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di
Giovanni Castagna
La
notizia della morte di Giorgio Buchner (4 febbraio 2005) mi ha colpito
a Parigi e subito ho pensato «sono le querce che la morte abbatte»,
le querce che dovrebbero essere perenni per indicarci il cammino e spesso
proteggerci.
Ho sempre avuto un timore riverenziale per il grande
archeologo, anche se nei rari incontri, rari per me, mi hanno sempre
colpito la sua modestia, la cordialità e la disponibilità.
Pur avendo studiato molte delle sue opere, non ho mai osato parlare
di archeologia con lui, ma solo dei viaggiatori, stranieri e italiani,
che fin dal ‘700 avevano visitato l’isola d’Ischia
ed egli, non poche volte, mi fu prodigo di indicazioni, suggerimenti
e consigli, come anche per le ricerche storiche sull’Isola, conoscendo
questa mia passione.
Io lo ricorderò sempre come lo vedevo negli
anni ’53-54 del secolo scorso, quando, appena ventenne e indeciso
sul mio avvenire, mi attardavo, dimentico delle sirene della spiaggia,
sul ciglio della stradina, che leggermente dominava la zona scavi; lo
vedevo muoversi fra quelle tombe, misurare, fotografare, dare indicazioni,
chinarsi a raccogliere un coccio. A volte sembrava che accarezzasse
il reperto, come a sfiorare con le dita le tracce delle dita degli antichi
artigiani o del defunto che l’aveva utilizzato. Altre volte sollevava
l’oggetto, che nel sole sembrava avere un suono sordo, come quello
dei remi nel mare, della secca giara scavata nella terra, «anima
antica arsa dalla morte». Lo sollevava forse per meglio studiarlo,
ma credo, piuttosto, per consegnarlo alla luce della storia e all’incanto
del sogno.
Sì, all’incanto del sogno.
Nella sala III del Museo Archeologico di Pithecusæ,
quel museo da lui fortemente voluto, sembra di sentire un coro di bimbi
che cantano una canzoncina per apprendere l’alfabeto: ...
alfa, beta, gamma, delta, épsilon, zeta,eta.... e
nel coro sembra distinguersi la voce di Ame, fanciulla pitecussana,
che legge il suo nome inciso sull’oinochoe, che il padre le ha
regalato. Davanti alla vetrina dei carretti e dei muli si ritrova tutta
la poesia, sfumata nello sforzo della traduzione al liceo, con quell’augurio:
«la sposa di tuo figlio su un carro giungerà da voi / e
mule dai piedi robusti la porteranno in questa casa».
C’è un angolo sulla terrazza dell’Arbusto
ove tacciono i venti, anche se all’intorno infuriano, da dove
guardando il mare, sembra risentire«Cargoes» di Johnn Masefield:
«Quinquereme
of Ninevah from distant Ophir
Rowing home to haven in sunny » Pithecusæ
con
un carico di madreperle e coralli, ambra e ebano, e voluttuosi oli d’ogni
specie, comprati negli empori fenici; un carico di smeraldi e d’ametista,
amuleti e scarabei, fibule e diademi e anche di schiavi.
Tra lo sbarco e l’imbarco s’incrociano
i richiami ed i saluti: «nàios», «khàire»,
«salam» ed in altre favelle. Rivive e si agita tutto un
mondo mai immaginato sull’Isola e a quest’Isola hai rivelato
ch’una stirpe vive in essa, per secoli oppressa dall’oblio.
Ti accolgano i campi Elisi di Omero, le isole scintillanti
e gli infiniti orizzonti del cielo cristiano: da quando, come cantò
il poeta Sikelianos, l’idolo della Grande Madre, l’eterna
Madre, «ha preso aspetto umano, piamente addolorato», che
allora si chiamava Demetra, in pena per la figlia, ora Panaghìa,
in pena per il figlio, il paradiso dei giusti è uno solo.
Nel frattempo, «Pammêtor ghê, khàire,»
su di lui «epèkhois abarês» (Terra,
madre di tutte le cose, salve: su di lui lieve sia il tuo peso).
Vedi
anche
Il
nome e l'opera di colui che ha scoperto Pithekoussai negli scritti di
archeologi e studiosi
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