La Rassegna d'Ischia 2003


Personaggi
Domenico Barbaja
   

di Domenico Di Spigna

Scrive lo storico Giuseppe d’Ascia (1861): «Sulla Collina del Belvedere si trova l’Antica Villa del Rostinale, oggi chiamato Albergo della Gran Brettagna, nome scritto su tabella di legno in straniera lingua. Non sappiamo perché taluni debbono rinnegare la propria dignità anche nelle insegne di una locanda. Che questa insegna si voglia scrivere in francese, perché lingua più universalmente conosciuta, la cosa sta; ma che poi si deve per aver concorrenza chiamar della Gran Brettagna, e non della Piccola Ischia, o di altra città o contrada italiana, è questo un fenomeno che solo presso di noi si avvera, e non sappiamo spiegare. Che si chiami Hotel Rostinale e non si disconosca la storia di questo albergo, ch’edificò il celebre Barbaja, che accolse i primi artisti europei, gli uomini più meritevoli d’Italia, e principi reali, e personaggi distinti, sotto il disusato nome di Rostinale!

Era costui un famoso impresario lombardo nel campo musicale, frenetico nel dividersi nei due maggiori teatri italiani del tempo, quei di Milano e di Napoli, ma soprattutto per essere stato il grande impresario di Gioacchino Rossini. Era nato da Carlo, a Milano nel 1778; in principio del suo fervore imprenditoriale si occupò di forniture militari per l’esercito e, nello stesso anno che Alessandro Volta presentava al mondo la sua pila, lui tirò fuori dalla sua mente un nuovo prodotto da gustare nelle caffetterie, cioè la “barbajata”, un composto di caffè, cioccolato e panna. Ebbe umili origini e cominciò col fare il guattero nei fondaci della bottiglieria, come si osserva nell’opera “Cento Anni” di Giuseppe Rovani e da questo definito strozzino di cantanti, ballerini e maestri di musica; affermazione, questa, alquanto esagerata, ma certamente il milanese seppe realizzare i suoi guadagni, che incominciarono ad essere più sostanziosi, da quando nel 1808 ebbe la concessione dei giochi d’azzardo nel ridotto della Scala.
Ma fu pure bravissimo nel saper conciliare i propri interessi con quelli dell’arte, già ch’era persona intelligente e tanto sensibile da poter realizzare scene di teatro, pur essendo digiuno di architettura e pittura e rozzo nelle maniere. La fortuna con la lettera maiuscola gli arrise quando ebbe l’impresa dei teatri napoletani, il S. Carlo, il Fondo ed inseguito quella del Nuovo e dei Fiorentini, che tenne salvo breve interruzioni dal sette ottobre1809 fino al 1838. Espletò pertanto la sua attività durante due regni, quello “murattiano” e l’altro “borbonico”.
Nel suo fervore imprenditoriale assunse pure l’appalto per la ricostruzione del Teatro S. Carlo distrutto da un incendio nel 1816 nel dì tredici marzo, rispettando il termine di consegna dei lavori, di nove mesi, a re Ferdinando.
Dal 1821 al 1828 organizzò nella capitale austriaca grandi stagioni teatrali presso il Theater an deer Vien ed il Kartnerthortheater. Tale direzione gli fu affidata dall’ambasciatore d’Austria conte Gallemberg, conosciuto nella città partenopea, ma è proprio che in questa capitale del regno, durante il suo trentennale lavoro fa rappresentare tantissime opere e conoscere grandi compositori. Nel 1811 mette in scena La Vestale di Gaspare Spontini e nello stesso anno il giorno 25 agosto fa rappresentare l’opera Ifigenìa in Aulide di Cristoforo Gluck.
Si arriva al 1815, quando invita a Napoli l’astro nascente, l’allora ventitreenne Gioacchino Rossini, con l’obbligo di rielaborare vecchie opere e di comporne due all’anno, per un compenso di dodicimila ducati (ma Rossini in verità dichiara poi di riceverne ottomila) più una percentuale sugli introiti del giuoco, di cui deteneva la concessione.
Col giovane musicista marchigiano ebbe buone relazioni, anche quando questi gli soffiò l’amante spagnola, il soprano Isabel Colbran (che stava con lui da dieci anni), tanto è vero che dopo alcuni lustri allorquando il maestro ammalato ebbe bisogno di lenire i propri affanni, l’ospitò nella sua villa di Posillipo con trattamento principesco. Continuò ancora il filone d’amicizia con i Barbaja, quando nel 1864, il musico pescarese, scrivendo a Napoli a Pietro Barbaja, gli raccomanda il signor Julies Beer che si reca in quella città con la propria famiglia. Nel secondo decennio del diciannovesimo secolo il dinamico impresario assume pure la direzione dei teatri milanesi, la Cannobiana e la Scala seguitando ad esternare il suo intuito nello scoprire talenti, quali Vincenzo Bellini che fece esordire con l’opera giovanile Bianca e Gernando e futuro autore della Sonnambula e della Norma, portandolo a Milano per farlo conoscere.
L’altro celebre autore che arrivò alla sua corte fu Gaetano Donizetti che stette in Napoli per più di tre lustri; qui scrisse nel 1835 la famosa Lucia di Lammermoor per il Real Teatro di S. Carlo. Il contratto venne stipulato nel 1827 con l’obbligo perentorio di scrivere quattro opere all’anno per il massimo teatro cittadino. Non soltanto queste celebrità del campo musicale furono alla sua corte, ma anche il Mayr, Pacini ed altri cantanti, che trovarono in lui un vero amico. Disse di lui il siciliano Giovanni Pacini: la sua parola era come un contratto scritto. Una necrologia apparsa sul giornale napoletano “Omnibus”, così s’esprimeva su di lui: «ebbe modi aspri e inculti, né riserbò di frenare subitanea violenza; ma essi medesimi svelarono la franchezza e sincerità dell’indole sua e gli effetti che d’ordinario succedono a somiglianti nature vivaci, focose e quasi sempre benigne e pronte alla calma e a mite e delicato sentire». La vita del Barbaja, di cui oggi ancora esiste in Napoli il suo palazzo nella Via Toledo, ispirò il romanzo “Der impresario” di Emil Lucka ed egli figura ancora come carattere nell’opera di Auber La Sirena. Dopo, la sua morte avvenuta nel 1841, gli successe nell’imprenditoria teatrale del S. Carlo, Vincenzo Flauto.

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