|
di
Anna Pilato
L’architettura
mediterranea esce totalmente da canoni precisi di classificazione, ma
pure è così immediata e riconoscibile, avendo preso forma
da eredità assimilate dal popolo, tenute vive nel tempo e modificate
soltanto da un discretissimo istinto a nuove necessità. Gli stessi
materiali usati per la costruzione, quali il tufo locale nelle sue diverse
tonalità, il piperno, il basalto, la trachite, hanno contribuito
a determinarne la caratterizzazione. Una caratterizzazione inoltre provocata
da esigenze comuni, sentite e quindi risolte architettonicamente con
semplicità, con umiltà, raggiungendo a volte, attraverso
inconsapevoli intuizioni, effetti dinamici incredibili. Dicevamo che
l’architettura mediterranea, meglio la casa mediterranea, non
ha uno stile preciso, ma ha invece una sua linea, unica e sempre diversa,
presente nella casa del contadino come in quella signorile, e forse
in questo è la sua validità maggiore, la sua bellezza,
che non è mai da ricercarsi nella decorazione, ma nei suoi elementi
strutturali e portanti veri e propri, vicinissimi al moderno concetto
di Le Corbusier: «L’Architettura non ha niente a che vedere
con la decorazione». Quello che lega la casa mediterranea dell’Isola
d’Ischia alla storia delle terre del grande Mediterraneo, si struttura
nelle stesse arcate dei cortili, nelle scale rampanti, nelle balconate
pensili, nelle mensole, nei portali, nelle balaustre in muratura piena
terminanti in volute, nella tipica copertura a volta, nella terracotta,
nel colore bianco o rosa. Tutto questo si ripete in continuità,
incredibilmente rinnovato ogni volta, venendo a costituire case, strade,
quindi centri urbani quali Ischia Ponte, Forio, S. Angelo, Fontana,
Noia, Ciglio, Testaccio ed altri. La casa di Ischia Ponte, ad esempio,
o quella di Forio, si affianca alla casa araba, alla casa greca, a quella
catalana, proprio per quelle stesse spinte emotive sofferte da popoli
di mare che hanno riversato nelle case la loro natura incline alla bellezza,
alla plasticità, al misticismo, lasciando fuori la paura e chiudendosi
alle spalle una lunga storia difficile. Ma la nostra casa mediterranea,
anche se derivata dall’arte colta, acquista una sua autonomia.
Riguardiamo insieme queste costruzioni “fatte a mano” come
dice felicemente l’architetto Roberto Pane: rivediamole e vi troveremo
tutto quello che l’artigiano vi ha riversato con amore e che l’edilizia
moderna, o meglio la speculazione dell’edilizia moderna e contemporanea
sta soffocando e coprendo, eliminando o peggio ancora ricopiando. La
casa mediterranea, mentre in centri urbani, in particolar modo Ischia
Ponte, si alza in più piani proprio per lo spazio ristretto,
raggiungendo così effetti straordinari con quelle scale rampanti
esterne, generalmente è ad un piano o due, con la copertura a
volta, soprattutto nei versanti meridionali ed orientali dell’isola.
La volta viene applicata in varie soluzioni: a padiglione, a vela, per
gli ambienti a pianta quadrata, a botte per i cellai, a gàveta
e a crociera a copertura di quelle splendide abitazioni signorili o
anche di costruzioni a carattere religioso. Non sono lontanissimi i
tempi in cui la messa in opera di una lamia a gàveta, la battitura
del tetto coi “pontoni”, si concludeva al terzo giorno con
una festa. Danze, canti, banchetti. Eppure sembra siano trascorsi dei
secoli. Non c’è più tempo, non c’è
più spazio per la serenità. C’è solo l’abuso
al paesaggio, il colpo di mano: la festa è nell’averla
fatta franca e non s’invita nessuno. La casa mediterranea non
è quasi mai progettata. È il risultato, sempre coerente,
di una funzione, di una specifica esigenza e si manifesta in rapporti
di spazi continuamente diversi, fantastici, scenografici. Ambienti che
non materializzano una pianta tracciata, ma un’idea: si articolano,
si aggiungono, si innestano sovrapponendosi successivamente al nucleo
primitivo dell’abitazione, in parallela crescita con il gruppo
familiare ed il progredire delle proprie attività; il nucleo
antico, la “casa”, intesa come camera, viene incorporato
completamente. L’architetto Pane afferma che «in queste
case rustiche si sente che al metro si sono sostituiti i passi e che
la livella, il filo a piombo, lo squadro non sono stati usati; donde
quel senso di vivace approssimazione, quell’ignoranza di un’assoluta
geometria che queste case hanno in comune tra loro e che così
felicemente le ambienta alla terra e al verde».
Questo senso di armonia che si avverte nella semplice casa è
presente anche in quella signorile: la proporzione maggiore non intacca
quei principi che sono alla base di questo stile mediterraneo. La differenza
sostanziale fra casa rustica e casa signorile è proprio nella
realizzazione della costruzione: nella prima, oltre alla descritta diramazione
dal nucleo originario, la pianta presenta diversità di soluzioni
determinate da fattori di spazio e di economia, tutte motivazioni invece
assenti nella seconda. Affacciate sul mare o sulla campagna, queste
case affermano tutta la loro validità ancora oggi. Ci suggeriscono
come risolvere problemi d’ambientazione, di dimensione, ma pochi
ne hanno tratto insegnamento e, se qualcuno ci ha provato, ne ha falsato
completamente lo spirito. Oggi non è possibile più quella
determinata ripetizione strutturale dimensionale o distributiva. Troppi
fattori sono venuti meno: il modo di vivere, di abitare si è
alterato. Ci si è liberati dai limiti derivati dalla ridotta
cubatura, dalla carenza di servizi, dai difficili accessi. Ciascuno
ha reagito richiedendo una casa diversa da quella in cui si era vissuto
per anni ed anni, ma purtroppo senza aver avuto il tempo di fermarsi
un attimo a intendere il significato sociale, culturale dell’abitazione.
La casa del pescatore, la casa del contadino, la casa del signorotto
sono finite per sempre: in una lotta ad armi pari, non più contro
le incursioni dei pirati, o contro le dominazioni o gli sconvolgimenti
della terra, le categorie sociali si sono fuse per una unica grande
corsa: alla speculazione edilizia, dovunque e comunque.
Il vecchio buon d’Ascia nel 1864 scriveva: «Belli, decenti
sono la maggior parte de’ fabbricati del Comune d’Ischia.
Difetta Ischia di decenti alberghi, i soli che possono ricoverare un
galantuomo non molto esigente sono la Villa Drago, sulla strada del
Cremato, e la locanda di Buono sulla piazza del Comune!» No comment.
Più tardi, nel primo ventennio del Novecento, a Capri, si tiene
un grande convegno, il Convegno del Paesaggio. Vi partecipano i nomi
più illustri del momento e di ogni settore: dalla critica all’urbanistica,
dalla pittura alla musica, dalla letteratura alla politica. Un convegno
«per riunire su quest’isola gli Italiani cui sta a cuore
il patrimonio artistico di questa regione» motiva Edwin Cerio,
promotore del convegno e sindaco di Capri. Solo alcuni nomi chiariscono
immediatamente l’enorme portata e l’importanza del convegno:
Bragaglia, Diaz, Croce, Marangoni, Cilea, Calò, Filangieri, Ojetti,
Ricci, De Nicola, Marinetti, Di Giacomo, Tavolato. Anche il Comune d’Ischia
vi partecipa, rappresentato dall’avvocato Guglielmo Waschimps.
A Capri si afferma che l’architettura mediterranea derivava dalla
vivacità e dalla duttilità dell’ingegno del popolo
meridionale, e soprattutto da un innato, assennato equilibrio tra le
proprie necessità e le cose disponibili. Si ribadisce che la
casa mediterranea è parte del nostro patrimonio spirituale. Il
sindaco E. Cerio dichiara: «Si può avere poca fede nell’efficacia
di norme legislative ed iniziative burocratiche intese a preservare
la bellezza di un luogo quando, a distruggerla, concorrono non solamente
le mutate condizioni di vita, lo spirito bottegaio di una generazione
che antepone a tutte le considerazioni estetiche il calcolo di una gretta
economia, e la pratica utilitaria che informa la tecnica moderna, ma
anche l’ostilità delle autorità stesse cui incomberebbe
il dovere della preservazione dai costruttori incapaci di comprendere
l’importanza della loro missione, dai proprietari poco accessibili
alle ragioni ideali prospettate in nome dell’estetica paesana».
Sono poi tanto diverse le parole di Cerio da quelle del secolo precedente,
espresse dal d’Ascia? I nostri padri..., quantunque più
circoscritte fossero le idee e le cognizioni, dobbiamo dire che nutrivano
maggiore affetto di noi al loro paese, perché pensavano ad illustrarlo,
perché amavano nobilitarlo. A questo affetto sembra sia succeduto
uno sconfortante egoismo. Perché non conserviamo il retaggio
dell’arte come si conviene? Vane domande, vane parole.
Ritorniamo ai motivi della nostra casa mediterranea: essa è funzionale,
un tipo di funzionalità raggiunto con minimi mezzi e con massimo
rispetto. Se a volte certe strutture possono sembrare suggerite da fantasiosi
voli, la realtà è un’altra: è solamente l’adeguamento
ad una pratica funzione. Forme sorprendenti se osservate in chiave estetica,
ma che non diminuiscono la validità e la vivacità dei
risultati, se interpretate nella loro funzionalità. Sarebbe interessante
poter seguire praticamente un itinerario lungo i centri mediterranei
dell’Isola d’Ischia: tanti ambienti, tante soluzioni dove
predomina quasi un sentimento dello spazio. Ogni linea ha una sua forza
spontanea, marcata, stimolante. Le scale ad esempio, esterne per lo
più nelle case rustiche ed interne nelle case signorili, rampanti,
contratte da stretti passaggi, hanno una bellezza fantastica, un respiro
proprio: la loro funzione è sempre tradotta in una coerente sequenza
di spazi, di proporzioni. Non servono solo per salire e per scendere.
Corrispondono ad uno spontaneo intendimento della funzione umana, e
vi è quasi sempre presente il concetto di spazio vissuto, tipico
di questa architettura, e non casuale. Le balaustre in muratura piena,
ammorbidite dal tondo del corrimano in piperno, terminano in volute
che trovano leggerezza e grazia. Il materiale usato, la qualità
della malta che, dopo l’indurimento e la presa, si fa monolitico
con la muratura stessa della casa rende possibili alcune soluzioni,
come certe scale esterne, ad Ischia Ponte ad esempio, che si volgono
in due tese, una perpendicolare e l’altra parallela alla facciata
della casa.
Non vogliamo essere d’accordo con Le Corbusier, quando dice che
«la grande arte vive di mezzi poveri?». Questa forma di
architettura, così bella e pura, non merita forse tale definizione,
un poco ad honorem, visto che il caos edilizio di oggi, così
incalzante, non ci consente di ravvisarla più tanto bene, così
sommersa, soffocata com’è da tantissime costruzioni terribili?
E poi il piperno che delinea i portali che seguono l’antica sagoma
delle porte dei cellai scavati nel tufo. I pozzi splendidi, le stradine
interne strette e buie fino alla luce accecante del mare o della campagna,
passaggi coperti, incredibili comignoli, giardini interni, i pergolati,
sono complementi della casa mediterranea e si potrebbe dire tanto su
ognuno di questi elementi. Come ancora tanto si potrebbe dire su quest’architettura,
definendone meglio l’origine, attraverso la storia che l’Isola
d’Ischia ha vissuto sino ad oggi. Una storia drammatica, fatta
di dolore e di paura, di un popolo che ha modellato centri urbani in
corrispondenza di precise situazioni storiche ed ambientali, che comunque
si siano avvicendate, sino a qualche ventennio fa, sono state sempre
dure, oppressive. Ma la confusione che c’è oggi, e non
soltanto da un punto di vista architettonico, cerchiamo di dissiparla,
perché finirà con il soffocare quello che c’è
di più bello intorno a noi e dentro di noi. È mai possibile
che quest’isola, complessata da secoli da un baratto con Capri
perché sconvolta da mille guai tellurici finalmente placati,
non riesca a trovare la strada giusta? Da chi mai e da che cosa deve
venire una spinta sufficiente per proteggere una buona volta quello
che di prezioso è affiorato proprio grazie a tutto quel fuoco
che aveva nelle viscere, per conservare quello che di mediterraneo le
è rimasto, e crearsi un moderno, valido tipo di costruzione in
armonia con il paesaggio, i tempi, le esigenze? Uomini come Paolo Buchner,
come Edwin Cerio, non nascono più. Solo gli Ischitani, noi crediamo,
possono ridare una dignità a questa splendida Isola e soprattutto
a se stessi.

|