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Personaggi
Domenico
Barbaja
di Domenico
Di Spigna
Scrive
lo storico Giuseppe d’Ascia (1861): «Sulla Collina
del Belvedere si trova l’Antica Villa del Rostinale,
oggi chiamato Albergo della Gran Brettagna, nome scritto
su tabella di legno in straniera lingua. Non sappiamo perché
taluni debbono rinnegare la propria dignità anche nelle
insegne di una locanda. Che questa insegna si voglia scrivere
in francese, perché lingua più universalmente conosciuta,
la cosa sta; ma che poi si deve per aver concorrenza chiamar della
Gran Brettagna, e non della Piccola Ischia,
o di altra città o contrada italiana, è questo un
fenomeno che solo presso di noi si avvera, e non sappiamo spiegare.
Che si chiami Hotel Rostinale e non si disconosca la
storia di questo albergo, ch’edificò il celebre Barbaja,
che accolse i primi artisti europei, gli uomini più meritevoli
d’Italia, e principi reali, e personaggi distinti, sotto
il disusato nome di Rostinale!
Era
costui un famoso impresario lombardo nel campo musicale, frenetico
nel dividersi nei due maggiori teatri italiani del tempo, quei di
Milano e di Napoli, ma soprattutto per essere stato il grande impresario
di Gioacchino Rossini. Era nato da Carlo, a Milano nel 1778; in principio
del suo fervore imprenditoriale si occupò di forniture militari
per l’esercito e, nello stesso anno che Alessandro Volta presentava
al mondo la sua pila, lui tirò fuori dalla sua mente un nuovo
prodotto da gustare nelle caffetterie, cioè la “barbajata”,
un composto di caffè, cioccolato e panna. Ebbe umili origini
e cominciò col fare il guattero nei fondaci della bottiglieria,
come si osserva nell’opera “Cento Anni” di Giuseppe
Rovani e da questo definito strozzino di cantanti, ballerini e maestri
di musica; affermazione, questa, alquanto esagerata, ma certamente
il milanese seppe realizzare i suoi guadagni, che incominciarono ad
essere più sostanziosi, da quando nel 1808 ebbe la concessione
dei giochi d’azzardo nel ridotto della Scala.
Ma fu pure bravissimo nel saper conciliare i propri interessi con
quelli dell’arte, già ch’era persona intelligente
e tanto sensibile da poter realizzare scene di teatro, pur essendo
digiuno di architettura e pittura e rozzo nelle maniere. La fortuna
con la lettera maiuscola gli arrise quando ebbe l’impresa dei
teatri napoletani, il S. Carlo, il Fondo ed inseguito quella del Nuovo
e dei Fiorentini, che tenne salvo breve interruzioni dal sette ottobre1809
fino al 1838. Espletò pertanto la sua attività durante
due regni, quello “murattiano” e l’altro “borbonico”.
Nel suo fervore imprenditoriale assunse pure l’appalto per la
ricostruzione del Teatro S. Carlo distrutto da un incendio nel 1816
nel dì tredici marzo, rispettando il termine di consegna dei
lavori, di nove mesi, a re Ferdinando.
Dal 1821 al 1828 organizzò nella capitale austriaca grandi
stagioni teatrali presso il Theater an deer Vien ed il Kartnerthortheater.
Tale direzione gli fu affidata dall’ambasciatore d’Austria
conte Gallemberg, conosciuto nella città partenopea, ma è
proprio che in questa capitale del regno, durante il suo trentennale
lavoro fa rappresentare tantissime opere e conoscere grandi compositori.
Nel 1811 mette in scena La Vestale di Gaspare Spontini e nello stesso
anno il giorno 25 agosto fa rappresentare l’opera Ifigenìa
in Aulide di Cristoforo Gluck.
Si arriva al 1815, quando invita a Napoli l’astro nascente,
l’allora ventitreenne Gioacchino Rossini, con l’obbligo
di rielaborare vecchie opere e di comporne due all’anno, per
un compenso di dodicimila ducati (ma Rossini in verità dichiara
poi di riceverne ottomila) più una percentuale sugli introiti
del giuoco, di cui deteneva la concessione.
Col giovane musicista marchigiano ebbe buone relazioni, anche quando
questi gli soffiò l’amante spagnola, il soprano Isabel
Colbran (che stava con lui da dieci anni), tanto è vero che
dopo alcuni lustri allorquando il maestro ammalato ebbe bisogno di
lenire i propri affanni, l’ospitò nella sua villa di
Posillipo con trattamento principesco. Continuò ancora il filone
d’amicizia con i Barbaja, quando nel 1864, il musico pescarese,
scrivendo a Napoli a Pietro Barbaja, gli raccomanda il signor Julies
Beer che si reca in quella città con la propria famiglia. Nel
secondo decennio del diciannovesimo secolo il dinamico impresario
assume pure la direzione dei teatri milanesi, la Cannobiana e la Scala
seguitando ad esternare il suo intuito nello scoprire talenti, quali
Vincenzo Bellini che fece esordire con l’opera giovanile Bianca
e Gernando e futuro autore della Sonnambula e della Norma, portandolo
a Milano per farlo conoscere.
L’altro celebre autore che arrivò alla sua corte fu Gaetano
Donizetti che stette in Napoli per più di tre lustri; qui scrisse
nel 1835 la famosa Lucia di Lammermoor per il Real Teatro di S. Carlo.
Il contratto venne stipulato nel 1827 con l’obbligo perentorio
di scrivere quattro opere all’anno per il massimo teatro cittadino.
Non soltanto queste celebrità del campo musicale furono alla
sua corte, ma anche il Mayr, Pacini ed altri cantanti, che trovarono
in lui un vero amico. Disse di lui il siciliano Giovanni Pacini: la
sua parola era come un contratto scritto. Una necrologia apparsa sul
giornale napoletano “Omnibus”, così s’esprimeva
su di lui: «ebbe modi aspri e inculti, né riserbò
di frenare subitanea violenza; ma essi medesimi svelarono la franchezza
e sincerità dell’indole sua e gli effetti che d’ordinario
succedono a somiglianti nature vivaci, focose e quasi sempre benigne
e pronte alla calma e a mite e delicato sentire». La vita del
Barbaja, di cui oggi ancora esiste in Napoli il suo palazzo nella
Via Toledo, ispirò il romanzo “Der impresario”
di Emil Lucka ed egli figura ancora come carattere nell’opera
di Auber La Sirena. Dopo, la sua morte avvenuta nel 1841, gli successe
nell’imprenditoria teatrale del S. Carlo, Vincenzo Flauto.
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