Sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubbliva
Comune di Ischia - Circolo G. Sadoul - Istituto Italiano per gli Studi
Filosofici
Arnaldo
Pomodoro
alla Torre Guevara di Ischia
Materia abitata
dall'Universo di
Massimo Bignardi (*)
Non è facile riassumere in un’immagine “chiave”
l’intero lavoro di Arnaldo Pomodoro, il suo muoversi - collocato
lucidamente da Argan - attorno “alle idee di spazio e tempo,
di concetto ed esistente, di totalità e frammento”. Sintetizzare,
cioè, quel suo essere nel dibattito della scultura moderna
che, nel corpo dilatato e “dilaniato” della seconda metà
del secolo Ventesimo, ha accelerato il rapporto di filiazione e di
scontro dialettico della natura (a volte della sua memoria) con l’uomo,
ovvero il desiderio di testimoniare la profonda frattura che si è
prodotta. L’artista ha scelto, per questa mostra ischitana,
quale immagine simbolo, se si vuole come una sorta di cifra poetica
da proporre per la copertina e dunque di primo incontro con il pubblico,
quella di un’opera, Rive dei mari, che penso sveli l’origine
cosmogonica della sua riflessione di scultore del nostro tempo. Aprire
l’articolato tracciato disegnato dalla sua esperienza, che si
fonda e si serve di forme geometriche solide. Sono la sfera, la colonna,
il prisma, la piramide, poste in relazione, in osmosi, con la superficie,
metafora del piano esistenziale, e al tempo stesso fenomenico, sul
quale corre l’intensità di uno sguardo che entra, scava,
scandisce le ombre e gli aggetti, trascrive i segni e li eleva ad
architetture di pieni e di vuoti, di impronta e di calco, altresì
svela (testimonia) i tormenti, le fratture, insomma il travaglio dell’uomo
della società tecnologizzata. Attingendo all’analisi
dell’Hildebrand, agli studi sulla forma avanzati all’interno
della critica del puro visibilismo, potremmo dire che l’opera
di Pomodoro si concentra sulla natura, su un suo valore più
ampio, inteso, cioè, non come celebrazione di essa, della sua
dimensione di orizzonte cristallizzato e, quindi, immutabile, bensì
quale corpo che si muove, muta, in pratica che “produce nell’apparenza
delle alterazioni che noi riteniamo come segni indicativi” un
processo che coinvolge la visione.
Rive dei mari, un grande mitilo in alluminio, adagiato al fondo, sul
piano degli abissi marini, sul territorio misterioso degli archetipi,
ci guida nella geografia di questa mostra. È una scultura di
forte suggestione, evocativa di un’idea del cosmo (amalgama
di materia, pensiero e spazio) sulla quale Pomodoro ha insistito,
ritrovando un’unità di architettura e di scultura. Un’unità
che connota le esperienze della seconda metà degli anni Ottanta,
ripresa nella sua valenza di archetipo, in altre opere successive,
guardo in primo luogo alla volta che struttura la nuova Sala d’armi
del Museo Poldi Pezzoli di Milano, realizzata nel 2000. La forma oblunga
del mitilo, con la superficie esterna della conchiglia che accoglie
i segni della crescita, richiama quella di un’architettura,
di una struttura primigenia del mondo o, meglio, quella che lo abitava
al suo nascere. Sono segni della sua evoluzione e, dunque, del tempo
che hanno ispirato, fra l’altro, quella serie d’incisioni
eseguite nel 1998 e raccolte con il titolo di Tracce. L’esterno
è la conchiglia, la materia costruttiva, lo “scudo”
con le nervature madreperlacee disposte come decori ma aventi una
precisa funzione strutturale, al suo interno v’è il pulsante
organismo, l’altra parte del corpo, quella che alimenta, ossia
dà la vita alle sue funzioni. La forma-struttura e l’organismo,
l’architettura e il suo corpo mutante – l’umano
-, trovano un’appropriatissima definizione, evidenziando i contorni
di quel simbolico che pervade l’intera opera di Pomodoro. Un
richiamo al simbolo - guardato da una giusta misura, avvertiva Sinisgalli
già nel 1955 - che ha una sua origine lontana, il cui respiro
attraversa a ritroso il pensiero sul quale si fonda la cultura occidentale,
fino al senso classico, ad una radice antropologicamente forte alla
quale l’artista si sente legato. Credo che a sorreggere il telaio
del suo immaginario sia sostanzialmente, più che l’immagine-simbolo,
l’idea del simbolico, avanzata non solo come relazione ad una
forma che sollecita la cucitura con la sfera del magico, bensì
come dimensione di un tempo interiore del presente.
Per gli spazi della Torre di Guevara, lo scultore ha voluto “segnare”,
proprio come fa il navigatore, i punti del suo viaggio, lungo quasi
cinquant’anni, nei “tempi” e nelle “forme”
della contemporaneità. Anche se segnano “punti”
provvisori (si deve al desiderio di dare a questa mostra il carattere
di piccolo tracciato antologico) le opere proposte, scelte in un arco
di tempo che, dal 1960, giunge ad oggi, esplicano, chiaramente, i
nodi problematici che l’artista ha man mano incontrato o posto
al suo lavoro. Un “muoversi” (un mutare) che non è
stato, e non è, dare risposta all’effetto, alla bellezza
o alla novità di risoluzioni formali, quanto la convinta verifica
del passaggio, del transito, dell’incontro con un ulteriore
momento che è, anche, scoperta di uno spazio per la forma,
di una nuova “figura” per lo sguardo, ossia di una scultura
viva nei luoghi, ora dell’urbano, ora della natura.
Pomodoro cerca un’ulteriore verifica all’insinuante tarlo
che sin dalle primissime esperienze, spese nei laboratori artigianali
della vecchia Pesaro, accompagna il suo lavoro. È quella domanda
che il pensiero consegna alle mani, che l’animo suggerisce all’artificio;
è il fil rouge che dalla Colonna del viaggiatore, del 1961,
va alle monumentali sculture per le metropoli statunitensi ed europee
o che dai segni che improntano la superficie pulsante dell’argilla
giunge alla “trasparente” materia della croce per la chiesa
nuova di San Giovanni Rotondo.
L’artista ha tracciato, in modo autobiografico, una rotta movendosi
tra le forme che non testimoniano solo - per quanto grande - una specifica
indagine nell’evoluzione di solidi geometrici, quanto la relazione
che esse di volta in volta instaurano con lo spazio che le accoglie.
Nel caso specifico la Torre di Guevara e dei giardini che l’incorniciano,
affacciati su uno degli angoli più belli al mondo, uno specchio
di mare abitato da racconti, da leggende, da storie del mare, da figure,
fantasmi che - così come, nei primi anni del secolo scorso,
li vide Nolde - balzano dalle architetture del Castello Aragonese.
Pomodoro, com’è nella sua prassi, ha studiato lo Spazio
tessendo un gioco fra interni ed esterni nel desiderio di “catturare”
sulla superficie speculare delle sue sfere, sui piani diversamente
inclinati degli Scettri, o sugli anelli cardanici del Giroscopio della
luce mediterranea, di quel medium che plasma, modella, accende e contrasta
la realtà. Una luce che ammanta di memoria la visione: lo spazio
e gli oggetti, le figure e i corpi acquistano qualcosa - parafrasando
quanto scriveva Kracauer a proposito delle città mediterranee
- del sogno, cioè di un processo che “allinea le immagini
secondo regole estranee a come esse abitualmente appaiono”.
Esemplificando, è la luce zenitale che incide i segni e i rilievi
ritmati dalle piastre del mirabile arco di terracotta invetriata che
s’incastra e si slancia, proprio come fa un arco per dare spinta
al dardo, nella baia ischitana del Negombo a Lacco Ameno, fra le opere
- sono certo di non eccedere - più significative di arte ambientale.
Bella non per l’equilibrata stesura della forma, il suo richiamo
simbolico alla porta, al varco iniziatico o, se si vuole (parlando
di un luogo termale), dell’ingresso al giardino delle acque
lustrali. Bella perché profondamente dentro la “materia”
antropologica della natura, nelle viscere di una tradizione viva,
nell’antica e laica liturgia che impone il processo della ceramica,
con i suoi colori, le ossidature o le irregolarità dettate
dal fuoco. Indagare, ancora una volta, come dato emotivo, il riflesso
e la sua capacità di svelare la forma e, al contempo, di mostrare
la materia, agguantandola come immagine sia di uno stupore (prodotto
da quell’azione che l’artista, in un’intervista
a Sam Hunter del 1974, chiama “distruzione”), sia d’un
tempo, che non è quello dello scorrere rettilineo della caducità,
quanto quello circolare dell’anima. L’artista ha collocato
nello spazio interno di un’architettura, nell’ “organismo”
della Torre di Guevara, sia la vitalità della materia, sia
le immagini che essa cattura per poter essere parte del mondo: lo
ha fatto con la stessa consapevolezza, con l’identico slancio
di quando ha collocato la scultura Colpo d’ala – 0maggio
a Boccioni, realizzata fra il 1981 e il 1984, sul piano d’acqua
antistante il Water and Power Building di Los Angeles, o quando ha
“sospeso”, sul tetto del Padiglione italiano all’Esposizione
Internazionale di Montreal del 1966, la Sfera grande i cui sensibilissimi
e specchianti frammenti di “calotte” accolgono, oggi,
l’allungata facciata del Palazzo della Farnesina a Roma. Voglio
dire che non v’è nessuna digressione progettuale; l’intento
di relazione fra spazio e corpo o fra realtà ed immagine resta
immutato in qualsiasi situazione. Il punto centrale resta il valore
che Pomodoro dà alla scultura - azzardando su un concetto espresso
per la pittura da Merleau-Ponty - di essere “spazio” che
manca al mondo per essere forma. In un ulteriore passo della citata
intervista rilasciata a Sam Hunter, l’artista, infatti, dichiara:
“Gli effetti specchianti includono ciò che vi sta attorno,
lo spettatore. In una sfera ci si può riflettere, avere la
propria immagine distorta. Questo rende la scultura viva, una parte
di noi, della natura, in qualsiasi luogo si trovi, in un parco, in
un giardino, in città”. Viva, pulsante, un corpo che
fornisce una “parte di noi”, insomma che completa l’unità
di spirito e materia.
L’opera di Arnaldo Pomodoro, certamente fra le più significative
espressioni del nostro tempo, testimonia, in fondo, l’ancestrale
necessità che l’uomo ha di avere al suo fianco un “altro”,
una presenza che lo sollecita, l’interroga e, al tempo stesso,
gli fornisce l’anima della storia, la sua identità di
tempo, inteso come passato, presente e futuro, essere, cioè,
lo sguardo cosciente dell’uomo della sua specie, ma anche della
grande sfera che ruota nello spazio infinito dell’Universo.
Trasgredendo l’invito che lo stesso artista sollecita, cioè
a guardare di giorno le sue sfere, le colonne, gli ondulati fogli
dei papiri, le piramidi, i coni a spirali delle sue recenti torri,
in pratica a lasciare libero lo sguardo in cerca delle immagini catturate
dalle specchianti superfici, suggerirei, invece, di ammirarle di notte.
Immagino un cielo buio, privo della luminosità lunare e del
brulicare intenso delle stelle che si riflette sulla superficie speculare
di una sua opera: di colpo sarà la materia corrosa, quella
che esplode dall’interno, a ricondurci al terreno, a strapparci
dallo stato di surrealtà nel quale il nostro essere sprofonda.
La materia corrosa, quella urlante, esistenziale, è il dato
che ci àncora al piano, ad uno spazio che sentiamo essere terreno.
L’esercizio ci offre un’altra prospettiva o, meglio, un
nuovo punto dal quale porre in prospettiva l’opera di Pomodoro.
Si pensi ad esempio alla sfera che s’incastra nella materia
di un’altra più grande, come nella scultura che campeggia
il Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, oppure alle dentature minacciose
della Sfera di San Leo, completata nel 2000, all’insondabile
scrittura, quell’abbecedario di segni incisi sulla superficie
ondeggiante della monumentale opera, intitolata Papyrus, realizzata
fra il 1990 e il 1992, installata di fronte al Nuovo Palazzo delle
Poste e Telecomunicazioni di Darmstadt. Sui piani lucidi delle punte,
dei corpi arrotondati, acuminati, corrosi, specchianti, ritroveremmo
frammenti, spicchi, piccoli squarci del misterioso spazio dell’universo,
così nascosto e profondo, lontano, proprio come si presenta
ai nostri occhi di notte. L’Universo entra nella materia, in
una parte, se pur infinitesima, di mondo, ovvero la materia ritrova
la sua origine attraverso l’arte, il gesto che la strappa al
peso della sua “terrestrità” per farla pensiero
– restituendole, in pratica, quella leggerezza della quale parla
Calvino. Il mio volto, che si specchia sulla convessa superficie della
Sfera n. 5, diviene un punto bianco nello spazio sconfinato dell’Universo
che lo accoglie. Nello “spavento” che mi fa sprofondare
nel riflesso del buio, mi soccorre la materia scura, corrosa, che
si allunga dalle crepe, dalle fratture. Essa mi fa partecipe della
vita, della sua storia. Per un istante, per quel gioco sottile che
l’immaginario origina nella nostra mente, mi sento nello sguardo
di un Universo creatore, di un Dio che guarda, ossia di un sentimento
forte che mi lega - è l’artificio che iscrive Pomodoro
e il suo linguaggio di “espressionista astratto” nella
tradizione classica - alla storia dell’umanità. L’artificio
di Pomodoro, lo testimoniano le letture che Argan e Zeri hanno fatto
della sua opera, è la capacità di accordare “nel
senso della misura e della suggestione stilistica” le sue forme
allo “spazio” costruito dalla storia che è, insieme,
evidenza dello spirito e della materia. Un pensiero che l’artista
confida a Francesco Leonetti, in una conversazione sugli ultimi lavori.
A proposito del progetto per la porta maggiore del Duomo di Cefalù,
dichiara: “Ho realizzato il cielo o l’aldilà in
una sfera d’oro. Nella Trasfigurazione ho voluto che il magma
terrestre si diffondesse attorno alla base come alone, nella presenza
alta della ‘nube luminosa’ con la voce del Padre”.
(*) In Catalogo della Mostra
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