La Rassegna d'Ischia 2005
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Napoli sogna


di Carmine Negro

Nel 1994, nel cuore della città, scompariva uno sterminato parcheggio e appariva Piazza Plebiscito. Vuota sembrava ancora più grande e soprattutto così bella non la ricordava nessuno. Per le festività di Natale e Capodanno, il sindaco della città, Antonio Bassolino, aveva chiesto a Mimmo Paladino un’installazione e l’artista realizzò al centro della Piazza una montagna di sale con grande gioia di quanti scendevano dai vicoli a prelevarlo perché beneaugurante e perché come diceva la signora Concetta all’occorrenza «può servire anche per cucinare». I benpensanti borbottarono ma i ragazzi dopo un primo sbalordimento parteciparono al gioco divertiti. Molto probabilmente è stata quella montagna di sale a rigenerare la vita artistica di Napoli.
La città capitale era stata, per la verità, sempre un luogo privilegiato di produzione dell’arte nei secoli e lo splendore testimoniato dalle grandi mostre sul Seicento e sul Settecento ne è una prova. Ancora negli ultimi tempi mostre, come quelle su Caravaggio o Velazquez, sono riuscite ad avere fino a 200.000 visitatori un numero enorme proiettando Capodimonte tra i musei più visitati d’Europa. Stiamo parlando comunque del periodo d’oro dell’arte a Napoli.
Dopo l’unità d’Italia la città perdeva il ruolo di luogo privilegiato di creazione e realizzazione di opere d’arte; col tempo è venuto a mancare soprattutto il segmento di arte contemporanea.
Alla montagna di sale hanno fatto seguito le stazioni d’arte della nuova metropolitana, le dieci mostre al Museo archeologico, da Richard Serra ad Anish Kapoor, le installazioni di fine anno di Piazza Plebiscito. La più suggestiva, ma anche la più avversata, è stata senza dubbio la realizzazione della tedesca Rebecca Horn che collocò tra i basoli centinaia di teschi con vicino ceri accesi mentre in alto galleggiavano aureole di neon. Un bambino mi chiese come si dovesse guardare se dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso. Non seppi rispondere ma questa domanda mi fece riflettere molto. In quel periodo il Banco di Napoli da sempre legato al destino e alla storia della città perdeva la sua autonomia e perdeva il centro direzionale. Era come se la città sprofondasse e con essa i teschi che lasciavano per sempre le aureole per le viscere della terra. Al contrario i teschi potevano, tramite l’arte, ricercare nelle aureole una nuova vita. L’arte contemporanea quindi, nuova protagonista dell’immaginario collettivo, nuovo interlocutore dei bisogni e delle tensioni che palpitano tra i vicoli stretti e aggressivi della città o nelle violente e feroci periferie.
«Chi ha fame d’arte ora ha il Pan». Lo slogan che indica l’inaugurazione del primo museo di arte contemporanea della città è scritto con gli stessi caratteri degli striscioni dei disoccupati organizzati e per una città che ha fame di tante cose segnala che anche l’arte ha una priorità. Tra poco aprirà nel quartiere Vicaria uno dei più poveri e antichi del centro cittadino, nel palazzo Donna Regina, il museo d’arte contemporanea della Regione che beneficierà di maxi opere e delle donazioni di gallerie e di collezionisti di prima grandezza, come Ileana Sonneband.
Dopo la montagna di sale l’apertura di questi due spazi museali, capaci di indagare con strumenti nuovi l’uomo e i suoi dintorni, sembra far fiorire una nuova primavera in città. Eppure i momenti sono differenti e vanno evidenziati.
Al tempo della montagna di sale i singoli cittadini si sentivano coinvolti in questo riscatto collettivo e vivevano da protagonisti tutto quanto si svolgeva in città perché tutti sentivano il bisogno di scrollarsi di dosso quel malgoverno che l’aveva per anni bloccata come la talpa della linea tranviaria rapida, intrappolata nelle viscere, o le lamiere arrugginite che avevano occupato tante piazze con il sogno del parcheggio sotterraneo. Tutti, dallo spazzino all’autista del tram, dal giovane al vecchio, dal commerciante alla signora Rosetta, che con scrupolosità depositava l’immondizia nel cassonetto, si sentivano protagonisti di quello che venne chiamato il Rinascimento Napoletano. Era sbalorditivo scendere alle prime luci dell’alba e vedere i quartieri spagnoli puliti, incontrare gruppi di turisti armati di macchine fotografiche e videocamere alle prese con l’angolo del palazzo che l’abitudine aveva reso comune e che l’attenzione rischiarava di luce nuova.
Ora non è più così, anche le strade centrali come via Roma e S. Brigida sono sporche e spesso l’immondizia trasborda dai contenitori. Le strade appena rifatte hanno buchi qua e là e gli scippi non si contano più. Anzi quando il signor Antonio ha raccontato di aver perso buona parte della sua pensione ha esclamato «S. Gennaro mi ha fatto un miracolo. Non mi sono fatto niente!”» Sì, ora si sopravvive e si ringrazia di sopravvivere. Non ci si sente parte di un progetto. E tutti i lavori che pure stanno trasformando la città, basta pensare alle metropolitane, non sono vissuti con quell’entusiasmo di un tempo. Gli spazzini che alle 09.00 stanno pulendo via Roma interrompono con animate discussioni il loro lavoro, tanto lo stipendio è poco e non riesce neanche a coprire le spese per la casa, per vestire e mangiare. La signora Rosetta non scende più la spazzatura ma la lancia dall’ultimo piano «.. per strada non si può più scendere». Se qualcuno si lamenta inveisce: «Ma proprio qua sotto devi passare?»
Si c’è bisogno di un nuovo Rinascimento, di un nuovo sogno collettivo in cui ciascuno dia il proprio contributo, in cui ciascuno si senta protagonista attraverso il rispetto delle regole piccole o grandi che siano.
I due nuovi poli di arte contemporanea possono aiutarci a riflettere ad immaginare dei percorsi.. a costruire nel presente il nostro futuro.
Per Lóránd Hegyi « ... Nella mia visione il Pan deve diventare un luogo per la cultura e l’arte contemporanea: a Napoli ci sono molte manifestazioni di grande interesse ma spesso sono vissute occasionalmente. Le esposizioni temporanee che organizziamo devono essere l’occasione per connettere il tessuto culturale e per questo hanno una durata superiore alla norma. Ed è così che prenderà forma questo centro per l’arte contemporanea che, ripeto, non deve essere rigorosamente legato solo alle arti visive. Sono il catalizzatore anche per altro, non possono vivere fuori dal mondo. Napoli non può vivere solo di eventi spettacolari. È mia intenzione creare un contesto e una continuità».
Lo stesso desiderio della società civile.