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di
Carmine Negro
Nel 1994,
nel cuore della città, scompariva uno sterminato parcheggio e
appariva Piazza Plebiscito. Vuota sembrava ancora più grande
e soprattutto così bella non la ricordava nessuno. Per le festività
di Natale e Capodanno, il sindaco della città, Antonio Bassolino,
aveva chiesto a Mimmo Paladino un’installazione e l’artista
realizzò al centro della Piazza una montagna di sale con grande
gioia di quanti scendevano dai vicoli a prelevarlo perché beneaugurante
e perché come diceva la signora Concetta all’occorrenza
«può servire anche per cucinare». I benpensanti borbottarono
ma i ragazzi dopo un primo sbalordimento parteciparono al gioco divertiti.
Molto probabilmente è stata quella montagna di sale a rigenerare
la vita artistica di Napoli.
La città capitale era stata, per la verità, sempre un
luogo privilegiato di produzione dell’arte nei secoli e lo splendore
testimoniato dalle grandi mostre sul Seicento e sul Settecento ne è
una prova. Ancora negli ultimi tempi mostre, come quelle su Caravaggio
o Velazquez, sono riuscite ad avere fino a 200.000 visitatori un numero
enorme proiettando Capodimonte tra i musei più visitati d’Europa.
Stiamo parlando comunque del periodo d’oro dell’arte a Napoli.
Dopo l’unità d’Italia la città perdeva il
ruolo di luogo privilegiato di creazione e realizzazione di opere d’arte;
col tempo è venuto a mancare soprattutto il segmento di arte
contemporanea.
Alla montagna di sale hanno fatto seguito le stazioni d’arte della
nuova metropolitana, le dieci mostre al Museo archeologico, da Richard
Serra ad Anish Kapoor, le installazioni di fine anno di Piazza Plebiscito.
La più suggestiva, ma anche la più avversata, è
stata senza dubbio la realizzazione della tedesca Rebecca Horn che collocò
tra i basoli centinaia di teschi con vicino ceri accesi mentre in alto
galleggiavano aureole di neon. Un bambino mi chiese come si dovesse
guardare se dal basso verso l’alto o dall’alto verso il
basso. Non seppi rispondere ma questa domanda mi fece riflettere molto.
In quel periodo il Banco di Napoli da sempre legato al destino e alla
storia della città perdeva la sua autonomia e perdeva il centro
direzionale. Era come se la città sprofondasse e con essa i teschi
che lasciavano per sempre le aureole per le viscere della terra. Al
contrario i teschi potevano, tramite l’arte, ricercare nelle aureole
una nuova vita. L’arte contemporanea quindi, nuova protagonista
dell’immaginario collettivo, nuovo interlocutore dei bisogni e
delle tensioni che palpitano tra i vicoli stretti e aggressivi della
città o nelle violente e feroci periferie.
«Chi ha fame d’arte ora ha il Pan». Lo slogan che
indica l’inaugurazione del primo museo di arte contemporanea della
città è scritto con gli stessi caratteri degli striscioni
dei disoccupati organizzati e per una città che ha fame di tante
cose segnala che anche l’arte ha una priorità. Tra poco
aprirà nel quartiere Vicaria uno dei più poveri e antichi
del centro cittadino, nel palazzo Donna Regina, il museo d’arte
contemporanea della Regione che beneficierà di maxi opere e delle
donazioni di gallerie e di collezionisti di prima grandezza, come Ileana
Sonneband.
Dopo la montagna di sale l’apertura di questi due spazi museali,
capaci di indagare con strumenti nuovi l’uomo e i suoi dintorni,
sembra far fiorire una nuova primavera in città. Eppure i momenti
sono differenti e vanno evidenziati.
Al tempo della montagna di sale i singoli cittadini si sentivano coinvolti
in questo riscatto collettivo e vivevano da protagonisti tutto quanto
si svolgeva in città perché tutti sentivano il bisogno
di scrollarsi di dosso quel malgoverno che l’aveva per anni bloccata
come la talpa della linea tranviaria rapida, intrappolata nelle viscere,
o le lamiere arrugginite che avevano occupato tante piazze con il sogno
del parcheggio sotterraneo. Tutti, dallo spazzino all’autista
del tram, dal giovane al vecchio, dal commerciante alla signora Rosetta,
che con scrupolosità depositava l’immondizia nel cassonetto,
si sentivano protagonisti di quello che venne chiamato il Rinascimento
Napoletano. Era sbalorditivo scendere alle prime luci dell’alba
e vedere i quartieri spagnoli puliti, incontrare gruppi di turisti armati
di macchine fotografiche e videocamere alle prese con l’angolo
del palazzo che l’abitudine aveva reso comune e che l’attenzione
rischiarava di luce nuova.
Ora non è più così, anche le strade centrali come
via Roma e S. Brigida sono sporche e spesso l’immondizia trasborda
dai contenitori. Le strade appena rifatte hanno buchi qua e là
e gli scippi non si contano più. Anzi quando il signor Antonio
ha raccontato di aver perso buona parte della sua pensione ha esclamato
«S. Gennaro mi ha fatto un miracolo. Non mi sono fatto niente!”»
Sì, ora si sopravvive e si ringrazia di sopravvivere. Non ci
si sente parte di un progetto. E tutti i lavori che pure stanno trasformando
la città, basta pensare alle metropolitane, non sono vissuti
con quell’entusiasmo di un tempo. Gli spazzini che alle 09.00
stanno pulendo via Roma interrompono con animate discussioni il loro
lavoro, tanto lo stipendio è poco e non riesce neanche a coprire
le spese per la casa, per vestire e mangiare. La signora Rosetta non
scende più la spazzatura ma la lancia dall’ultimo piano
«.. per strada non si può più scendere». Se
qualcuno si lamenta inveisce: «Ma proprio qua sotto devi passare?»
Si c’è bisogno di un nuovo Rinascimento, di un nuovo sogno
collettivo in cui ciascuno dia il proprio contributo, in cui ciascuno
si senta protagonista attraverso il rispetto delle regole piccole o
grandi che siano.
I due nuovi poli di arte contemporanea possono aiutarci a riflettere
ad immaginare dei percorsi.. a costruire nel presente il nostro futuro.
Per Lóránd Hegyi « ... Nella mia visione il Pan
deve diventare un luogo per la cultura e l’arte contemporanea:
a Napoli ci sono molte manifestazioni di grande interesse ma spesso
sono vissute occasionalmente. Le esposizioni temporanee che organizziamo
devono essere l’occasione per connettere il tessuto culturale
e per questo hanno una durata superiore alla norma. Ed è così
che prenderà forma questo centro per l’arte contemporanea
che, ripeto, non deve essere rigorosamente legato solo alle arti visive.
Sono il catalizzatore anche per altro, non possono vivere fuori dal
mondo. Napoli non può vivere solo di eventi spettacolari. È
mia intenzione creare un contesto e una continuità».
Lo stesso desiderio della società civile.

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