La Rassegna d'Ischia 2005
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L’architettura mediterranea caratterizza l’isola d’Ischia

di Anna Pilato

L’architettura mediterranea esce totalmente da canoni precisi di classificazione, ma pure è così immediata e riconoscibile, avendo preso forma da eredità assimilate dal popolo, tenute vive nel tempo e modificate soltanto da un discretissimo istinto a nuove necessità. Gli stessi materiali usati per la costruzione, quali il tufo locale nelle sue diverse tonalità, il piperno, il basalto, la trachite, hanno contribuito a determinarne la caratterizzazione. Una caratterizzazione inoltre provocata da esigenze comuni, sentite e quindi risolte architettonicamente con semplicità, con umiltà, raggiungendo a volte, attraverso inconsapevoli intuizioni, effetti dinamici incredibili. Dicevamo che l’architettura mediterranea, meglio la casa mediterranea, non ha uno stile preciso, ma ha invece una sua linea, unica e sempre diversa, presente nella casa del contadino come in quella signorile, e forse in questo è la sua validità maggiore, la sua bellezza, che non è mai da ricercarsi nella decorazione, ma nei suoi elementi strutturali e portanti veri e propri, vicinissimi al moderno concetto di Le Corbusier: «L’Architettura non ha niente a che vedere con la decorazione». Quello che lega la casa mediterranea dell’Isola d’Ischia alla storia delle terre del grande Mediterraneo, si struttura nelle stesse arcate dei cortili, nelle scale rampanti, nelle balconate pensili, nelle mensole, nei portali, nelle balaustre in muratura piena terminanti in volute, nella tipica copertura a volta, nella terracotta, nel colore bianco o rosa. Tutto questo si ripete in continuità, incredibilmente rinnovato ogni volta, venendo a costituire case, strade, quindi centri urbani quali Ischia Ponte, Forio, S. Angelo, Fontana, Noia, Ciglio, Testaccio ed altri. La casa di Ischia Ponte, ad esempio, o quella di Forio, si affianca alla casa araba, alla casa greca, a quella catalana, proprio per quelle stesse spinte emotive sofferte da popoli di mare che hanno riversato nelle case la loro natura incline alla bellezza, alla plasticità, al misticismo, lasciando fuori la paura e chiudendosi alle spalle una lunga storia difficile. Ma la nostra casa mediterranea, anche se derivata dall’arte colta, acquista una sua autonomia. Riguardiamo insieme queste costruzioni “fatte a mano” come dice felicemente l’architetto Roberto Pane: rivediamole e vi troveremo tutto quello che l’artigiano vi ha riversato con amore e che l’edilizia moderna, o meglio la speculazione dell’edilizia moderna e contemporanea sta soffocando e coprendo, eliminando o peggio ancora ricopiando. La casa mediterranea, mentre in centri urbani, in particolar modo Ischia Ponte, si alza in più piani proprio per lo spazio ristretto, raggiungendo così effetti straordinari con quelle scale rampanti esterne, generalmente è ad un piano o due, con la copertura a volta, soprattutto nei versanti meridionali ed orientali dell’isola. La volta viene applicata in varie soluzioni: a padiglione, a vela, per gli ambienti a pianta quadrata, a botte per i cellai, a gàveta e a crociera a copertura di quelle splendide abitazioni signorili o anche di costruzioni a carattere religioso. Non sono lontanissimi i tempi in cui la messa in opera di una lamia a gàveta, la battitura del tetto coi “pontoni”, si concludeva al terzo giorno con una festa. Danze, canti, banchetti. Eppure sembra siano trascorsi dei secoli. Non c’è più tempo, non c’è più spazio per la serenità. C’è solo l’abuso al paesaggio, il colpo di mano: la festa è nell’averla fatta franca e non s’invita nessuno. La casa mediterranea non è quasi mai progettata. È il risultato, sempre coerente, di una funzione, di una specifica esigenza e si manifesta in rapporti di spazi continuamente diversi, fantastici, scenografici. Ambienti che non materializzano una pianta tracciata, ma un’idea: si articolano, si aggiungono, si innestano sovrapponendosi successivamente al nucleo primitivo dell’abitazione, in parallela crescita con il gruppo familiare ed il progredire delle proprie attività; il nucleo antico, la “casa”, intesa come camera, viene incorporato completamente. L’architetto Pane afferma che «in queste case rustiche si sente che al metro si sono sostituiti i passi e che la livella, il filo a piombo, lo squadro non sono stati usati; donde quel senso di vivace approssimazione, quell’ignoranza di un’assoluta geometria che queste case hanno in comune tra loro e che così felicemente le ambienta alla terra e al verde».
Questo senso di armonia che si avverte nella semplice casa è presente anche in quella signorile: la proporzione maggiore non intacca quei principi che sono alla base di questo stile mediterraneo. La differenza sostanziale fra casa rustica e casa signorile è proprio nella realizzazione della costruzione: nella prima, oltre alla descritta diramazione dal nucleo originario, la pianta presenta diversità di soluzioni determinate da fattori di spazio e di economia, tutte motivazioni invece assenti nella seconda. Affacciate sul mare o sulla campagna, queste case affermano tutta la loro validità ancora oggi. Ci suggeriscono come risolvere problemi d’ambientazione, di dimensione, ma pochi ne hanno tratto insegnamento e, se qualcuno ci ha provato, ne ha falsato completamente lo spirito. Oggi non è possibile più quella determinata ripetizione strutturale dimensionale o distributiva. Troppi fattori sono venuti meno: il modo di vivere, di abitare si è alterato. Ci si è liberati dai limiti derivati dalla ridotta cubatura, dalla carenza di servizi, dai difficili accessi. Ciascuno ha reagito richiedendo una casa diversa da quella in cui si era vissuto per anni ed anni, ma purtroppo senza aver avuto il tempo di fermarsi un attimo a intendere il significato sociale, culturale dell’abitazione. La casa del pescatore, la casa del contadino, la casa del signorotto sono finite per sempre: in una lotta ad armi pari, non più contro le incursioni dei pirati, o contro le dominazioni o gli sconvolgimenti della terra, le categorie sociali si sono fuse per una unica grande corsa: alla speculazione edilizia, dovunque e comunque.
Il vecchio buon d’Ascia nel 1864 scriveva: «Belli, decenti sono la maggior parte de’ fabbricati del Comune d’Ischia. Difetta Ischia di decenti alberghi, i soli che possono ricoverare un galantuomo non molto esigente sono la Villa Drago, sulla strada del Cremato, e la locanda di Buono sulla piazza del Comune!» No comment. Più tardi, nel primo ventennio del Novecento, a Capri, si tiene un grande convegno, il Convegno del Paesaggio. Vi partecipano i nomi più illustri del momento e di ogni settore: dalla critica all’urbanistica, dalla pittura alla musica, dalla letteratura alla politica. Un convegno «per riunire su quest’isola gli Italiani cui sta a cuore il patrimonio artistico di questa regione» motiva Edwin Cerio, promotore del convegno e sindaco di Capri. Solo alcuni nomi chiariscono immediatamente l’enorme portata e l’importanza del convegno: Bragaglia, Diaz, Croce, Marangoni, Cilea, Calò, Filangieri, Ojetti, Ricci, De Nicola, Marinetti, Di Giacomo, Tavolato. Anche il Comune d’Ischia vi partecipa, rappresentato dall’avvocato Guglielmo Waschimps. A Capri si afferma che l’architettura mediterranea derivava dalla vivacità e dalla duttilità dell’ingegno del popolo meridionale, e soprattutto da un innato, assennato equilibrio tra le proprie necessità e le cose disponibili. Si ribadisce che la casa mediterranea è parte del nostro patrimonio spirituale. Il sindaco E. Cerio dichiara: «Si può avere poca fede nell’efficacia di norme legislative ed iniziative burocratiche intese a preservare la bellezza di un luogo quando, a distruggerla, concorrono non solamente le mutate condizioni di vita, lo spirito bottegaio di una generazione che antepone a tutte le considerazioni estetiche il calcolo di una gretta economia, e la pratica utilitaria che informa la tecnica moderna, ma anche l’ostilità delle autorità stesse cui incomberebbe il dovere della preservazione dai costruttori incapaci di comprendere l’importanza della loro missione, dai proprietari poco accessibili alle ragioni ideali prospettate in nome dell’estetica paesana». Sono poi tanto diverse le parole di Cerio da quelle del secolo precedente, espresse dal d’Ascia? I nostri padri..., quantunque più circoscritte fossero le idee e le cognizioni, dobbiamo dire che nutrivano maggiore affetto di noi al loro paese, perché pensavano ad illustrarlo, perché amavano nobilitarlo. A questo affetto sembra sia succeduto uno sconfortante egoismo. Perché non conserviamo il retaggio dell’arte come si conviene? Vane domande, vane parole.
Ritorniamo ai motivi della nostra casa mediterranea: essa è funzionale, un tipo di funzionalità raggiunto con minimi mezzi e con massimo rispetto. Se a volte certe strutture possono sembrare suggerite da fantasiosi voli, la realtà è un’altra: è solamente l’adeguamento ad una pratica funzione. Forme sorprendenti se osservate in chiave estetica, ma che non diminuiscono la validità e la vivacità dei risultati, se interpretate nella loro funzionalità. Sarebbe interessante poter seguire praticamente un itinerario lungo i centri mediterranei dell’Isola d’Ischia: tanti ambienti, tante soluzioni dove predomina quasi un sentimento dello spazio. Ogni linea ha una sua forza spontanea, marcata, stimolante. Le scale ad esempio, esterne per lo più nelle case rustiche ed interne nelle case signorili, rampanti, contratte da stretti passaggi, hanno una bellezza fantastica, un respiro proprio: la loro funzione è sempre tradotta in una coerente sequenza di spazi, di proporzioni. Non servono solo per salire e per scendere. Corrispondono ad uno spontaneo intendimento della funzione umana, e vi è quasi sempre presente il concetto di spazio vissuto, tipico di questa architettura, e non casuale. Le balaustre in muratura piena, ammorbidite dal tondo del corrimano in piperno, terminano in volute che trovano leggerezza e grazia. Il materiale usato, la qualità della malta che, dopo l’indurimento e la presa, si fa monolitico con la muratura stessa della casa rende possibili alcune soluzioni, come certe scale esterne, ad Ischia Ponte ad esempio, che si volgono in due tese, una perpendicolare e l’altra parallela alla facciata della casa.
Non vogliamo essere d’accordo con Le Corbusier, quando dice che «la grande arte vive di mezzi poveri?». Questa forma di architettura, così bella e pura, non merita forse tale definizione, un poco ad honorem, visto che il caos edilizio di oggi, così incalzante, non ci consente di ravvisarla più tanto bene, così sommersa, soffocata com’è da tantissime costruzioni terribili?
E poi il piperno che delinea i portali che seguono l’antica sagoma delle porte dei cellai scavati nel tufo. I pozzi splendidi, le stradine interne strette e buie fino alla luce accecante del mare o della campagna, passaggi coperti, incredibili comignoli, giardini interni, i pergolati, sono complementi della casa mediterranea e si potrebbe dire tanto su ognuno di questi elementi. Come ancora tanto si potrebbe dire su quest’architettura, definendone meglio l’origine, attraverso la storia che l’Isola d’Ischia ha vissuto sino ad oggi. Una storia drammatica, fatta di dolore e di paura, di un popolo che ha modellato centri urbani in corrispondenza di precise situazioni storiche ed ambientali, che comunque si siano avvicendate, sino a qualche ventennio fa, sono state sempre dure, oppressive. Ma la confusione che c’è oggi, e non soltanto da un punto di vista architettonico, cerchiamo di dissiparla, perché finirà con il soffocare quello che c’è di più bello intorno a noi e dentro di noi. È mai possibile che quest’isola, complessata da secoli da un baratto con Capri perché sconvolta da mille guai tellurici finalmente placati, non riesca a trovare la strada giusta? Da chi mai e da che cosa deve venire una spinta sufficiente per proteggere una buona volta quello che di prezioso è affiorato proprio grazie a tutto quel fuoco che aveva nelle viscere, per conservare quello che di mediterraneo le è rimasto, e crearsi un moderno, valido tipo di costruzione in armonia con il paesaggio, i tempi, le esigenze? Uomini come Paolo Buchner, come Edwin Cerio, non nascono più. Solo gli Ischitani, noi crediamo, possono ridare una dignità a questa splendida Isola e soprattutto a se stessi
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