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I
Volontari Ungheresi tra i Garibaldini
di Vincenzo Cuomo
Il nostro Risorgimento nazionale
resta una nobile pagina di storia perché nella mente e nel cuore
di coloro che per esso lottarono, soffrirono e si sacrificarono, non
volle essere la sterile creazione di un nazionalistico potente Stato
da contrapporre agli altri già esistenti in Europa. Essi desiderarono
unicamente cercare di unire, in un’area costituzionale, un popolo
diviso e oppresso da tanti tirannelli locali sui quali vegliava guardinga
l’Austria, anch’essa nostro oppressore. Desideravano, quindi,
ridare unità a una Nazione che per secoli, proprio perché
divisa, tanti avevano cercato di sfruttare e conquistare e che ancora
tentavano di fare, unicamente per la propria gloria e il proprio tornaconto.
Infine, volevano anche dare a tutti gli italiani la dignità di
una pari presenza nel panorama delle etnie europee. Per tale loro sogno
civile, l’onestà intellettuale, il disinteresse personale,
le fatiche, le privazioni, il carcere e in tanti casi anche il tormento
fisico, che sopportarono con fierezza, coraggio e austera elevatezza,
restano uomini attuali e degni di essere ricordati e indicati quale
esempio da seguire alle giovani generazioni.
Dopo decenni di maturazione politica da parte di tutte le classi sociali
e culturali presenti nel frastagliato panorama territoriale esistente
in Italia, punteggiato da insurrezioni, sommosse e tumulti destinati
a concludersi tragicamente, il vero processo unitario nazionale ebbe
inizio nel 1859 con la Seconda Guerra d’Indipendenza. Felice azione
militare che, grazie all’apporto di una armata francese guidata
dallo stesso imperatore Napoleone III, riuscì a ricomporre intorno
al piccolo Regno di Sardegna gran parte degli Stati dell’Italia
settentrionale e centrale.
Appena questi avvenimenti si furono conclusi, una gran quantità
di patrioti iniziarono dei preparativi per una spedizione armata nel
Mezzogiorno d’Italia, al fine di affrancarlo dalla dominazione
borbonica e unirlo al restante territorio unitario e costituzionale
già liberato dall’esercito piemontese. Il comando dell’impresa
venne offerto a Garibaldi, che da tempo era indubbiamente la figura
più rappresentativa e prestigiosa del partito democratico: schieramento
politico che aveva progettato l’azione. Il Generale accettò,
nonostante alcuni anni prima avesse rifiutato il comando di analoga
spedizione, sempre nel Mezzogiorno e poi tentata dal Pisacane, in quanto
in Sicilia il sentimento patriottico e liberale gli appariva di gran
lunga più maturo e avanzato in confronto a quello esistente nella
parte continentale del Regno delle Due Sicilie. L’Isola, infatti,
era una delle zone più calde d’Italia, anche se le rivolte
sempre avevano avuto più una colorazione separatista-sociale,
che non indipendentista-unitaria. Garibaldi, però, sperava di
far convergere a suo favore questo forte sentimento di avversione al
dominio borbonico-napoletano. La conquista della Sicilia per l’Eroe
dei due Mondi, doveva, però, rappresentare solo la prima tappa
di una ben più lunga campagna che aveva come obiettivo finale
la liberazione di Roma e Venezia e la conseguente creazione di una completa
unità d’Italia.
La spedizione ebbe quale punto di raccolta la cittadina di Quarto vicino
Genova. I partecipanti, tutti ferventi patrioti e provenienti per la
stragrande maggioranza dalle città del settentrione, erano in
prevalenza professionisti, studenti e intellettuali. Tra loro mancava,
però, il ceto contadino, completamente assente. In questo raggruppamento
armato vi era poi anche una pattuglia di diciotto stranieri, tra cui
alcuni ungheresi. Costoro in una ideale unione tra tutti i patrioti
ardenti di liberare la propria patria da ogni forma di tirannia e oppressione,
non potendo, al momento, lottare per la loro, intervennero a sostegno
della Causa italiana. I principali componenti di questi volontari ungheresi
che sempre si distinsero per impegno e valore furono:
Stefano TÜRR, Ferdinando EBER, Luigi TÜCKORY e il MAGYARODY.
A questo punto, poiché lo svolgimento dei fatti, dallo sbarco
a Marsala alla battaglia del Volturno, sono ben noti, in omaggio ai
signori ungheresi qui presenti, ci è gradito quindi effettuare
una rivisitazione di tale entusiasmante momento storico, attraverso
l’impegno dei suddetti patrioti magiari presenti tra i “Mille”.
La figura indubbiamente più nota e rappresentativa, nonché
quella destinata a restare anche nella successiva storia dell’Esercito
Italiano, fu Stefano Türr. Il suo impegno nel corso di questa volontaria
entusiasmante campagna di guerra ebbe inizio ancor prima dello sbarco
a Marsala. Garibaldi, che di lui aveva cieca fiducia, allorquando con
il “Piemonte” e il “Lombardo” fece scalo a Orbetello
per rifornirsi di armi e munizioni presso il locale forte, fu proprio
al Türr che diede l’incarico di guidare la delegazione incaricata
di presentare la richiesta. Richiesta che venne accettata in quanto
l’Eroe dei Due Mondi ancora conservava il grado di Generale dell’Esercito
piemontese.
In Sicilia, nel corso della prima fase della conquista, il Türr
ebbe sempre incarichi di comando. Dopo la conquista di Palermo, allorquando,
prima di riprendere l’avanzata verso lo Stretto, si ravvisò
la necessità di un’azione verso l’interno tesa a
ripristinare l’ordine in quei centri ove il vuoto di potere aveva
generato violenze di ogni tipo, il Türr venne da Garibaldi posto
al comando di una delle due Brigate predisposte. Mentre la sua fu inviata
verso Catania, l’altra, al comando del Bixio, mosse invece in
direzione Sud. Altro momento in cui rifulsero le capacità di
questo ufficiale ungherese, fu nel corso della battaglia di Milazzo.
Ivi, ove molto contribuì alla vittoria, ebbe il comando di uno
dei tre raggruppamenti in cui era stata divisa l’intera forza
garibaldina. Successivamente continuò a distinguersi nel corso
della risalita della penisola sino all’arrivo nella capitale del
Regno borbonico.
Il 21 settembre fu poi coinvolto in uno scontro che lo vide perdente
contro le forze borboniche. Scontro che, però, per come si svolsero
i fatti, nulla toglie al suo valore e alle sue capacità. Il Türr,
nel momento in cui i due eserciti si fronteggiavano sul Volturno, contro
il volere di Garibaldi o forse avendone male interpretato un ordine,
volle creare una testa di ponte al di là del fiume verso Caiazzo.
Inizialmente, riuscì nell’intento, successivamente, attaccato
da preponderanti forze nemiche, venne costretto ad arretrare. La campagna
si concludeva poi vittoriosamente il 1° ottobre (battaglia del Volturno),
allorquando l’Eroe dei Due Mondi dimostrò di essere anche
un abile stratega, oltre che valente guerrigliero. La battaglia che
impegnò la quasi totalità dei volontari, molto dovette
ancora alle capacità del Türr. Al termine dell’impresa,
allorquando ai migliori dei Garibaldini venne concesso di poter accedere
tra le fila dell’Esercito regio, oltre a Sirtori, Cosenz, Medici
e Bixio, il grado di Generale venne concesso anche al Türr.
Altro volontario ungherese di grande spessore, che
pure godè di grande prestigio all’interno del raggruppamento,
fu il colonnello Luigi Tückory. Questi, dopo essersi distinto,
sia per valore militare, che per una affascinante personalità,
trovò una morte eroica combattendo per la conquista di Palermo.
All’alba del 27 maggio, i Garibaldini, che intanto grazie al contributo
degli insorti locali erano divenuti oltre tremila, si predisposero ad
attaccare la capitale dell’isola. Garibaldi, venuto a conoscenza
che il punto debole della difesa predisposta dal Generale borbonico
Laura era Porta Termini, ordinò di attaccare proprio in quel
posto. Scendendo da Gibilrossa, il primo ostacolo che i Volontari dovettero
affrontare fu il Ponte dell’Ammiraglio. Ponte che riuscirono abilmente
a superare grazie a un veloce attacco alla baionetta guidato da Tückory
e dal Bixio. Giunti nelle vicinanze della Porta un reparto di fanteria,
appoggiato da alcuni pezzi di artiglieria, provocò notevoli perdite
tra gli attaccanti, tra cui, per l’appunto, il Colonnello Tückory.
Nonostante ciò, grazie all’arrivo di una colonna di rinforzo,
l’azione riuscì a concludersi favorevolmente.
Poiché la morte non aveva estinto il ricordo di questo prode
e fervente patriota, allorquando la Fregata “Veloce” della
Marina da guerra borbonica venne catturata dai Garibaldini, costoro,
al fine di ricordare e onorare adeguatamente l’Ufficiale ungherese
caduto sul campo dell’onore la ribattezzarono Tückory. In
tal modo il suo nome continuò ad essere presente e ad accompagnare
le gesta dei “Mille”, come, allorquando, nel corso della
Battaglia di Milazzo, i cannoni di questa nave furono di grande aiuto
ai Volontari impegnati nei combattimenti.
Altro volontario ungherese, ugualmente degno di essere
ricordato fu l’Eber. Prese parte a moltissime azioni di rilievo,
tra cui quella spedizione verso l’interno della Sicilia, tesa
a pacificare alcune zone insorte in seguito alle prime vittorie dei
“Mille”. Aggregato alla colonna del Türr, allorquando
costui, in seguito al riacutizzarsi di una vecchia ferita, fu costretto
ad abbandonare il comando, fu proprio l’Eber che ebbe l’incarico
di sostituirlo. In merito a questo entusiasmante personaggio degno di
nota è il fatto che non giunse in Sicilia nel gruppo dei volontari
combattenti, bensì quale giornalista estero incaricato di seguire
e relazionare sull’impresa in corso. Durante un colloquio con
Garibaldi, prima della presa di Palermo, forte di una competenza che
gli veniva dall’essere stato Colonnello in servizio attivo, fece
presente quali a suo avviso erano i punti deboli della difesa borbonica.
L’Eroe dei due Mondi, conquistato dalla abile pertinenza e dalla
professionalità dell’ungherese, gli chiese di arruolarsi.
Alla positiva risposta lo confermò nel grado di Colonnello. La
campagna la terminerà come Generale di Brigata.
La conclusione di questa campagna di guerra risorgimentale fu quel plebiscito
che, con la formula: «Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile
con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti»
sancì la fusione del Regno delle Due Sicilie all’interno
della nuova realtà politica nazionale. Nasceva uno stato italiano,
libero, indipendente e costituzionale, nel quale, lontano da ogni condizionamento
straniero, i conflitti politici era possibile finalmente esprimerli
e redimerli all’interno di un arengo parlamentare e non più
su campi di battaglia fratricidi.
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