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La preziosa eredità
dei toponimi
di Nicola Luongo
L’insieme dei toponimi di una località,
di una regione, di un popolo, costituisce un patrimonio di grande importanza
che permette di conoscere aspetti antropologici, religiosi e geografici
che altrimenti rischierebbero di essere ricoperti dalle tenebre dell’oblio
e dell’abbandono con evidente pregiudizio per la memoria storica
a cui ogni comunità deve necessariamente fare riferimento affinché
non vada perduto un indispensabile punto di orientamento per la sua
evoluzione e la consapevolezza della sua specifica identità.
I toponimi quindi sono un’eredità preziosa
e giovevole che abbiamo il dovere di preservare e custodire come una
rarità eccezionale in uno scrigno di ebano, sia che essi indichino
personaggi insigni che hanno dato lustro alla società di appartenenza
o siano agionimi designanti un luogo dedicato a un’entità
trascendente o a un santo o rivelino semplici caratteristiche naturali
così frequenti sulla nostra isola dal territorio tanto multiforme
e accidentato.
Non bisogna dimenticare che essi sono parte integrante della
nostra vita e di quella dei nostri antenati per cui meritano non solo
il nostro rispetto e la nostra considerazione, ma soprattutto devono
costituire uno sprone non futile e superficiale per amare e conoscere
sempre più a fondo le contrade, le zone e i posti anche più
reconditi della nostra isola, come facevano fra mille difficoltà
oggi impensabili i viaggiatori del passato. Il che balza subito in evidenza
dalla lettura dei loro diari, delle loro relazioni sulle escursioni
e sulla scoperta di luoghi paradisiaci, come si può constatare
nel pregevole volume del prof. P. Buchner «Ospite a Ischia»
di recente pubblicato nella versione italiana.
Perciò ritengo un grave errore e un’offesa
al buon senso e alla memoria dei nostri laboriosi e integri progenitori
eliminare un toponimo di qualsiasi genere e sostituirlo con un altro,
magari in nome di un interesse politico o di un malinteso senso di modernismo
ruffiano e calcolatore, come purtroppo è spesso avvenuto in un
nostro recente passato. Anche il nome indicante una pietra, una rupe,
un albero, una qualsiasi sorgente, ecc, che hanno reso Ischia famosa
nel mondo, deve restare al suo posto, se possibile, «finché
il sole risplenderà su le sciagure umane».
La conservazione di ciascun toponimo significa anche
rinsaldare l’amore per la propria terra e consentire alle nuove
generazioni di avere un elemento in più per scoprire le vestigia
di un passato certo non sempre idilliaco, ma comunque assai utile e
opportuno, visto il legame indissolubile esistente tra presente e passato
nella vita di ogni uomo. D’altronde tutti gli scrittori che hanno
trattato di Ischia, definita per le sue ineguagliabili bellezze paesaggistiche
da Berkeley «epitome del mondo», e celebrata anche
per le preziose virtù terapeutiche delle sue acque termali, hanno
evidenziato il loro attaccamento alla nostra isola anche andando alla
scoperta degli angoli più riposti e riportandone con grande precisione
le indicazioni toponomastiche.
Perciò anche per rispetto di questi illustri
scrittori, di cui tutti noi dovremmo essere fieri, e di tutti gli uomini
che amano il nostro meraviglioso «scoglio natio»,
i toponimi che ci sono stati tramandati non devono assolutamente scomparire,
ma anzi essere valorizzati con una cura più attenta delle epigrafi
che li designano e con un numero più consistente di cartelli
indicatori. Ciò soprattutto per quei tanti turisti, in gran parte
tedeschi, che sono soliti percorrere l’isola a piedi in lungo
e in largo, inoltrarsi per sentieri interni ed impervi, alla scoperta
di sempre nuove emozioni che la natura sa offrire.
D’altronde per gli amanti del modernismo ad
ogni costo non dovrebbe risultare eccessivamente problematico rinvenire
sulla nostra isola angoli desolatamente anonimi e nuove vie realizzate
negli ultimi tempi su cui sbizzarrire la fantasia per ricordare altri
personaggi, altre circostanze, altri eventi.
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