Un'estate a Ischia tanti anni
fa.....
di Mario Stefanile
Tanti anni fa - tanti che ormai le
date più non contano, il tempo è una pianura che s’allontana
verso l’ultimo orizzonte e laggiù stanno i miei ricordi
migliori, non so più se sulla terra o già in cielo -
tanti anni fa, dunque, mio padre marinaio mi bisbigliò in un
orecchio, baciandomi fra nuca e collo, che ci saremmo imbarcati, che
avremmo traversato il mare, per andare a Ischia.
Allora Ischia per me non fu che un nome, strano nome sibilante, come
una frusta improvvisa snodata in aria dalla promessa di mio padre,
un luogo certo mirabolante e prodigioso come quelli di cui egli talvolta
mi narrava, quando tornava in terraferma dalle sue Indie, dalle sue
Americhe. Pensai certo - ora non so più bene, ma chi può
sapere che cosa nasce e che cosa muore nella mente di un bambino?
- che Ischia fosse un posto lontanissimo, al di là dell’orizzonte,
al di là del Vesuvio, oltre quella striscia di nebbia più
azzurra che talvolta mia madre mi mostrava col dito, sussurrando “Sorrento”
oppure “Capri”, un posto di là dal Golfo, di là
da Gibilterra, di là dalle Canarie...
Di quanto disse mio padre intorno a Ischia non ricordo più
nulla, se la disegnasse in aria con le sue parole colorate o se la
insinuasse dentro la mia fantasia con arcani riferimenti: so soltanto
che a poco a poco Ischia fu uno scoglio sempre più grande,
quadrato e a picco nel mare, alto fino a toccare il grembo delle nuvole
con la punta di una sua montagna, un’Isola beata, dunque, nata
un giorno nelle acque più azzurre così come nascono
le meduse e i coralli, i coralli che mio padre portava a rametti rossi
e bianchi a mia madre da ogni viaggio in Oriente.
Era d’estate, lo ricordo dai miei vestitini di tela azzurra,
dalla larga paglia sul capo, dai merletti bianchi di mia madre sorridente
sotto un suo ombrellino, dalla giacca di alpagas nera di mio padre
che sventolava talvolta un fazzoletto di lino sul suo volto bruno.
I colori erano i colori dell’estate di tanti anni fa, un’estate
felice certamente se io potevo stare fra mio padre e mia madre e con
loro due ridere di sgomento percorrendo la breve asse che portava
dal molo di Pozzuoli alla poppa di un bianco vaporetto.
Ormai la traversata è sparita, resta soltanto a galla dell’anima
una sciarpa di fumo nero, il fischio lungo della sirena di bordo,
il gioco del vento di mare nei capelli di mia madre: e mia madre si
lisciava i suoi fini capelli, guardava verso prua, là dove
le gomene tese tremavano all’aria come corde di uno strumento
musicale. Mio padre andò a parlare nella cabina di comando
col pilota del vaporetto, cominciò a narrare a lui avventure
di viaggi tropicali, del Golfo del Leone o del Golfo di Biscaglia
quando s’incattivano e fanno tremare i poveri marinai e il comandante
del vaporetto gli rimbalzava altri racconti di perigliose traversate:
io in mezzo a loro due, il mento appoggiato sul bastingaggio, a sentire
la brezza sulle labbra e i loro racconti pieni di onde e di scogli,
di risacche e di burrasche,
Mettemmo piede a Ischia, accolti dal grido festoso dei venditori di
limoni che venivano fin sotto lo scalandrone di poppa a salutarci
con la loro merce odorosa e acre, ma io non avevo occhi che per la
barchetta di un piccolo saraceno quasi nudo che se la stringeva al
petto, correndo scalzo sulla pietra rovente, inseguito da una torma
di suoi piccoli amici. Mia madre colse nei miei occhi la smania e
a una botteguccia infestonata di reti e di cestini di vimini comprò
per me una barchetta bianca, con le due vele, la bandierina, la chiglia
piombata e perfino il timone e io, come il piccolo saraceno, la strinsi
al mio petto, felice.
Ischia era dunque questo: un desiderio subito appagato, una felicità
di bambini, innocente e azzurra come era il cielo, come il fiocco
del cavallo, come la tenda della carrozzella nella quale montammo
per andare non so più dove, se a Casamicciola o a Barano, se
a Lacco o al Castello o a Forio. Sì, era Forio mi pare, dove
stava un amico di mio padre, marinaio anche lui, che ci attendeva
nella sua casa bianca, con l’arco, la loggia con i gerani e
i grappoli di sorbe, sul vocio quieto di una piazzetta minuscola.
Entrammo nell’ombra dal sole che ci abbacinava, l’ombra
era azzurra, di un azzurro violaceo come nei grappoli delle glicini.
L’amico di mio padre cominciò a gridare, a ridere, ad
allargare le braccia, a chiamarsi intorno la moglie e i figli e una
vecchissima zia, vestita di nero e grassa e forse anche i vicini che
sbucavano da azzurre porte nel cortile, venivano a guardarci, toccavano
i merletti di mia madre e il bavero del mio vestitino alla marinara,
Ricordo ancora la grandissima stanza imbiancata di calcina, il pavimento
di pietra viva, una stanza piena di finestre ad archi e un balcone
che dava su una vasta terrazza in braccio al mare; ricordo una tavola
lunga e piena di gente, io in fondo fra gli altri ragazzi che mi domandavano
i segreti delle scuole napoletane, ai quali domandavo i segreti del
mare di Ischia.
Dopo pranzo ci mandarono a giocare, c’era anche una bambina
dalle trecce lunghe fermate da due fiocchetti rosa, gli occhi così
azzurri che non potevo guardarli: e mi teneva la mano, me la stringeva,
senza parlare, subito compagna. Il pomeriggio era al suo culmine,
con un frinire disperato di cicale nel fogliame dell’orto, un
riverbero accecante dai muri. Il mare si sentiva vicino, pur senza
scorgerlo, di là dagli alberi d’agrumi. Qualcuno propose
di entrare nel fresco della cantina, a giocare non so più a
che cosa e penetrammo nel buio quasi gelato di quella cavità
che s’apriva sotto la casa, fra enormi botti e damigiane e mastelli
e tavole. C’era un odore acuto, di vino in fermentazione: vino
della passata stagione che fra poco avrebbe fatto luogo al mosto novello
e qualcuno propose d’assaggiare da una enorme bottiglia il vino
bianco passito che a tavola non avevano voluto dare a noi ragazzi.
La bambina lasciò per un momento la mia mano, scappò
fuori, tornò di lì a poco tenendo il grembiule alzato
per le cocche e rigonfio di mille fichi secchi, fichi bianchi impolverati
del loro stesso zucchero che depose sul piano di una grossa botte.
Cominciammo a divorare i fichi secchi, a bere il vino bianco e dolce
che aveva il sapore dell’uva passa, narrandoci storie inverosimili,
accoccolati in quel buio fresco mentre fuori il cortile era una grande
macchia abbacinante di sole. Questa era dunque Ischia, dopo la felicità
della barchetta, la scoperta di una libertà, mangiare fichi
secchi, bere vino passito, ascoltare il rumore del mondo lontanissimo,
le risate di quelli che stavano sopra e noi bambini sciolti a un’ebbrezza
che ormai cresceva, ci stordiva, ci buttava all’aperto, a inseguirci,
a correre lungo la spiaggia: e uno propose di far navigare la mia
barchetta, salì a prenderla senza che lo scorgessero, la varammo
nel mare limpido e azzurro, ubriachi di fichi secchi e di vino, ubriachi
di sole e di libertà, la seguimmo mentre lentamente muoveva
verso gli scogli.
La bambina dalle treccine aveva ripreso la mia mano, con lei entrai
anche io nell’acqua, dopo d’essermi scalzato, il mare
punse le mie gambe, le mie ginocchia, ormai nulla più ci tratteneva,
quel dolce vino passito muoveva farfalle nel nostro capo, seguivamo
le farfalle che si mutavano in scroscianti risate e così, tornati
a riva, infagottati in costumi da bagno che uno andò a prendere
in una vicina capanna, cominciammo a fare il bagno, dimentichi della
barchetta che veleggiava per suo conto lontano.
Fu forse mia madre, alla finestra, a scorgerla: perché ebbe
un grido al quale altri seguirono e scoppi di voce severa e sulla
spiaggia giunsero tutti come per assistere a un naufragio, mio padre
e il suo amico in testa, da bravi marinai, seguiti dagli altri a braccia
alzate. Ma non c’era stato naufragio, eravamo sani e vispi nell’acqua,
bambini felici e indocili, anche se ubriachi di fichi e di vino passito
e allora mio padre scrollò le spalle, accese una sigaretta,
l’amico sedette su una pietra, noi uscimmo dall’acqua
mogi e bagnati come cani e furono le donne ad asciugarci con coperte
e lenzuola.
Mia madre mi asciugava sempre più teneramente, quasi mi carezzava,
senza tuttavia mostrare d’avermi perdonato, ma io lo sapevo
dall’indugio delle sue dita fra i miei capelli e allora cominciai
furiosamente a desiderare d’essere nato a Ischia o almeno di
poterci vivere se Ischia era questo, anche un perdono discreto, senza
umiliazione.
L’ho saputo dopo, tanto tempo dopo, lo so adesso che Ischia
è appunto questo, una smania di desiderio che si appaga, una
libertà e un perdono.
(da Lettera da Ischia - anno I n. 1/1957)
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