|
di Giuseppe Silvestri
Nella
realtà naturalistica e nei sistemi biologici che riguardano l’isola
d’Ischia, si inserisce anche la drammatica storia del falcone
e della quaglia.
Essa trova il suo momento di rilievo nei mesi di aprile, maggio e settembre,
quando diverse specie di uccelli migratori sono di passaggio sulla nostra
isola.
Seguendo misteriosi segnali ed orientamenti, già nei mesi precedenti
decine di coppie di falconi hanno realizzato il loro nido in punti strategici
dell’isola, proponendosi come gli assoluti dominatori di un territorio
su cui cacciare. La coppia produce da uno a tre figli (più spesso
uno) che appena diventano autonomi vengono “buttati giù”
dal nido, cioè vengono scacciati perché vadano a svolgere
i loro percorsi e a trovare il loro territorio. Si dice anche che la
coppia è inseparabile come quella dei pappagalli: se muore l’uno,
muore anche l’altra.
E così c’è il falcone che tiene la sua base ed il
suo nido nella parete più ripida dell’Epomeo, il falcone
della Scarrupata di Barano e quello di Monte Cotto, il falcone del promontorio
di Punta Imperatore, ed ancora, andando intorno all’isola, troviamo
coppie di falconi pellegrini o pecchiaioli a Zaro, a Montevico e sul
Castello Aragonese.
Durante i mesi invernali si sono alimentati, carpendo i piccoli uccelli
stanziali: passeri, fringuelli, tordi, merli e conigli selvatici, ma
le prede più attese sono sempre le quaglie che sostano sull’isola
allorquando, partendo dall’Africa, migrano verso l’Europa
(1), trovando nelle isole del Tirreno gli scali necessari per alimentarsi
e riposarsi o anche per finire prede dei cacciatori o dei falconi.
È soprattutto nelle mattinate intiepidite dallo scirocco o dal
levante che le quaglie vengono ai lidi d’Ischia, di Capri, di
Ventotene, di Ponza, di Zannone. Giungono a gruppi, numerose od anche
isolate, volando a notevole e costante velocità a solo qualche
metro di altezza sulla superficie del mare, dalla costa è possibile
scorgerle già in lontananza. Ma intanto occhi più acuti,
quelli del falcone, già le hanno individuato librandosi immediatamente
in un volo alto per poi scendere in picchiata verso il mare di Citara,
di Punta Caruso o dei Maronti. L’impatto è frontale ad
altissima velocità, gli artigli del rapace colpiscono la quaglia
che sembra esplodere in un nugolo di sangue e piume che poi lentamente
si adagiano sul mare. Ed il falcone cacciatore, trattenendo con gli
artigli il povero uccello, compie un largo giro per prendere quota e
portarsi all’altezza giusta dalla quale puntare sul suo nido.
Non sempre però questa impresa ha successo; lo stesso falcone
spesso è attaccato sul mare dai gabbiani (‘e roie) che,
agendo in numero di tre o quattro, lo costringono a mollare la presa,
a far cadere la quaglia che subito divorano.
I falconi continuano per ore la caccia alle quaglie ed anche ad altri
uccelli che portano nei loro nidi; molto probabilmente avranno scoperto
nella roccia un anfratto fresco per conservare le prede uccise per più
giorni. Essi stessi però non sono al sicuro, perché sono
presi di mira dai cacciatori; inoltre ci sono persone particolarmente
coraggiose ed abili che scendono lungo le pareti ripidissime, aiutandosi
con una corda, per raggiungere il nido ed impadronirsi dei piccoli falconi.
Si raccontano diversi episodi che riguardano i falconi. Un giovane cacciatore,
prima dell’arrivo delle quaglie, si recava con una barca ancorandosi
sotto la collina di Montevergine, tra la spiaggia di San Francesco e
Punta Caruso: qui aspettava paziente che il falcone uscisse dal nido
per cercare di eliminarlo sparandogli.
Ancora capitò che due giovani stavano recuperando il palamito
di fronte alla punta di Monte Vico, dove una volta veniva impiantata
la Tonnara. Ebbene, all’improvviso un tordo volò in picchiata
dall’alto posandosi nella cesta in cui si raccoglieva il filo
con gli ami.
«Lo presi con delicatezza tra le mani – così mi ha
raccontato il pescatore - e sentii battere forte forte e velocemente
il suo cuoricino. Pensai che fosse per la stanchezza e che per riposarsi
si fosse posato nella cesta, perciò dopo qualche minuto ritenendo
che l’uccelletto si fosse ripreso abbastanza, aprii la mano per
ridargli la libertà. Purtroppo non mi ero accorto che in alto,
proprio in direzione della barca, si librava in attesa il crudele falco
per il quale fu un gioco ghermire il piccolo uccello. Soltanto allora,
molto rammaricato e dispiaciuto, capii che il cuoricino di quel tordo
batteva forte non per la stanchezza, ma perché si era accorto
della presenza del rapace ed aveva tentato di salvarsi rifugiandosi
sulla barca».
Oggi, anno 2005, quando c’è il passaggio delle quaglie
e delle tortore l’attività venatoria è proibita
nella provincia di Napoli.
Ma ogni mattina, all’alba, decine di persone si recano a Zaro,
altre al Soccorso ed ancora ai Maronti o a Campotese per assistere alla
venuta delle quaglie (u’ trasete ‘e quaglie) e questo fenomeno
che si ripete ogni anno è caratterizzato anche dai continui interventi
dei falconi che dominano incontrastati il cielo intorno all’isola
d’Ischia. Su tutti domina, e sembra per un imperscrutabile diritto,
il falcone dell’Epomeo che, seguendo direttrici precise, si lancia
velocissimo verso i lidi di Citara, dei Maronti, di Zaro e di Cartaromana
per ghermire qualche preda e far ritorno al suo nido.
Anche i corvi neri dell’Epomeo (ce ne sono sei o sette stanziali
proprio sulla vetta) fanno qualche timida capatina verso le coste isolane,
in occasione del passo delle quaglie.
|