di Ernesto Fiore (in Lettera
da Ischia a. III n. 6 1965)
Quest’anno ho trascorso la Pasqua ad Ischia.
Mancavo da anni, all’isola, in aprile, ed ho desiderato tornarvi
proprio in questo mese, quando la Convalle è tutta un rifiorire
e dovunque è un festoso risveglio dopo il breve letargo invernale.
In ogni casa vi è un cestello di erbe e fiori
dall’aspra fragranza: sono le erbe ed i fiori che cederanno le
loro tinte alle uova colorate tradizionali. Li hanno recati dalla campagna
le donne e i ragazzi, ma il lavoro di coloritura è ora prerogativa
della padrona di casa, secondo una tecnica antica e precisa.
L’effetto è suggestivo. E l’uovo
colorato diventa quasi un oggetto di valore. Un «pezzo»
appetibile alla vista, prima che al gusto, e degno, dunque, d’essere
a lungo contemplato prima che consumato. In mezzo ai campi, più
tardi. nel pomeriggio di festa, se lo disputeranno a bocce tra familiari
e vicini.
Pasqua, festa di primavera, è l’occasione
dell’anno in cui - dopo il letargo e la scontrosità invernali
- l’uomo torna ad avvertire più viva la presenza del suo
simile che gli è accanto, di chi respira la stessa aria e gode
lo stesso sole. Pasqua perciò è anche la festa del vicinato.
Pure le isole hanno le loro vicine di casa. E la vicina
di Ischia è Procida, con la quale non mancano le cortesie e gli
scambi di visite. Come il Venerdì Santo, appunto.
Con qualunque tempo, con qualunque mare si va: da Ponte,
da Forio, da Lacco e da Casamicciola. Ma se la giornata è invitante,
allora si assiste a un vero e proprio pellegrinaggio. Andare a vedere
gli «incappucciati» di Procida e assistere alla loro processione
è un’abitudine antica, certamente quanto gli incappucciati
stessi. Procida fa onore agli ospiti come può; senza contravvenire
né alle leggi dell’austerità isolana, né
a quelle del tempo di penitenza, ma torrone e frutta secca ce n’è
a dovizia, per tutti.
Le stesse bancarelle, la stessa animazione, ma una più intensa
folla di vecchi e di bimbi vedremo il giorno dopo il Sabato Santo, alla
processione di Casamicciola. È qui che tutta l’Isola viene
a salutare la Resurrezione, è qui che Ischia, dimenticando per
un giorno i sei Comuni, i sei Sindaci e le inevitabili schermaglie,
si sente tutta unita in qualcosa di più alto: la Fede.
Lunedì in Albis, poi, v’è
il saluto corale e gioioso alla nuova stagione.
Vengono tutti qui, alla Pagoda, all’ingresso
del Porto affluiscono in frotte da tutte le parti dell’Isola,
ma sono in prevalenza gli abitanti delle strette viuzze dei pescatori:
là dove la malinconia dell’inverno è stata la sola
a parlare per tanti mesi.
Sono desiderose di svago e di canto queste alacri
fanciulle che da novembre a marzo hanno posato il dolce sguardo dei
loro occhi a mandorla sul lavoro d’intreccio o di ricamo. Vogliono
adesso dare il loro benvenuto alle lunghe giornate di sole. Vogliono
sentirsi vive e liete nella natura esultante. E non diverso è
l’animo dei giovani che le accompagnano.
***
Ferdinando Il ebbe cara Ischia in maniera particolare
e con Ischia il suo popolo: dopo cento anni piacerebbe di certo, alla
sua natura festaiola, il veder scelti, appunto, questi giardini della
Pagoda, che lui volle così attraenti quale meta alla
Pasquetta ischitana. Anche se la Pagoda, da oltre trent’anni,
non c’è più. Onofrio Buonocore ce la descrive con
gli accenti affettuosi che solo sanno suscitare in ogni uomo i ricordi
delle cose viste ed amate nell’infanzia.
«Un elegantissimo tempio cinese, di struttura
esagonale. La sala centrale era quadrata: le quattro pareti erano rivestite
di quattro grandiosi specchi adorni di cornici auree. Quando noi ragazzi
ci recavamo nel bel mezzo, vedevamo allungare una fila di noi, prodotta
dal gioco di luce. Le pareti esteriori erano adorne di affreschi riproducenti
scene cinesi. La sera che la Pagoda venne inaugurata, intervenne
Ferdinando II con lo Stato Maggiore, per una spaghettata: ognuno reggeva
il piatto suo tenendosi in piedi ...».
«... Era stato posto a guardia della bella serra
- racconta ancora il Buonocore - un custode arcigno: Giosafatte Tallarico.
Non à d’uopo di presentare don Giosafatte, anche chi non
ha tenuto per le mani i volumi del Misasi ne sa quanto basti, attraverso
le gesta romanzate: condottiero di una brigata di amici, era il terrore
delle Calabrie. E seppe a tempo rispondere all’invito di Ferdinando
II a tornare galantuomo; ed egli e i dodici vennero relegati in Ischia,
pensionati e in tutta libertà; e misero famiglia, furono galantuomini
tutti. Il Tallarico era addirittura un signore; noi fanciulli ci raccoglievamo
attorno, ed egli provava gusto a raccontare le sue gesta e a mettere
in mostra le cicatrici; ma guai quando ci rinveniva a caprioleggiare
per i riquadri della Pagoda; bastava che il primo avvisatore desse la
voce: Tallarico! e ci disperdevamo come passerotti all’apparire
dello sparviere. E, quando mancò ai vivi lui, tanta festa di
natura perdette d’incanto».
Potenza mirabile del clima d’Ischia, capace di tramutare
perfino un truce brigante calabrese in un burbero e benefico guardiano
di cineserie.
Oggi, dunque, la Pagoda non c’è
più. Ma il nome è rimasto al luogo ed è appunto
alla «Picò» (così nella parlata isolana)
che il popolo compie la sua prima gita di primavera.
Le ragazze vi vengono coi loro vestiti più belli e mille fantasie
per il capo. I giovani sfoggiano gli sguardi più ardenti. Nascono
conoscenze e simpatie. Occhi che non si sono incontrati per tutto il
lungo inverno si fissano a vicenda con calore. Nell’aria che i
pini fanno resinosa volano parole d’amore che sono inno alla giovinezza,
alla vita. La gita di Pasquetta alla Pagoda è un rito
ed è una gioia il cui ricordo rimane a lungo nella memoria delle
fanciulle isolane: il destino di molte di loro passa per quella esigua
striscia di terra alberata, fra mare e mare.
È un destino di lealtà e di lunghe attese. Un destino
di lavoro e di pazienza. Perché - non s’illuda il villeggiante
superficiale - Ischia non è un frivolo paese, che si esaurisce
nella festosa girandola d’una stagione balneare. L’elogio
della sua forza si indovina nella radice del suo nome stesso: ischis
- forza. Ed è elogio di naviganti e di spose fedeli. È
elogio di agricoltori tenaci. È elogio di mercanti intelligenti
ed accorti. Di gente, in definitiva, che lavora sempre con amore ed
intelligenza.
***
Torniamo alla Pasqua che è festa di primavera
anche alla Pineta, già animata di bimbi. Da balza a balza i richiami
gioiosi. Fresche voci levano al cielo messaggi di serenità, di
esultanza. Ogni angolo è una scoperta. Ogni lucente ago caduto
dalle verdi chiome dei giganti, una occasione di giochi.
Ci si rifiuta al pensiero che, sotto le radici di questi
colossi, un’altra Pompei dorma il suo sonno di secoli.
Il suo nome era Geronda. E l’avevano soprannominata «la
piccola Napoli» per il numero e la ricchezza degli edifici che
la mettevano in gara con la più splendida città della
Campania.
Era Geronda la capitale dell’Isola, quando
cinque secoli mancavano ancora all’apertura del Porto, ed a Geronda
si trovavano la sede vescovile, i palazzi dei più ragguardevoli
cittadini, i più importanti mercati.
La vita della città era in pieno fulgore, nel 1301, quando il
Monte Epomeo, che già sembrava assopito, volle dare la prova
più terrificante della sua forza distruggitrice.
Durò due mesi, la tremenda eruzione, annunciatasi
con tremendi boati e alti bagliori di fiamme. La montagna, dalla parte
di Fiaiano, prese a tremare, contorcendosi, fino a squarciarsi. E dallo
squarcio immenso, vera bocca d’inferno, una lava di fuoco cominciò
a discendere verso il mare. Fu una distruzione lenta, ma senza scampo.
Non uno degli abitanti di Geronda ebbe salva la sua casa. Non
uno potette sottrarsi all’ordine imperioso della Natura che lo
scacciava dal luogo della sua nascita e dei suoi affetti.
Fu questo lo spettacolo infernale che diede Ischia
nel 1300. Si chiudeva un ciclo nella vita dell’Isola e se ne iniziava
un altro, fatto di terrori e di raccoglimento. Si iniziava con enorme
ritardo il Medio Evo, in questa terra dove la mitezza del cielo e del
mare avevano prolungato il dominio della grecità fino alle soglie
dell’età moderna.
Geronda fu distrutta. In essa la sede vescovile
e le case di tutta la sua gente. Gli ischitani dovettero trovare rifugio
altrove. E lo trovarono quasi tutti nel Castello, là sullo scoglio
che Gerone siracusano fortificò per primo, e dove essi si sentivano
al sicuro da entrambi i pericoli più temuti in quell’epoca:
le possibili, nuove eruzioni del vulcano e le frequenti incursioni dei
pirati, apportatrici di lutti, di schiavitù, di miseria.
Nel Castello, fino al 1700, con la dimora dei
signori dell’Isola, con la nuova cattedrale e dieci altre chiese,
si svolse tutta la vita di Ischia. Solo durante il giorno, la gente
ne usciva per il lavoro dei campi.
La brulla e nera distesa di lava che aveva cancellato
il ricordo della maggiore città isolana rimase per tutto quel
tempo immutata. Non un albero si levò a contrastarne lo squallore.
E così doveva essere ancora fino alla metà
dell’Ottocento. Così sarebbe, forse, ancora oggi se un
uomo, trasmettendo la sua nobile passione ad altri uomini, non fosse
riuscito a mutare, ed in maniera così mirabile, il volto di questa
parte dell’Isola.
Giovanni Gussone, nativo di Villamarina, in provincia di
Avellino, era uno studioso di grande fama, direttore dell’Orto
botanico di Napoli e tenuto in grande familiarità dai Borboni.
Alle gite che Ferdinando II compiva frequentemente all’Isola,
il Gussone era tra i più assidui. Gli piaceva qui studiare e
lavorare. Scrisse un libro sulla flora ischitana e, quel che più
conta, fu il padre - può ben dirsi - d’una delle meraviglie
di Ischia: di questa Pineta, appunto.
A quel tempo, la terra ricoperta di lava veniva distribuita,
a coloro che la volevano, in enfliteusi, per nove lire il moggio. Il
Gussone sovrintendeva a questa specie di minuscola riforma agraria ed
imponeva che si piantasse il pino, uno tra i pochi alberi, del resto,
che potesse allignare sulle lave, spingendo le radici tra le fenditure
di quegli aridi massi. A migliaia e migliaia, i teneri fusti vennero
messi a dimora in quegli anni lontani. E non solo sulle lave di Geronda.
L’amore per i pini, che il Gussone andava predicando, conquistò
un po’ tutti ad Ischia. E non ci fu campo coltivato che non ne
ebbe uno ai suoi margini. Presso molte case contadine, si usava piantare
il pino in segno di augurio per la nascita del figlio primogenito. E
cento pini, alcuni dei quali oggi in pieno vigore, furono messi ad allietare
anche le pendici del Montagnone.
Questa, in breve, è la storia della Pineta
d’Ischia. Una storia che certamente non conoscono i bimbi i quali
vanno ogni giorno a respirare, sotto le chiome secolari, quell’aria
limpida e pura che sveglia un formidabile appetito nei loro stomaci.
La ignorano, questa storia, anche le loro mamme. Se la conoscessero,
manderebbero di tanto in tanto - ne siamo sicuri - un pensiero di riconoscenza
alla memoria di Giovanni Gussone, il valente botanico al quale Ischia
è debitrice d’una fra le sue più singolari ricchezze.