi pescherecci, botteghe artigianali, templi, torri e un maestoso castello, l’isola accoglieva il messaggio dei cristiani; e come i suoi mercanti raggiungevano le coste vicine o i litorali di Lazio e Toscana, così coloni e viaggiatori non mancavano, ancora agli inizi dell’800, di visitarne i monumenti più noti.
  Immaginiamo allora che uno studente tedesco, come accadeva spesso nel cosiddetto Grand Tour, racconti di un suo viaggio da Ischia al lido di Cuma, dai Campi Flegrei fino agli scavi di Pompei. Un ritorno al passato o il passato, piuttosto, che rivive magicamente in noi.

  «Un’antica leggenda che lessi da bambino racconta come Venere, dea dell’amore, ricevesse come dono di nozze una collana di perle. Ma la collana un giorno si spezzò e le perle, cadute nel mare, riemersero come isole e arcipelaghi. Di queste perle, Ischia è sicuramente la più bella, con le sue spiagge d’argento, i suoi colli rivestiti di viti e di alberi in fiore. Ma accanto alle bellezze naturali, al fascino di un paesaggio mediterraneo e solare, Ischia racchiude, come uno scrigno prezioso, le meraviglie di epoche passate.
   Il roccioso Castello aragonese, quasi un piccolo isolotto a ridosso sul mare, domina il bosco peschereccio che fu in antico il primo nucleo dell’isola. Sede tra ‘400 e ‘500 di Ferrante d’Avalos e Vittoria Colonna, il Castello, come dicono, ospitò poeti e pittori del tempo, forse anche Michelangelo, cui è dedicata una torre lì accanto. All’interno del Castello, una piccola chiesa, bianca come una colomba, e un monastero con la terrificante sala mortuaria. Lungo le strade dell’isola, il verde dei grappoli si intreccia con il giallo dei limoni, i frutti che artigiani dipingono ancor oggi su vasi e oggetti ornamentali. L’arte della ceramica del resto è antica quanto l’isola: botteghe e officine, ridotte oggi a suggestive rovine, sorgevano a Lacco, Ischia Ponte, Sant’Angelo, Casamicciola e Forio. E così templi, lastre e monumenti votivi in onore di Eracle, delle Ninfe (per esempio a Nitrodi) o forse di Venere Citarea. Poi venne il culto cristiano, con Santa Restituta, la giovane africana che un angelo condusse a San Montano, sulla spiaggia che, all’arrivo del corpo santo, fu coperta di candidi gigli. O San Vito, giovane martire sotto Diocleziano, che i Foriani onorano con una statua d’oro e con feste e cortei spettacolari. La stessa storia che ritrovo nella piccola Procida, con le sue case vivacemente colorate, o nella più distante Capri, dove si ritirò Tiberio imperatore, stanco di Roma, nella bella Villa di Giove.
Dopo una breve ma piacevole escursione tra i Faraglioni e la Grotta, dalle acque azzurre come limpidi turchesi, il bastimento si volge già alla costa, ai Campi detti Flegrei (ardenti), per un’attività vulcanica che neanche oggi sembra essersi spenta.
  Mi sembra di essere il troiano Enea quando visitò a Cuma l’arcana grotta dell’ambigua Sibilla, l’indovina che affidava i suoi responsi alle foglie sparse che volavano al vento. Non oso invece credere, quando osservo l’azzurro Lago Averno, di trovarmi, come credevano gli antichi, alle soglie dell’inferno. Proseguendo più oltre, arrivo al promontorio di Miseno, nelle cui acque morì, preda del sonno, il fedele timoniere di Enea. Dall’alto della roccia, oltre il piccolo tempietto degli Augustali, rivedo Ischia e le isole minori e, dalla parte opposta, il golfo di Partenope con la sua cinta di palazzi e l’inconfondibile Vesuvio.
  Arrivo, quindi, a Baia e ancora un “tuffo” nel passato, nelle Terme di Venere e Diana e in quelle di Sosandra. La guida mi mostra le sale, mi spiega come un tempo gli antichi Romani amassero ristorare il proprio corpo con bagni caldi ma anche tiepidi o freddi, e che altre terme simili erano a Stabia e nella ricca Pompei.
  Dopo una visita alla tomba di Agrippina, che il figlio Nerone uccise a tradimento, nella sua folle avidità di potere, è la volta di Pozzuoli, l’antica Puteoli, dalle acque solforose. I resti dell’Anfiteatro mi richiamano alla mente l’omonimo edificio romano, più noto come Colosseo, sede anch’esso di spettacoli violenti che ad apprezzare era la stessa società. Quel mondo così vario, che i libri di storia mi avevano fatto immaginare, potevo ora osservarlo dal vivo. E fu a Pompei, soprattutto, che ne ebbi un’idea completa. La lava che coprì la città nel 79 d. C., portando con sé morte e distruzione, non è riuscita a cancellare del tutto documenti ed edifici che scavi recenti hanno portato alla luce. Con un po’ di fantasia immagino i fornai al lavoro nei pistrina, bottegai, contadini e ambulanti accalcati alle nundine, insulae chiassose e tempietti affollati da fedeli e superstiziosi. Lungo le strade lastricate scorgo qua e là fontane e latrine, alcune anche monumentali, ma è alle ville, naturalmente, che si volge per lo più la mia attenzione: la casa di Loreio Tiburtino, un tempo circondata da fontane e giardini, ricca tuttora di affreschi (opera, leggo, di un certo Lucius), con personaggi come Achille o il giovane Narciso, riflesso in un lago e mutatosi in un fiore. Affreschi dai toni vivaci ampliano invece in false quinte teatrali le sale centrali della casa di Sallustio o di quella del Sannio, simili entrambe, osservate dall’esterno, a tempietti ellenistici dai capitelli screziati. Tripudi di forme, armonie di colori svelano, ovunque, aspetti di civiltà. Scene di ignoti riti religiosi, dedicati forse al dio Dioniso in una cerimonia nuziale, ornano l’ormai famosa Villa dei Misteri, così come mosaici, uno dei quali raffigurante un gatto (animale allora poco amato), spiccano alle pareti della casa del Fauno. Graffiti incisi su tombe e pareti ricordano feroci lotte gladiatorie, mentre affreschi di banchetti e calici pieni invitavano i passanti a fermarsi in accoglienti (ma un po’ rudimentali) termopolia. Bere, però, del vino caldo, e non avere idea di cioccolata, tè o caffé – il caffé napoletano, soprattutto – non sarebbe forse per noi il massimo piacere. Ma il piacere è comunque effimero, incombenti il dolore e la morte.
  Ed ecco, allora, più distante dal centro, la necropoli di Porta Ercolano, nella via detta dei sepolcri. Ma anche nel centro ci si imbatte, qua e là, in immagini e simboli funerei: il teschio, effigiato a mosaico alle pareti di una casa-bottega, il calco - a dir poco, impressionante – di un cadavere inghiottito dalla lava; contorto dal dolore, ormai nudo e pietrificato, quel corpo ci ricorda che la vita di un uomo, di un mondo, di un’intera civiltà può all’improvviso crollare e svanire. Ne resterà, però, il ricordo, perché riviva, anche con queste mie parole, nella mia anima e nella nostra fantasia».

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