La Rassegna d'Ischia 2003

I Volontari Ungheresi tra i Garibaldini
di Vincenzo Cuomo

   Il nostro Risorgimento nazionale resta una nobile pagina di storia perché nella mente e nel cuore di coloro che per esso lottarono, soffrirono e si sacrificarono, non volle essere la sterile creazione di un nazionalistico potente Stato da contrapporre agli altri già esistenti in Europa. Essi desiderarono unicamente cercare di unire, in un’area costituzionale, un popolo diviso e oppresso da tanti tirannelli locali sui quali vegliava guardinga l’Austria, anch’essa nostro oppressore. Desideravano, quindi, ridare unità a una Nazione che per secoli, proprio perché divisa, tanti avevano cercato di sfruttare e conquistare e che ancora tentavano di fare, unicamente per la propria gloria e il proprio tornaconto. Infine, volevano anche dare a tutti gli italiani la dignità di una pari presenza nel panorama delle etnie europee. Per tale loro sogno civile, l’onestà intellettuale, il disinteresse personale, le fatiche, le privazioni, il carcere e in tanti casi anche il tormento fisico, che sopportarono con fierezza, coraggio e austera elevatezza, restano uomini attuali e degni di essere ricordati e indicati quale esempio da seguire alle giovani generazioni.
Dopo decenni di maturazione politica da parte di tutte le classi sociali e culturali presenti nel frastagliato panorama territoriale esistente in Italia, punteggiato da insurrezioni, sommosse e tumulti destinati a concludersi tragicamente, il vero processo unitario nazionale ebbe inizio nel 1859 con la Seconda Guerra d’Indipendenza. Felice azione militare che, grazie all’apporto di una armata francese guidata dallo stesso imperatore Napoleone III, riuscì a ricomporre intorno al piccolo Regno di Sardegna gran parte degli Stati dell’Italia settentrionale e centrale.
Appena questi avvenimenti si furono conclusi, una gran quantità di patrioti iniziarono dei preparativi per una spedizione armata nel Mezzogiorno d’Italia, al fine di affrancarlo dalla dominazione borbonica e unirlo al restante territorio unitario e costituzionale già liberato dall’esercito piemontese. Il comando dell’impresa venne offerto a Garibaldi, che da tempo era indubbiamente la figura più rappresentativa e prestigiosa del partito democratico: schieramento politico che aveva progettato l’azione. Il Generale accettò, nonostante alcuni anni prima avesse rifiutato il comando di analoga spedizione, sempre nel Mezzogiorno e poi tentata dal Pisacane, in quanto in Sicilia il sentimento patriottico e liberale gli appariva di gran lunga più maturo e avanzato in confronto a quello esistente nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie. L’Isola, infatti, era una delle zone più calde d’Italia, anche se le rivolte sempre avevano avuto più una colorazione separatista-sociale, che non indipendentista-unitaria. Garibaldi, però, sperava di far convergere a suo favore questo forte sentimento di avversione al dominio borbonico-napoletano. La conquista della Sicilia per l’Eroe dei due Mondi, doveva, però, rappresentare solo la prima tappa di una ben più lunga campagna che aveva come obiettivo finale la liberazione di Roma e Venezia e la conseguente creazione di una completa unità d’Italia.
La spedizione ebbe quale punto di raccolta la cittadina di Quarto vicino Genova. I partecipanti, tutti ferventi patrioti e provenienti per la stragrande maggioranza dalle città del settentrione, erano in prevalenza professionisti, studenti e intellettuali. Tra loro mancava, però, il ceto contadino, completamente assente. In questo raggruppamento armato vi era poi anche una pattuglia di diciotto stranieri, tra cui alcuni ungheresi. Costoro in una ideale unione tra tutti i patrioti ardenti di liberare la propria patria da ogni forma di tirannia e oppressione, non potendo, al momento, lottare per la loro, intervennero a sostegno della Causa italiana. I principali componenti di questi volontari ungheresi che sempre si distinsero per impegno e valore furono:

                    Stefano TÜRR, Ferdinando EBER, Luigi TÜCKORY e il MAGYARODY.

A questo punto, poiché lo svolgimento dei fatti, dallo sbarco a Marsala alla battaglia del Volturno, sono ben noti, in omaggio ai signori ungheresi qui presenti, ci è gradito quindi effettuare una rivisitazione di tale entusiasmante momento storico, attraverso l’impegno dei suddetti patrioti magiari presenti tra i “Mille”.
La figura indubbiamente più nota e rappresentativa, nonché quella destinata a restare anche nella successiva storia dell’Esercito Italiano, fu Stefano Türr. Il suo impegno nel corso di questa volontaria entusiasmante campagna di guerra ebbe inizio ancor prima dello sbarco a Marsala. Garibaldi, che di lui aveva cieca fiducia, allorquando con il “Piemonte” e il “Lombardo” fece scalo a Orbetello per rifornirsi di armi e munizioni presso il locale forte, fu proprio al Türr che diede l’incarico di guidare la delegazione incaricata di presentare la richiesta. Richiesta che venne accettata in quanto l’Eroe dei Due Mondi ancora conservava il grado di Generale dell’Esercito piemontese.
In Sicilia, nel corso della prima fase della conquista, il Türr ebbe sempre incarichi di comando. Dopo la conquista di Palermo, allorquando, prima di riprendere l’avanzata verso lo Stretto, si ravvisò la necessità di un’azione verso l’interno tesa a ripristinare l’ordine in quei centri ove il vuoto di potere aveva generato violenze di ogni tipo, il Türr venne da Garibaldi posto al comando di una delle due Brigate predisposte. Mentre la sua fu inviata verso Catania, l’altra, al comando del Bixio, mosse invece in direzione Sud. Altro momento in cui rifulsero le capacità di questo ufficiale ungherese, fu nel corso della battaglia di Milazzo. Ivi, ove molto contribuì alla vittoria, ebbe il comando di uno dei tre raggruppamenti in cui era stata divisa l’intera forza garibaldina. Successivamente continuò a distinguersi nel corso della risalita della penisola sino all’arrivo nella capitale del Regno borbonico.
Il 21 settembre fu poi coinvolto in uno scontro che lo vide perdente contro le forze borboniche. Scontro che, però, per come si svolsero i fatti, nulla toglie al suo valore e alle sue capacità. Il Türr, nel momento in cui i due eserciti si fronteggiavano sul Volturno, contro il volere di Garibaldi o forse avendone male interpretato un ordine, volle creare una testa di ponte al di là del fiume verso Caiazzo. Inizialmente, riuscì nell’intento, successivamente, attaccato da preponderanti forze nemiche, venne costretto ad arretrare. La campagna si concludeva poi vittoriosamente il 1° ottobre (battaglia del Volturno), allorquando l’Eroe dei Due Mondi dimostrò di essere anche un abile stratega, oltre che valente guerrigliero. La battaglia che impegnò la quasi totalità dei volontari, molto dovette ancora alle capacità del Türr. Al termine dell’impresa, allorquando ai migliori dei Garibaldini venne concesso di poter accedere tra le fila dell’Esercito regio, oltre a Sirtori, Cosenz, Medici e Bixio, il grado di Generale venne concesso anche al Türr.

Altro volontario ungherese di grande spessore, che pure godè di grande prestigio all’interno del raggruppamento, fu il colonnello Luigi Tückory. Questi, dopo essersi distinto, sia per valore militare, che per una affascinante personalità, trovò una morte eroica combattendo per la conquista di Palermo. All’alba del 27 maggio, i Garibaldini, che intanto grazie al contributo degli insorti locali erano divenuti oltre tremila, si predisposero ad attaccare la capitale dell’isola. Garibaldi, venuto a conoscenza che il punto debole della difesa predisposta dal Generale borbonico Laura era Porta Termini, ordinò di attaccare proprio in quel posto. Scendendo da Gibilrossa, il primo ostacolo che i Volontari dovettero affrontare fu il Ponte dell’Ammiraglio. Ponte che riuscirono abilmente a superare grazie a un veloce attacco alla baionetta guidato da Tückory e dal Bixio. Giunti nelle vicinanze della Porta un reparto di fanteria, appoggiato da alcuni pezzi di artiglieria, provocò notevoli perdite tra gli attaccanti, tra cui, per l’appunto, il Colonnello Tückory. Nonostante ciò, grazie all’arrivo di una colonna di rinforzo, l’azione riuscì a concludersi favorevolmente.
Poiché la morte non aveva estinto il ricordo di questo prode e fervente patriota, allorquando la Fregata “Veloce” della Marina da guerra borbonica venne catturata dai Garibaldini, costoro, al fine di ricordare e onorare adeguatamente l’Ufficiale ungherese caduto sul campo dell’onore la ribattezzarono Tückory. In tal modo il suo nome continuò ad essere presente e ad accompagnare le gesta dei “Mille”, come, allorquando, nel corso della Battaglia di Milazzo, i cannoni di questa nave furono di grande aiuto ai Volontari impegnati nei combattimenti.

Altro volontario ungherese, ugualmente degno di essere ricordato fu l’Eber. Prese parte a moltissime azioni di rilievo, tra cui quella spedizione verso l’interno della Sicilia, tesa a pacificare alcune zone insorte in seguito alle prime vittorie dei “Mille”. Aggregato alla colonna del Türr, allorquando costui, in seguito al riacutizzarsi di una vecchia ferita, fu costretto ad abbandonare il comando, fu proprio l’Eber che ebbe l’incarico di sostituirlo. In merito a questo entusiasmante personaggio degno di nota è il fatto che non giunse in Sicilia nel gruppo dei volontari combattenti, bensì quale giornalista estero incaricato di seguire e relazionare sull’impresa in corso. Durante un colloquio con Garibaldi, prima della presa di Palermo, forte di una competenza che gli veniva dall’essere stato Colonnello in servizio attivo, fece presente quali a suo avviso erano i punti deboli della difesa borbonica. L’Eroe dei due Mondi, conquistato dalla abile pertinenza e dalla professionalità dell’ungherese, gli chiese di arruolarsi. Alla positiva risposta lo confermò nel grado di Colonnello. La campagna la terminerà come Generale di Brigata.
La conclusione di questa campagna di guerra risorgimentale fu quel plebiscito che, con la formula: «Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti» sancì la fusione del Regno delle Due Sicilie all’interno della nuova realtà politica nazionale. Nasceva uno stato italiano, libero, indipendente e costituzionale, nel quale, lontano da ogni condizionamento straniero, i conflitti politici era possibile finalmente esprimerli e redimerli all’interno di un arengo parlamentare e non più su campi di battaglia fratricidi.

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