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«In particulare amò grandemente la Marchesana di Pescara,
del cui divino spirito era inamorato, essendo all’incontro da
lei amato svisceratamente; della quale ancor tiene molte lettere, d’onesto
e dolcissimo amore ripiene, e quali di tal petto uscir solevano, avendo
egli altresì scritto a lei più e più sonetti, pieni
d’ingegno e dolce desiderio. Ella più volte si mosse da
Viterbo e d’altri luoghi, dove fusse andata per diporto e per
passare la state, e a Roma se ne venne, non mossa da altra cagione se
non di veder Michelagnolo; e egli all’incontro tanto amor le portava,
che mi ricorda di sentirlo dire che d’altro non si doleva, se
non che, quando l’andò a vedere nel passar di questa vita,
non così le basciò la fronte o la faccia, come basciò
la mano. Per la costei morte più tempo se ne stette sbigottito
e come insensato».
Così Ascanio
Condivi, nella sua Vita di Michelagnolo Buonarroti intessuta di notizie
apprese “dal vivo oraculo suo” e la cui pubblicazione nel
1553 venne promossa dal Maestro stesso, descriveva l’intensità
dello speciale rapporto di amicizia nato tra Michelangelo e Vittoria
Colonna marchesa di Pescara (1492-1547) verso la fine degli anni trenta
e i primi anni quaranta del Cinquecento, in quella fase particolarmente
difficile del percorso dell’artista che accompagna e segue l’esecuzione
del Giudizio finale e l’esito tormentato della lunga vicenda del
monumento funebre per papa Giulio II. Fu proprio il dialogo privato
e intellettuale tra Michelangelo e Vittoria, entrambi profondamente
coinvolti nelle inquietudini spirituali che di lì a poco sarebbero
state soffocate dalla morsa del Concilio di Trento, a ispirare alcune
tra le più straordinarie invenzioni di soggetto sacro elaborate
dall’artista.
La mostra indaga,
seguendoli nel tempo, aspetti e sviluppi della personalità di
Vittoria Colonna nei diversi contesti di cultura artistica e letteraria
in cui ella si trovò ad agire. L’esposizione parte perciò
da una ricostruzione dell’illustre ambiente umanistico napoletano
in cui Vittoria crebbe e fu educata, organicamente integrato a quel
circuito delle corti che connetteva tra loro tanti centri italiani (Mantova,
Milano, Ferrara, Urbino, Venezia...), generando una densa e unificante
circolazione di artisti e di modelli, figurativi e letterari. Si potranno
ammirare il busto bronzeo del grande filologo Giovanni Pontano eseguito
da Adriano Fiorentino, sceso a Napoli da Mantova; la medaglia di Jacopo
Sannazaro realizzata dallo scultore e orefice Girolamo Santacroce, napoletano
non privo di contatti con la città dei Gonzaga; la medaglia che
ritrae la giovane Vittoria e che è esemplata sul modello famoso
di quella eseguita da Gian Cristoforo Romano per Isabella d’Este,
prezioso gioiello, quest’ultimo, presente anch’esso in mostra.
Sono, queste, opere che introducono eloquentemente nel mondo al contempo
frivolo, sofisticato e grondante di dottrina umanistica che Vittoria
Colonna ha intorno negli anni della sua prima giovinezza: trascorreva
allora lunghi soggiorni nel Castello di Ischia, proprietà di
quegli Avalos che fin dall’infanzia l’avevano predestinata
alle nozze con Francesco Ferrante d’Avalos, celebrate nel 1509.
Vittoria Colonna del resto, figlia di Agnesina di Montefeltro, è
nipote di quei duchi di Urbino, Guidubaldo di Montefeltro e Elisabetta
Gonzaga, che sono figure emblematiche del Cortegiano di Baldassarre
Castiglione, capolavoro letterario della civiltà delle corti
nella cui lunga gestazione Vittoria fu direttamente implicata.
Lo splendido ritratto di Vittoria eseguito da Sebastiano del Piombo
ancora negli anni venti del Cinquecento restituisce un’immagine
di lei dove già traspare il suo impegno letterario, e subito
rimanda al tema delle relazioni privilegiate che legarono il maestro
veneziano, amico di Michelangelo, alla cerchia di protagonisti della
riforma religiosa raccoltasi intorno al cardinale Reginald Pole e alla
stessa marchesa di Pescara. Alla fine del terzo decennio, Vittoria Colonna
chiese all’allievo di Raffaello Giovan Francesco Penni, condotto
a Napoli dal potente e carissimo cugino di Vittoria, Alfonso d’Avalos,
una copia della Trasfigurazione di Raffaello che la marchesa donò
all’ospedale napoletano degli Incurabili. In mostra si potrà
ammirare, proveniente dal Louvre, il bellissimo disegno preparatorio.
Con questa prima parte della mostra si arriva dunque all’indomani
del Sacco di Roma (1527), quando il Castello di Ischia – dove
intorno a Vittoria, ormai vedova, si sono raccolti tanti letterati ed
umanisti traumatizzati da quell’evento – poté apparire
a Paolo Giovio come una sorta di resistenza ultima, e colorata di nostalgia,
della stagione incantata delle corti.
All’inizio degli anni trenta cadono l’esordio di Vittoria
Colonna sulla scena letteraria (già consacrato dall’Ariosto
nella redazione del 1532 dell’Orlando Furioso); l’avvio
del suo intenso rapporto con colui che di quello scenario era allora
protagonista assoluto, Pietro Bembo; e il manifestarsi delle sue prime
irrevocabili inquietudini spirituali. È in questo quadro che
Vittoria richiede in parallelo due raffigurazioni della Maddalena rivolgendosi,
con la mediazione del cugino Alfonso d’Avalos, allora capitano
generale dell’esercito imperiale in Italia, ai due più
acclamati maestri del tempo: Tiziano e Michelangelo. Tiziano esegue
in questa circostanza una Maddalena penitente; Michelangelo, ancora
impegnato per conto di Clemente VII nel cantiere della fabbrica di San
Lorenzo, realizza per Vittoria il cartone di un Noli me tangere, di
cui restano due disegni preparatori della Casa Buonarroti, e la traduzione
su tavola eseguita dal Pontormo, opere presenti tutte in mostra. La
predilezione di Vittoria per la figura della Maddalena si tradusse anche
in concrete iniziative, quali la fondazione a Roma di un rifugio per
le prostitute.
Il tratto conclusivo della mostra illustra la stagione della profonda
amicizia tra Vittoria e Michelangelo, documentata tra l’altro
dai dialoghi romani in cui il giovane portoghese Francisco de Hollanda
raccolse i ricordi del suo soggiorno italiano alla fine degli anni trenta:
qui la poetessa e l’artista figurano come interlocutori, accomunati
dagli stessi interessi poetici e da un intenso scambio di idee. È
il momento in cui Michelangelo concepisce per Vittoria tre disegni ancor
oggi celeberrimi: la Crocifissione con il Cristo vivo, opera perduta
ma a noi nota attraverso tre splendidi disegni preparatori, che si potranno
ammirare in mostra, provenienti dal British Museum e dal Louvre; la
Pietà dell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, riflessione
sulla figura di Cristo che riporta a uno degli aspetti cruciali del
dialogo tra l’artista e Vittoria; e il Cristo e la Samaritana,
di cui è giunto fino a noi uno studio parziale di Michelangelo,
mentre l’intera composizione si conosce attraverso una stampa
di Nicolas Beatrizet e un dipinto di Marcello Venusti, entrambi in mostra.
La Casa
Buonarroti, forte degli approfondimenti apportati con gli anni al progetto,
frutto della ricerca avviata fin dal 1995 in collaborazione con il Kunsthistorisches
Museum di Vienna, nutre la certezza di poter dare vita a un vero e proprio
evento: una mostra che riesca a presentare al vivo una figura di donna
protagonista suprema del suo secolo, la cui fama rimane legata all’amicizia
con Michelangelo ma anche alle vicende varie e appassionanti che la
portarono dalle intellettuali mondanità della giovinezza a un
inedito ruolo di interprete delle inquietudini spirituali e religiose
del suo tempo.

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