LA RASSEGNA D'ISCHIA


Parco Termale Castiglione di Casamicciola
Liselotte Wahl - Opere

VIAGGIO AL SUD
di Lucia Annunziata

La terrazza è curata nei minimi particolari: tende, sedie, muri imbiancati di fresco. Dentro, domina il segno di una ristrutturazione intelligente, alternanza di materiali freddi e caldi, cotto e ferro, mattoni e legno, che costituisce la idea attuale di comfort.
Della casa originaria, dello spirito che la scelse e la costruì pezzo per pezzo tirandola fuori dalle sue cupezze di casa povera di un centro storico isolano, rimane forse solo la vista: un mare tra i tetti bianchi e una montagna che giganteggia sulle quattro case, erosa, in bilico e tralucente di vegetazione.
È una vista riconoscibilissima, fissata, nei suoi elementi, come un architrave della definizione dell’anima degli ultimi due secoli: la innocenza, la semplicità del villaggio biancheggiante; la passione, l’abbandono, la sensualità cui allude il mare e la forza corrugata, minacciosa, protettiva del monte. È il Sud del Grand Tour, del Viaggio Italiano di Goethe, è il mondo pagano e innocente che ha attirato nella modernità romantica - e, prima ancora, nel razionalismo avido di scientifiche inchieste naturalistiche - migliaia di pellegrini verso il nostro paese e queste isole mediterranee.
Scrittori, guerrieri, giovani inquieti, ricchi in crisi e poveri in cerca di fortuna, belle, bellissime, o vecchiette, omosessuali ed eterosessuali, gente di talento e senza talento: ma quasi tutti in fuga dalle nebbie, dalle inquietudini politiche e culturali di una Europa anglo-franco-tedesca dominante e dannata, negli ultimi due secoli, nel suo ruolo guida del mondo.
Il 6 maggio del 1945, Lilo Wahl, la donna sulle cui tracce siamo arrivati in questa casa ischitana, annotava sul suo diario, nella fredda Austria, allora sotto il dominio delle truppe del suo paese, la Germania: «La guerra è quasi finita. Hitler è morto. Ora che si ha una visione del tutto si viene presi dall’orrore. Si era prefissato di essere il salvatore del Reich e lo ha condotto alla caduta. “La responsabilità me la assumo io”, ripeteva e ora che sta crollando tutto lui semplicemente è morto, e nemmeno la Provvidenza, che sempre ha un ruolo, sembra abbia avuto nulla in contrario. “La responsabilità sono io”, e sono rimasti milioni di infelici che accusano. La guerra volge alla fine. Ora si tira un sospiro di sollievo e non si deve avere più paura, la Gestapo non esiste più. Ancora non si capisce del tutto che tutto è passato. Personalmente, non soffro per la disfatta. Il mio sentimento per la Germania non esiste più da quando mi hanno torturata in carcere. Sono passati da allora due anni. Innnsbruck è così vicina. Sui monti nevica ancora, ma già si sa che l’occupazione da queste parti sarà pacifica. Il destino mi ha portata nel miglior posto all’interno della Germania visto che non potevo restare a Roma. La guerra è passata accanto a me delicatamente. Solo due anni - ma fin dal primo si è cristallizzata la scultura. Solo due anni - sono stata molto fortunata - senza paura, solo con la preoccupazione della famiglia. Presto arriveranno gli Americani. Sono contenta. Dio, sarà la pace e io sono ancora viva, sopravvissuta e in salute, senza grandi perdite.
Ma sono stanca - stanchissima. Voglio il sole - voglio andare al Sud e allora lì salteranno gli anelli di ferro che, come nella fiaba, si sono saldati intorno al cuore perché non scoppiasse....».
In Italia, dunque. Al Sud. Bionda, alta, sofisticata, nulla tenente, artistica, Lilo Wahl, si mosse anche lei su questo itinerario percorso da centinaia prima di lei. Sostenuta dagli stessi sogni, da uguali infatuazioni, dallo stesso irragionevole impulso.
Il nove maggio del 1909 Lilo nasce a Colonia. Le sue prime foto già raccontano della futura bellezza che la sosterrà per tutta la vita. Le foto della giovinetta sono, poi, testimoni di un certo stile - gonne sotto il ginocchio, caviglie inappuntabili, vita sottile, guanti, cappelli - che segna la nuova frontiera, negli anni trenta, dell’indipendenza femminile. È la “sophisticated lady” di sapore internazionale - nettamente lontana dai modelli popolar-nazionalistici (bellezze solide, terranee, sportive dal sorriso largo, le trecce e le scarpe comode) che abbondano nei manifesti degli inizi dei regimi dell’epoca.
Questa distinzione, apparentemente solo stilistica, è in realtà differenza abissale: è una separatezza di modelli di riferimento, e allude dunque a diversi mondi culturali e politici. Della giovinezza di Lilo - di cui i suoi amici sanno poco o nulla - questa è forse la traccia più significativa. Nella sua biografia e nelle sue foto non appare mai nessuna passione “ariana”, in una epoca in cui, pure, il bombardamento culturale su una adolescente deve essere stato notevole. Lei si presenta già così, con un’aria “di mondo”, che sarebbe interessante capire da dove proviene.
Non certo dalla politica. Gli amici raccontano che a Lilo della politica proprio non interessava nulla. “Le interessava la vita”. E perché no? Anche l’inseguire la vita è un antitodo alla (cattiva) politica.
Giovane, di bell’aspetto, innamorata dunque della vita, Lilo approda a Berlino per l’unico serio sbocco che all’epoca veniva dato alle ambizioni di quelle come lei: il cinema. Il grande cinema Tedesco, dalle cui menti sono state partoriti le glorie e i mostri dello straordinario potere del nuovo mezzo. Le glorie dei “Nosferatu”, le intuizioni degli incubi della modernità, e i mostri delle immagini al servizio della persuasione di massa, i regimi che nascono dalla manipolazione.
Supponiamo che questa Berlino fosse piena di ragazze belle, vivaci, piene di vita. E di aspiranti boss e gerarchi. Probabilmente troppo delle une e degli altri, se è vero che, senza molto pensarci, la Lilo abbraccia la vita della vagabonda: su navi per il Sud America, su treni in Europa, in quello svagato movimento che riempì la vigilia della Seconda Guerra mondiale. Lilo è solo intorno ai ventanni: è modella, amante occasionale, aspirante artista.
Nessun moralismo frena il suo vitalismo sessuale e creativo che per lei sono una sola pulsione. Ne è prova una singolare (quasi blasfema) preghiera con cui, nel suo diario, si rivolge a Dio negli anni duri della guerra: «Ti prego, Dio, fammi diventare vecchissima piena di vigore, restando giovane. Così come da quattordicenne ti ho chiesto ‘dammi un bellissimo corpo’ e tu per gioia mia e di molti hai esaudito il mio desiderio. Lasciamelo questo piacere fisico fino a quando devo perire».
L’amore, inteso come l’abbraccio panteistico fra essenza umana e sogno, comunione di esseri e natura, il punto più privato del corpo e insieme il più pubblico della mente, è la bussola di questa giovane donna, il segno su cui guida la sua vita.
Anche in questo Lilo Wahl non è originale: questa illusione creativa ha in sé la speranza dell’allontanamento dalla realtà più banale, una speranza di “amnesia” rispetto alla brutalità del secolo. Una illusione che una intera generazione di intellettuali e artisti già coltiva prima del “diluvio” della Grande Guerra.
Sul filo dell’amore la giovane Lilo si ritrova a Venezia, legata a uno scultore italiano, che le offre le prime vere lezioni di arte. È il matrimonio fra arte e natura che lei insegue in Italia. Ci sono foto da Grand Tour nel suo album di allora: sempre con cappellini leggiadri, sempre con guanti, sempre con inimitabile sorriso.
Nessuna ombra, nessuna traccia della grande Storia disturba il suo girovagare, fino al 5 maggio del 1943, quando questa Storia bussa alla sua porta, nella sgradevole forma di un gruppo di soldati della Gestapo che la arrestano, la accusano di essere una spia per gli Italiani, a causa del suo passaporto scaduto, la infilano - senza sentire spiegazioni - in un treno e la trasportano, come molti, in un carcere austriaco. Ha solo 34 anni, e in quel carcere resterà solo 26 giorni. Ma sarà forse la più realistica irruzione della Vita nella sua immaginazione di vita.

***
A Vienna, il 24 luglio 1943 scrive nel suo diario: «Tra la mia partenza da Roma il 5 Maggio e la giornata odierna sono successe tante cose. Un giorno metterò tutto per iscritto. Per ora non posso. Sono stata 26 giorni in carcere. Cioè 5 giorni a Innsbruck, poi mi hanno spedito con un trasporto. Perché? Perché??? Ho sofferto molto, tanto da essere diventata un essere umano del tutto diverso. Resta molto da dire. Ma non ora. Non dimentico nulla. La vita - la mostruosa vita. Fino a quando mi sarà concesso di goderla? Quando tornerò a Roma? La povera Roma bombardata». Queste note sono forse la sua più chiara intuizione di quello che sarà questo periodo: è nei due anni successivi all’imprigionamento, infatti, che la ragazzina “svagata” è obbligata a mettere in ordine le proprie idee.
E i propri miti: Roma e l’Italia diverranno proprio in questo periodo, nella sua mente, da meta turistica a luogo elettivo di una seconda patria dello spirito.
La traccia del periodo di guerra è anche l’unica che possiamo seguire perché la ragazza, finalmente obbligata a fermare quel suo perpetuo moto da vagabonda di lusso, affida a un diario i suoi pensieri.
E, stando a questo diario, si forma in questi anni, in tutti i sensi, la Lilo che gli amici italiani ricordano ancora oggi. È una donna spaventata, soprattutto dalla solitudine; affannata dalla insicurezza economica. Cerca la soluzione alle sue paure in colossali bevute e innumerevoli amanti. Bevute e amori puntualmente seguiti da terribili delusioni.
Contemporaneamente, sotto questa apparenza “banale” covano in lei però slanci generosi, sogni di catarsi, afflati artistici, e, infine, la piena consapevolezza di essere, e voler lavorare ad essere, un’artista.
Con un interessante processo di identificazione delle sue due realtà: il nord è il freddo, il sud è il caldo; l’essere tedesca è una prigionia, l’essere a Roma la catarsi.
La serie amori e alcol fanno capolino quasi sempre insieme. Gli amori sono spesso poi triangoli e confusioni fra passato e passati.
Ma è la paura e la solitudine il male: «Nevica, c’è ghiaccio. Mi ubriaco e visto che l’alcol intristisce mi viene da piangere. Sono sola. Cammino per strade fredde e nebbiose e piango».
Gli uomini, in questo panorama, sono in realtà solo dei passeggeri su un treno che va chissà dove.
Oppure sono delle pure domande: «io amo l’amore per sé stesso. O amo davvero questo Roderich così tanto?».
Sempre, l’amore è veicolo di avventure e viaggi. Si scopre, così, nel diario, verso la fine della guerra, anche un passaggio “partigiano” di Lilo, a seguito, naturalmente, di un uomo “Felix, ufficiale di collegamento con gli americani”. «Lilo la sposa partigiana con le armi nel letto, e un meraviglioso cane pastore, Dingo. Felix lo ha adottato a mia protezione. Ci ama molto - il più bel cane del Tirolo. Sui monti sparano ancora le SS...».
Nel bel mezzo di tutto questo è sempre l’Italia il faro: «Bombe su Roma, ripetutamente. Attacco terroristico su Roma. Santissima Madre, dal tuo matrimonio col santissimo padre sono nati tutti gli artisti, l’arte è nata in questa atmosfera romana, questa miscela con l’antico di secoli. La città Eterna, Dio, chi ti difende, non c’è nessuno che ti protegga?».
«Roma. Ho nostalgia, mi strazia, e nessuna notizia. Oh Dio romano, quando potrò tornare?» Intorno al sogno italiano si raccoglie infine la riflessione su sé stessa come artista. A partire dal riconoscimento di una sua nuova sensibilità: «Nostalgia. Non ho mai saputo cosa fosse la nostalgia, ma da quando conosco il Sud so anche questo. Roma, quando ti rivedrò di nuovo?»
Dalle molte sbornie emerge piano questo senso di ridefinizione: «Lavoro: raffinamento. Perfezionamento senza decadenza». «Mi occupo incessantemente del mio sviluppo e della mia educazione perché questa è la base del mio creare. Sto iniziando ora. Che fortuna l’aver scoperto il senso della mia esistenza in tutto quello che è successo finora... Morte, miseria, tortura, spavento, paura, ostinazione, perplessità, tormento, preoccupazioni. Fioritura della Rivoluzione».
La fine della guerra la coglie cosi in piena “maturazione” per certi versi: «La guerra è finita vero? Cosa significa? Quanta povera gente è davanti al nulla. Ma per me la vita comincia ora. E ora fanne qualcosa! E non averne più paura!»
La fine della Guerra è la fine della sua cittadinanza di origine per sempre: «È finita e ora inizia una vita. Dovrei vergognarmi di essere tedesca. Ma due anni fa ho dichiarato guerra alla Germania».
La purificazione dal passato diventa il tanto agognato ritorno: «Oh, questo mese pieno di cadaveri. E tutto quello schifo spirituale che si è ammassato e fino ad ora non è stato del tutto rimosso. Solo a Roma tornerò pulita, quando andrò a riprendere il mio cuore a Fontana di Trevi. E non dò pace. Voglio che sia così. Perché deve essere così».
Il desiderio si avvera. Lilo resterà in Italia fino alla fine della sua vita. Dopo anni di vagabondaggi fra città, isole, sceglierà alla fine Ischia e questa casa con la terrazza dove siamo. È una casa solare, aperta al fuori, che lei costruirà pezzo per pezzo, strappandola al buio e alla cupezza di un soffocato centro storico. Ne farà il centro della sua vita sociale, la perfetta cornice per le sue opere d’arte. Soprattutto per le varie teste di persone modellate in materiale sempre grezzo. In questa Ischia vivrà fino a diventare insieme una leggenda e un vezzo locale: molti, nelle vie del centro, ricordano ancora questa signora vestita sempre come una diva di Hollywood, con caftani colorati e turbanti, alla guida di una piccola Ape da trasporto. Molti ricordano i suoi cani. Altri ricordano la sua gentilezza. Quasi tutti, alla fine della sua vita la giudicavano un po’ “l’eccentrica”, e se al Bar del centro qualcuno dice anche “pazza” non c’è da meravigliarsi.
La vita che ha fatto in questa Italia dove è arrivata con tanto impeto, non è stata poi diversa da quella che già aveva definito negli anni di guerra: ci sono stati nella sua vita molti amori, quasi tutti infelici. C’è stato molto alcol. E molte preoccupazioni economiche. Ma nulla di tutto questo ha mai bloccato quella determinazione a vivere e creare cui si era aggrappata nei momenti di difficoltà.
Di questo suo stabilizzarsi definitivo così parlava: «Io ho forza, come poche donne, senza essere mascolina, dato che il polo opposto al “femminilissima” è proprio quello. Lentamente sto raggiungendo il mio equilibrio - per questo mi sono permessa molti errori».
E il suo punto più debole e più forte insieme - la capacità artistica - aveva trovato in questo equilibrio una forma: «le mie sculture - ci deve andare dentro tutto; tutta la meravigliosa e delicata vita, piena di forza e di dolcezza, tutto deve entrarci fino a quando le teste non bastano più e il nuovo si fa avanti». Forse non è un caso che proprio le teste sono il segno più speciale del suo lavoro: piccoli memento di essere umani fermati nella pietra e nell’argilla in uno straordinario momento di vitalità. Vitalità. Lo stato naturale da lei più ammirato e perseguito.
Gli amici la ricordano fino alla fine della sua vita incastonata in questa aura di affascinante “imperfezione”. Un po lady, un po’ povera, un po’ artista, un po’ fragile. Ma sempre, sempre, sorridente, accogliente, pronta a darsi, nel perseguire imperterrita fino all’ultimo, la vita stessa, come nella preghiera di anni prima, «Dio, fammi diventare vecchissima ma piena di vigore».
I segni che questa vita ha lasciato dietro di sé sono solo tracce lievi: il ricordo vivissimo tra la gente che l’ha conosciuta e un’opera creativa più affascinante che definibile.
Ma del resto non c’è da meravigliarsi. Come molti viaggiatori - artisti - avventurieri - uomini e donne liberi, Lilo Wahl ha in realtà creato una sola e unica opera d’arte: il suo viaggio umano.
Lucia Annunziata

(Catalogo dell’Artemide Edizioni, luglio 2003)

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