Storie
di pescatori
Un gozzo tra le navi USA nel maggio
1944
di Giuseppe
Silvestri
Nel mese di maggio 1944, in piena guerra, nonostante i timori e le
preoccupazioni, qualche pescatore usciva con il suo gozzo per pescare
al largo d’Ischia con la rete detta “palammetare”.
La stagione si presentava propizia e la brezza di maestrale che metteva
ogni pomeriggio costituiva uno stimolo particolarmente forte.
Fu così che un giorno, verso le ore 17.00, dalla baia di Lacco
Ameno, partì il gozzo di Anellino Patalano, allora a quattro
remi, senza motore; con lui c’erano lo zio Ciro e i fratelli
Gennaro e Ciro. Insieme decisero di dirigersi a cinque/sei miglia
a nord-ovest della punta di Montevico, e giunsero sul posto al tramonto
del sole, quando anche il maestrale era calato ed il mare si distendeva
liscio come un tappeto nel silenzio assoluto della sera. Ischia era
ormai lontana, avvolta nell’oscurità, se ne intravedeva
appena, per chissà quale misterioso e incomprensibile chiarore,
la linea alta del monte Epomeo.
La rete fu velocemente calata in direzione sud-nord. Nessuna luce
fu disposta sui galleggianti che si mantenevano sulla superficie dell’acqua,
consentendo alla rete di distendersi in profondità per 5/6
metri. In genere ad intervalli regolari si fissavano sulle cuortece
vari lumi ad olio e uno si teneva acceso sulla barca per segnalarne
alle navi di passaggio la presenza. Tutto, per ovvii motivi, si doveva
svolgere in assoluta oscurità, come richiedevano le disposizioni
in tempo di guerra.
Seguiamo il racconto del pescatore Anellino:
- Al disopra di noi, milioni di stelle, così luminose come
non le avevo mai viste. Più luminoso era lo Stellone che lontano
verso ovest andava a tramontare. Calammo anche la saura, e così,
disposto tutto l’impianto, io e mio zio Ciro rimanemmo di guardia,
mentre gli altri dormivano.
Di tanto in tanto gli occhi si chiudevano, ma ci risvegliava il caratteristico
sciacquio del mare, mosso in superficie dal movimento veloce di qualche
pesce: palamiti, scombri, occhiate e più frequentemente dai
pesci-rondine che spiccavano il volo sull’acqua e più
di dieci terminarono il percorso nel nostro gozzo. Verso mezzanotte,
lo Stellone “stava mettendo”, ci preparavamo alla prima
leva, al primo recupero della rete, quando Ciro sentì un rumore
lontano ed anche noi avvertimmo una sorta di ronzio che subito sembrò
dilatarsi sempre più sull’orizzonte.
Rimanemmo fermi ed attenti e capimmo che si trattava di motori di
navi. Ma quante navi! Dovevano essere forse centinaia e venivano verso
di noi. Mollare la stazza, abbandonare la rete e remare, remare....
Ma in quale direzione?
Decidemmo di rimanere sul posto, di tenere i remi in mare, pronti
a muoverci. Il rumore diventava sempre più forte e continuo,
infine assordante. Erano navi da guerra che procedevano veloci nell’oscurità.
Ne intravedemmo subito tre che, disposte sulla stessa linea orizzontalmente
ed a breve distanza, avanzavano verso di noi. Erano a qualche centinaio
di metri. Pochi secondi, avevamo pochi secondi per fare l’unica
cosa possibile per salvarci: metterci tra le due navi. Riuscimmo a
remare con decisione e forza e furono sufficienti una cinquantina
di metri per non essere travolti.
Veloci sfilarono davanti ai nostri occhi sbalorditi. Le prue sottili
tagliavano l’acqua come una lama. Vedemmo i cannoni di prua,
il ponte di comando e sulla poppa, tesa nel vento, la bandiera a stelle...
si trattava di navi americane.
In questa situazione ci trovammo tre o quattro volte ancora e con
la solita manovra, anche se eravamo ormai sfiniti dalla fatica e per
la paura, riuscimmo a rimanere a galla, la qual cosa non era facile
perché le onde provocate dalle navi proiettavano verso l’alto
il gozzo che poi ricadeva giù dalla cresta di colpo sì
da immergersi sino all’orlo della murata, imbarcando acqua,
prima di essere spinto di nuovo in alto.
Nelle brevi pause ci mettevamo a sgottare l’acqua. Avevamo con
noi un secchio, due barattoli e la sassola. Poi riprendevamo subito
i remi per affrontare il successivo passaggio di navi. Ci ritenemmo
perduti quando il gozzo si ritrovò in alto sulla cresta di
due onde che, provenienti da direzioni opposte, si scontrarono proprio
sotto di noi; la ricaduta, però, non fu violenta, il gozzo
era ancora a galla e noi su di esso. Di lì a poco avvenne il
peggio.
Uno zatterone, passando tra la stazza della rete e la barca prese
la cima e il gozzo come un fuscello si ritrovò sotto la sua
murata. Due pescatori recuperavano i remi, mentre io e Ciro spingevamo
con le mani contro la murata dello zatterone che sfilava veloce, per
evitare che fossimo travolti. Allora attraverso l’oblò
vedemmo alla fioca luce dell’interno un gruppo di soldati di
colore che bevevano e cantavano al suono di una chitarra.
Tutto avvenne in pochi secondi che sembrarono un secolo, la cima fu
tagliata e il gozzo si ritrovò nella scia di poppa dello zatterone.
Nell’urto con la murata s’erano spezzati i due remi di
sinistra, così ci trovammo con un paio di remi soltanto. Sfiniti
rimanemmo in silenzio, immobili, disperando ormai di salvarci. Ma
dopo alcuni minuti il mare diventava sempre meno agitato, le onde
sembravano man mano distendersi. Il rumore dei motori si perdeva sempre
più lontano nell’oscurità: eravamo salvi! Continuammo
a rimanere seduti, quasi incapaci di pensare. Quanto tempo era trascorso?
Lo stellone era tramontato già prima che cominciasse la nostra
disavventura, forse erano trascorse un paio di ore, quando l’improvviso
movimento di un pesce sulla superficie dell’acqua ci risvegliò
riconducendoci alla realtà. Il mare era ritornato se stesso,
disteso e tranquillo.
Allora Ciro disse: “... le navi sono passate tutte, adesso dobbiamo
ritrovare la rete, se c’è rimasto qualcosa”. Remammo
lentamente, seguendo la corrente con puntate a sud e poi a nord. Intorno
a noi pesci-rondine in quantità luccicavano nei loro voli sull’acqua.
Sentivamo i palamiti che velocissimi si lanciavano sulle prede. Il
mare era ricco di pesci e questo accrebbe ancor di più il nostro
risentimento, la nostra rabbia, per quanto accaduto. Poi, nel chiarore
dell’alba a levante, sul mare calmo e senza la minima increspatura,
scorgemmo una decina di galleggianti. Evidente che nell’oscurità
avevamo superato la rete. Ci dirigemmo subito su di essa, ne prendemmo
un capo e cominciammo a recuperarla. Subito nell’azzurro intenso
un luccichio: erano pesci, tre, dieci, quindici... scombri, due palamiti,
un grande lammaggio di una cinquantina di metri in cui tutta la parte
alta della rete era stata portata via, ne recuperammo brandelli e
la corda con il piombo.
Ma poi con nostra sorpresa e gioia ancora un pezzo di rete intatta
che per l’abbondanza di pesci risaliva dalla profondità
di una ventina di metri, che noi con fatica, ma con forze ritrovate,
tiravamo su. Si alternavano scombri, due pesciluna ed infine un pescespada
di circa 50 chilogrammi.
Com’era possibile tutto ciò? Decine di navi erano passate
sulla nostra rete e ne avevamo portato via soltanto una parte!
È certo che il peso dei pesci che si erano impigliati subito
dopo il tramonto aveva tirato la rete con l’armamento dei galleggianti
alla profondità di oltre venti metri, salvandone la maggior
parte, mentre i tratti di rete rimasti in superficie erano stati tranciati
e portati via. Effettuammo il recupero di un altro pezzo di rete di
circa duecento metri in cui trovammo impigliati ancora scombri, palamiti
ed una decina di pesciluna.
Disposto tutto con maestria nel gozzo, distribuendo ad arte il peso,
finalmente a due remi ci dirigemmo verso la punta di Montevico, verso
Lacco e alle ore 10 approdammo alla spiaggia. Erano ad attenderci
quattro accattatori, due di Lacco, uno di Forio e uno d’Ischia,
ai quali consegnammo ad ottimo prezzo duecento scombri e venticinque
palamiti. I rimanenti pesci li vendemmo direttamente insieme ai pesciluna
ed al pesce spada, quest’ultimo a trance sul muretto di via
Roma dove veniva venduto il tonno di S. Restituta.
Per comprensibili motivi decidemmo un prezzo molto favorevole alla
gente e dal ricavato, prima della spartizione, mettemmo da parte la
quadra da offrire alla Santa Protettrice. -