Accadde il.... 8 novembre 1903
Inaugurato
il Monumento al Redentore sul porto d'Ischia
A
l’alba del corrente secolo, un’onda di entusiasmo invase
il mondo cattolico; ogni nazione prese iniziative proprie; l’Italia,
per conto suo, in omaggio dei diciannove secoli di cristianesimo,
sulle vette montane più salienti della Penisola, eresse diciannove
monumenti a Gesù Cristo Redentore!
L’isola d’Ischia, fuori concorso e in tono minore, amò
perennare, con un pilone secolare, il palpito dell’anima calda.
Le difficoltà finanziarie non mancarono ad affiorare; il contenzioso
campanilistico non restò estraneo; chi teneva per la vetta
del Montagnone, chi partecipava per l’Epomeo.
E quel settembre del 1901 arrivò Pastore d’anime in Ischia
un Vescovo di primo piano, sua Eccellenza Mario Palladino, scrittore
dalla forma vellutata, anima soavissima di poeta, il quale trovò
facile mettere il sesto ai bollori.
- L’omaggio dei monti à compito il ruolo suo; Ischia,
nella sua modestia, dovrebbe dare un tono nuovo, straripante anche
dalla breve cerchia diocesana. Un’Isola marinara deve intitolare
il monumento al Re del mare; entrerà per tale modo nell’atmosfera
nazionale; le fortune d’Italia sono sul mare! Il monumento dovrà
sorgere sull’orlo del porto! -
E ad una commissione mista di rappresentazione del Comune, che doveva
dare il sito, e del comitato organizzatore, andò affidato il
compito di segnalare il posto convenevole.
I più si fermarono sull’incantevole belvedere della Pagoda,
il quale s’affaccia sul porto.
E il Vescovo, di nuovo, intervenne soave:
- Bella è quella veranda; però il nome non risponde
al fatto. Monumentum suona ammonimento; Cristo, signore delle folle,
in quell’angolo solingo non ammonirebbe nessuno! -
L’obelisco, come stemma dell’Isola, deve sorgere al centro
dell’orlo del porto; dinanzi il tempio di Portosalvo; di fronte
a quelli che arrivano.
Vorrà essere l’ultima linea artistica della miniatura
di quel panorama singolarissimo, a pro del quale, durante i millenni,
si applicarono la natura e l’arte! -
La piazza di Portosalvo, un secolo dietro, era un
giardino, nel quale porgevano le chiome al vento l’oleandro,
il ginepro ed altre piante esotiche; Ferdinando II di Borbone i contorni
dell’antico cratere li aveva resi adorni di verde.
Col dischiudere il lago al commercio - 1854 - la virente piazza addivenne
punto di approdo ai grandi velieri genovesi che si conducevano per
l’esportazione dei vini nostri; la frequenza dei carri trasporto
aveva ridotta la bella aiuola una radura. Il piroscafo che, cotidianamente
faceva la spola tra Ischia e Napoli gettava le ancore dal lato dell’albergo
Angarella.
All’inizio del secolo ventesimo i velieri genovesi avevano smesso;
il trasporto del vino, con natanti più leggieri venne avviato
in Napoli, donde, con le rapidità odierne, va distribuito sui
mercati nazionali e all’estero; e la piazza, uscita di attività,
divenne un pantano d’inverno e un polverone d’estate.
In questa zona depressa, il primo marzo 1903 andò gettata nel
cavo la pietra angolare; sulla pergamena adorna delle firme delle
Autorità religiose e civili si leggeva:
Il
giorno 1° marzo 1903
fu posta la prima pietra
del monumento
a Gesù Cristo Re del mare
col festivo concorso
del vescovo del clero del popolo
che nel giulivo pontificato
di Leone XIII
vollero insieme glorificare
Cristo e il suo vicario.
Il venusto disegno del monumento andò affidato
al chiarissimo Ing. Francesco Fusco; l’esecuzione fu assunta
dall’Ing. Luigi Parisi, di Casamicciola. I blocchi basaltici
furono tratti dalle cave veneziane; gli artisti tecnici vennero da
Resina, i quali attesero per mesi a modellare la solenne mole.
L’inaugurazione
Sull’aprica piazza, il sereno meriggio del
giorno 8 novembre 1903, era rappresentata l’Isola ed oltre;
in una esultante festa di fede e di arte, veniva inaugurato il ringiovanimento
di Enaria che sa i millenni!
Nel superbo corteo, mai prima veduto, tra le rappresentanze civili
e religiose, spiccavano cinque Vescovi in piviale e mitra gemmata:
Mons. Palladino, vescovo isclano; Mons. Giovanni Regine, vescovo in
Nicastro; Mons. Bonito, vescovo di Cassano Ionio; Mons. Cosenza, ordinario
di Caserta; Mons. Zezza, vescovo di Pozzuoli.
Al cadere della tela fu un delirio di popolo; sul piedistallo che
chiudeva il pensiero di questa terra vulcanica, all’altezza
di undici metri, leggera come un petalo di rosa, splendeva benedicente
la statua ènea del Redentore!
Rompeva il cupo della pietra vulcanica una lucida lastra marmorea:
A
CRISTO REDENTORE
RE DEL MARE
L’ISOLA D’ISCHIA
1903
E il Vescovo diocesano fece la solenne consegna del
Monumento al Sindaco d’Ischia, il quale, con parole calde di
entusiasmo diede assicurazione al generoso offerente, al cospetto
plebiscitario del popolo isolano, di passare ai posteri, inviolato
e invidiabile il gioiello raggiante di arte isclana e di materna fede.
E il meglio venne dopo: la piazza depressa andò bonificata;
risultò liscia come un foglio di carta, ambulacro gradevole
di una cittadina sul bel montare.
E venne dell’altro. A fianco vaneggiava una vasta vasca, in
cui l’acque piovane, che scendevano dalla strada Quercia, deponevano
detriti, prima di sfociare nel mare: il vaneggiamento andò
ricoperto; lo spiazzo della piazza del Redentore risultò duplicato;
e fu adibito a fumoir all’aperto del salotto dei forestieri
nella stagione estiva.
Ai quattro angoli andarono collocati quattro grandiosi vasi da fiori;
intorno intanto erano distribuiti sedili di pietra vulcanica; filosofi
e poeti che traevansi durante la stagione dei bagni, nei vesperi afosi,
si attardavano ad agio a sorbire jodio e radioattività sprigionata
nella zona, in grazia dello scarico delle vene termali di Fornello
e Fontana nell’antico lago.
L’occhio spaziava libero e, senza sforzo, alla mente dei pensatori
correvano pensieri risolutivi.
Un
monumento letterario
E quel giorno 8 novembre, 1903, in quella che al
popolo festante veniva svelato un monumento lapideo; agli intellettuali
isolani, andava distribuito un numero unico di occasione che impagina
quanto di meglio si possa dire intorno l’Isola; Enaria nostra
non vanta pubblicazione di maggiore valore, rivolta all’indirizzo
suo!
Il miro tomo in folio, di carta patinata, è ricco di illustrazioni;
conta settantadue pagine, la superba copertina policroma rende la
fotografia del Monumento.
Le più lucide penne italiane decantano Ischia; si leggono due
autografi del Papa S. Pio X; si contano i nomi di diciotto Cardinali,
di ventinove Vescovi, di dieci Prelati, di eminenti cattedratici,
di pensatori geniali ci è cospicua rappresentanza; tra centotrentatre
lavori in prosa italiana e in versi latini, non manca un componimento
in lingua greca. La larga tiratura andò esaurita d’incanto.
Arrivò su gli scrittoi di uomini di Chiesa e di Stato; trovò
sede meritevole nelle Biblioteche nazionali.
Senza esagerazione, si può affermare che il volume intitolato
al Re del mare è la pubblicazione più encomiastica rivolta
a Ischia!
Reazione
La piazza del Redentore era stata resa spaziosa,
elegante, al centro panoramico più bello del mondo; il solo
pensare un porto in miniatura, dispiegato in un cratere di vulcano,
è una singolarità senza riscontro!
E nacque la voglia sconvenevole - quando i piroscafi dei viaggiatori
pigliarono usanza a venire a proda sulla ideale piazza - di erigere
un casotto di biglietteria sull’angolo del fumoir.
Venne fatto noto alla Sopraintendenza dei Monumenti che la costruzione
di una casamatta da biglietteria, a quel posto, era una mostruosità
estetica; veniva profanata la bella sala di ricevimento dell’isola
d’Ischia; la biglietteria poteva mettere sede nei magazzini
attigui, con vantaggio dei viandanti, i quali, d’inverno, restano
all’aspetto al cadere delle piogge, e, d’estate al dardeggiare
del sole. Le osservazioni furono trovate buone, e non se ne fece niente
Trascorsero due anni. Un mattino si videro operai ammassare in fretta
mattoni su mattoni; la Sopraintendenza aveva ceduto alle istanze;
e, in luogo di una casamatta, occuparono la metà della deliziosa
piazza due iniziative: la biglietteria e un bar!
E quando si fece ricorso al Soprintendente, il signore annaspò
un istante, si fregò le mani, e stringendosi nelle spalle ripetè
il, motto storico: quod scripsi scripsi!
Un
gradevole sollazzo
Dopo che la piazza del Redentore entrò nel
ruolo di salotto isolano, i piroscafi dei forestieri trovarono bello
gittare le ancore da quel lato; e, all’arrivo - in maniera spettacolosa
nella stagione estiva - viene offerto uno spettacolo festoso, che,
a volerlo organizzare ad arte, riuscirebbe impossibile; mancherebbe
la cornice!
Quando il piroscafo à infilato il porto, gli abitanti si passano
la voce e affrettano ad ammassarsi ad anfiteatro sulla gradinata del
tempio; riempiono in giro l’orlo dell’antico cratere;
si accalcano lungo i marciapiedi.
Il legno attracca e distende la passerella; uno dopo l’altro,
gli ospiti pigliano terra ed affrettano alla piazza Trieste per pigliare
posto nelle macchine in attesa.
Quando il piroscafo dà il segno di salpare le ancore, la piazza
del Redentore dispiega in opposte direzioni le ampie braccia, e tra
il clangore giulivo dei klaxons. Le macchine pigliano a scivolare
sulle asfaltate vie di Forio e di Barano, distribuendo il carico lungo
il cammino, per incontrarsi, dopo mezz’ora, sul Comune più
elevato: sul Belvedere di Serrara!
E la folla spettatrice lieta ripiglia la via delle proprie dimore,
richiamando del fruscio quelli che erano restati pigri, perché
pigliassero la parte loro.
Il gratuito spettacolo è durato dieci minuti; la piazza del
Redentore è restata deserta; l’appuntamento è
per il prossimo approdo!
Per
l’arte isclana e la materna fede
Un obelisco
schiettamente artistico, unico in tutta l’Isola; sormontato
dalla statua ènea di Cristo Re del mare; in una macchia sempre
verde; dinanzi un tempio grandioso, che potrebbe mettere orgoglio
in ognuna delle cento città d’Italia; sull’orlo
di un porto più unico che raro; nella cornice di un panorama
naturale più bello del mondo, dovrebbe fare nascere desiderio
di battezzare tanto spettacolo di natura e di arte nel nome più
reclamisticamente convenevole: «Piazza monumentale»!
E fa pena a dirlo; non mancano gusti antiestetici, i quali il bello
dicono deturpante, e il brutto proclamano bello; vedrebbero costoro
con gioia rovesciare il monumento, per offrire maggiore spazio vitale
al movimento dei forestieri, darebbero lo sfratto al cittadino Cristo!
Senza ira mala, amiamo osservare che la piazza convenevole si spandeva
accogliente intorno, e non siamo stati noi a dimezzarla; e che il
movimento di quelli che arrivino cagiona sollazzo anziché disturbo!
Però sentiamo l’ansia di affermare senza ambage, che,
se quel suolo depresso, durante mezzo secolo, è addiventato
il polmone dell’Isola, anche Cristo benedicente reca la parte
sua!