La Rassegna d'Ischia 2005
Indietro        Home
Firenze – Casa Buonarroti (25 maggio- 12 settembre 2005)

Vittoria Colonna e Michelangelo
In una sezione: Vittoria Colonna, il Castello d’Ischia e la cultura delle corti


«In particulare amò grandemente la Marchesana di Pescara, del cui divino spirito era inamorato, essendo all’incontro da lei amato svisceratamente; della quale ancor tiene molte lettere, d’onesto e dolcissimo amore ripiene, e quali di tal petto uscir solevano, avendo egli altresì scritto a lei più e più sonetti, pieni d’ingegno e dolce desiderio. Ella più volte si mosse da Viterbo e d’altri luoghi, dove fusse andata per diporto e per passare la state, e a Roma se ne venne, non mossa da altra cagione se non di veder Michelagnolo; e egli all’incontro tanto amor le portava, che mi ricorda di sentirlo dire che d’altro non si doleva, se non che, quando l’andò a vedere nel passar di questa vita, non così le basciò la fronte o la faccia, come basciò la mano. Per la costei morte più tempo se ne stette sbigottito e come insensato».

Così Ascanio Condivi, nella sua Vita di Michelagnolo Buonarroti intessuta di notizie apprese “dal vivo oraculo suo” e la cui pubblicazione nel 1553 venne promossa dal Maestro stesso, descriveva l’intensità dello speciale rapporto di amicizia nato tra Michelangelo e Vittoria Colonna marchesa di Pescara (1492-1547) verso la fine degli anni trenta e i primi anni quaranta del Cinquecento, in quella fase particolarmente difficile del percorso dell’artista che accompagna e segue l’esecuzione del Giudizio finale e l’esito tormentato della lunga vicenda del monumento funebre per papa Giulio II. Fu proprio il dialogo privato e intellettuale tra Michelangelo e Vittoria, entrambi profondamente coinvolti nelle inquietudini spirituali che di lì a poco sarebbero state soffocate dalla morsa del Concilio di Trento, a ispirare alcune tra le più straordinarie invenzioni di soggetto sacro elaborate dall’artista.

La mostra indaga, seguendoli nel tempo, aspetti e sviluppi della personalità di Vittoria Colonna nei diversi contesti di cultura artistica e letteraria in cui ella si trovò ad agire. L’esposizione parte perciò da una ricostruzione dell’illustre ambiente umanistico napoletano in cui Vittoria crebbe e fu educata, organicamente integrato a quel circuito delle corti che connetteva tra loro tanti centri italiani (Mantova, Milano, Ferrara, Urbino, Venezia...), generando una densa e unificante circolazione di artisti e di modelli, figurativi e letterari. Si potranno ammirare il busto bronzeo del grande filologo Giovanni Pontano eseguito da Adriano Fiorentino, sceso a Napoli da Mantova; la medaglia di Jacopo Sannazaro realizzata dallo scultore e orefice Girolamo Santacroce, napoletano non privo di contatti con la città dei Gonzaga; la medaglia che ritrae la giovane Vittoria e che è esemplata sul modello famoso di quella eseguita da Gian Cristoforo Romano per Isabella d’Este, prezioso gioiello, quest’ultimo, presente anch’esso in mostra. Sono, queste, opere che introducono eloquentemente nel mondo al contempo frivolo, sofisticato e grondante di dottrina umanistica che Vittoria Colonna ha intorno negli anni della sua prima giovinezza: trascorreva allora lunghi soggiorni nel Castello di Ischia, proprietà di quegli Avalos che fin dall’infanzia l’avevano predestinata alle nozze con Francesco Ferrante d’Avalos, celebrate nel 1509. Vittoria Colonna del resto, figlia di Agnesina di Montefeltro, è nipote di quei duchi di Urbino, Guidubaldo di Montefeltro e Elisabetta Gonzaga, che sono figure emblematiche del Cortegiano di Baldassarre Castiglione, capolavoro letterario della civiltà delle corti nella cui lunga gestazione Vittoria fu direttamente implicata.
Lo splendido ritratto di Vittoria eseguito da Sebastiano del Piombo ancora negli anni venti del Cinquecento restituisce un’immagine di lei dove già traspare il suo impegno letterario, e subito rimanda al tema delle relazioni privilegiate che legarono il maestro veneziano, amico di Michelangelo, alla cerchia di protagonisti della riforma religiosa raccoltasi intorno al cardinale Reginald Pole e alla stessa marchesa di Pescara. Alla fine del terzo decennio, Vittoria Colonna chiese all’allievo di Raffaello Giovan Francesco Penni, condotto a Napoli dal potente e carissimo cugino di Vittoria, Alfonso d’Avalos, una copia della Trasfigurazione di Raffaello che la marchesa donò all’ospedale napoletano degli Incurabili. In mostra si potrà ammirare, proveniente dal Louvre, il bellissimo disegno preparatorio. Con questa prima parte della mostra si arriva dunque all’indomani del Sacco di Roma (1527), quando il Castello di Ischia – dove intorno a Vittoria, ormai vedova, si sono raccolti tanti letterati ed umanisti traumatizzati da quell’evento – poté apparire a Paolo Giovio come una sorta di resistenza ultima, e colorata di nostalgia, della stagione incantata delle corti.
All’inizio degli anni trenta cadono l’esordio di Vittoria Colonna sulla scena letteraria (già consacrato dall’Ariosto nella redazione del 1532 dell’Orlando Furioso); l’avvio del suo intenso rapporto con colui che di quello scenario era allora protagonista assoluto, Pietro Bembo; e il manifestarsi delle sue prime irrevocabili inquietudini spirituali. È in questo quadro che Vittoria richiede in parallelo due raffigurazioni della Maddalena rivolgendosi, con la mediazione del cugino Alfonso d’Avalos, allora capitano generale dell’esercito imperiale in Italia, ai due più acclamati maestri del tempo: Tiziano e Michelangelo. Tiziano esegue in questa circostanza una Maddalena penitente; Michelangelo, ancora impegnato per conto di Clemente VII nel cantiere della fabbrica di San Lorenzo, realizza per Vittoria il cartone di un Noli me tangere, di cui restano due disegni preparatori della Casa Buonarroti, e la traduzione su tavola eseguita dal Pontormo, opere presenti tutte in mostra. La predilezione di Vittoria per la figura della Maddalena si tradusse anche in concrete iniziative, quali la fondazione a Roma di un rifugio per le prostitute.
Il tratto conclusivo della mostra illustra la stagione della profonda amicizia tra Vittoria e Michelangelo, documentata tra l’altro dai dialoghi romani in cui il giovane portoghese Francisco de Hollanda raccolse i ricordi del suo soggiorno italiano alla fine degli anni trenta: qui la poetessa e l’artista figurano come interlocutori, accomunati dagli stessi interessi poetici e da un intenso scambio di idee. È il momento in cui Michelangelo concepisce per Vittoria tre disegni ancor oggi celeberrimi: la Crocifissione con il Cristo vivo, opera perduta ma a noi nota attraverso tre splendidi disegni preparatori, che si potranno ammirare in mostra, provenienti dal British Museum e dal Louvre; la Pietà dell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, riflessione sulla figura di Cristo che riporta a uno degli aspetti cruciali del dialogo tra l’artista e Vittoria; e il Cristo e la Samaritana, di cui è giunto fino a noi uno studio parziale di Michelangelo, mentre l’intera composizione si conosce attraverso una stampa di Nicolas Beatrizet e un dipinto di Marcello Venusti, entrambi in mostra.

La Casa Buonarroti, forte degli approfondimenti apportati con gli anni al progetto, frutto della ricerca avviata fin dal 1995 in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum di Vienna, nutre la certezza di poter dare vita a un vero e proprio evento: una mostra che riesca a presentare al vivo una figura di donna protagonista suprema del suo secolo, la cui fama rimane legata all’amicizia con Michelangelo ma anche alle vicende varie e appassionanti che la portarono dalle intellettuali mondanità della giovinezza a un inedito ruolo di interprete delle inquietudini spirituali e religiose del suo tempo.