Ischia e Lipari: due isole
accomunate dalla storia
di Gina Algranati
Il 14 gennaio del 1571 Filippo Il
chiedeva da Madrid con sua lettera, diretta al duca d’Alcalà,
notizie intorno alle ragioni per le quali l’isola di Ischia
era stata esentata dal pagamento di contributi e donativi e intorno
alla vexata quaestio della proibizione di esportar vini dall’isola
per Roma.
La lettera è riportata in un documento della Camera della Sommaria,
un fascicolo di viva e particolare importanza per la storia dell’isola
d’Ischia nel secolo XVI.
Il sovrano, che poneva la sua firma, con la consueta formola «Yo
il rey» voleva ora esser bene informato di este negocio. Chiedeva
che si esaminassero i libri dei mastri portolani, quelli delle gabelle,
i documenti delle Percettorie ed ogni altro atto amministrativo, nonché
le numerazioni, da cui risultava diminuzione di popolazione a causa
di ratti, rapine, incendi ad opera dei corsari, voleva inoltre notizie
intorno alle torri marittime di guardia, la cui spesa gravava sul
dissestato bilancio dell’isola.
Cinque anni buoni trascorsero prima che fosse spedita la relazione,
firmata il 25 giugno del 1576 dal Presidente della Camera della Sommaria.
Essa è contenuta nel fascicolo, che abbiamo citato, e che ci
pone sott’occhio le condizioni di vita dell’isola e dei
suoi abitanti, nel XVI secolo, ci dà elementi statistici sicuri
ed importanti, tratti da libri e registri intorno alle proprietà
immobiliari, ai prodotti del lavoro agricolo, alle condizioni economiche
degli indebitati casali isolani, alla grave sventura delle incursioni
piratesche.
Dai libri dei ministri del tempo risultava come già la Camera
della Sommaria avesse il 26 marzo del 1544 dichiarato attraverso la
consulta che per rispetto ai privilegi di cui Ischia godeva, dovesse
l’isola essere considerata libera e franca da tutte le imposizioni
ordinarie e straordinarie, ed altre consulte si erano dichiarate nello
stesso senso, anche quella del 13 gennaio 1561.
Si possono a queste aggiungere, traendole dalla relazione, l’esenzione
del 1563, che le computava immunità dai donativi per cinque
anni, cioè dal 25 gennaio 1563 al gennaio 1568, e, ultima,
l’esenzione dal donativo imposto nel 1568 e fino al 1574.
Si decise dunque di inviare in loco un ispettore e precisamente uno
dei presidenti della regia Camera, il magnifico Antonio Stinca.
E prima ancora si fece il conto di quello che avrebbe l’isola
dovuto pagare al governo della Cattolica Maestà in tasse e
in donativi dall’anno 1552 al 1574, se non fosse stata esentata.
Da conti fatti sui registri dei Percettori della Provincia di Terra
di Lavoro appare come l’isola avrebbe dovuto versare a partire
dal 1552 un totale di ducati 13803, tarì 4, grana 11/3.
Il governo viceregnale applicando probabilmente il nemine exempto
deve esser riuscito a strappare all’isola, sotto uno od altro
nome, un contributo, che sottratto dal totale ridurrebbe il debito
d’Ischia a ducati 12672, tarì 4 e grana 91/3.
Perché l’isola fosse stata esonerata non risulta chiaramente
documentato dai libri delle consulte, né si trova sotto la
data del 26 marzo 1544 traccia di voto o discussione; e non resta
testimonianza alcuna, salvo quella del Magnifico Francesco Alvarez
de Ribera, che un tempo era Presidente della Camera della Sommaria,
e che «non sa che altro motivo potesse avere indotto la Camera
a consultare in favore di detta città de Ischia se non vedere
che il privilegio dice ad istar liparensium, li quali liparoti non
pagano donativi, et cossì questi de Ischia che sono adeguati
a quelli per privilegio doveriano ancor esser franchi».
Istar liparensium, dice il documento, o instar liparensium. Ed ecco
apparire sulla scena della storia questa isola, accomunata ad Ischia
nei mali e nei privilegi, nella nobiltà e nella miseria. La
nobiltà fu esaltata dalla leggenda e cantata dalla antica poesia;
la miseria attestata dalle documentazioni ufficiali.
Ischia e Lipari; la natura le aveva già fatte simili, facendole
erompere ed emergere attraverso successive eruzioni, disseminandole
di crateri (possono entrambe considerarsi dei crateri), coprendole
di lave, di ceneri, di pomici, costruendole con basalti, tufi, ossidiane,
irrorandole, fra le rocce tormentate con sorgive minerali e termominerali,
note e cantate ad Ischia fin dall’antichità, vantate,
con le terme, a Lipari da Diodoro Siculo. Il mito vide sotto le cime
d’Ischia la prigione del titano Tifeo, spiegando coi fremiti
di lui, col suo alito infocato i fenomeni vulcanici e in Lipari pose
la fucina d’Efesto e la sede di Eolo.
Il tratto di mare fra il golfo campano e la Trinacria salutò
molte vele di navigatori esperti e di migratori, che cercavano terre
assolate, su cui piantare le loro sedi, o di mercanti attenti agli
scambi o di avventurieri randagi.
E nelle due isole la natura fece simili in parte l’aspetto e
il clima dolce, fu avara di piogge e prodiga di venti, e di rugiade.
Ornò le rocce d’agavi, di fichi d’India, di capperi
e permise all’olivo e alla vite d’allignare.
La posizione delle due isole è, se non identica, simile; son
esse come due sentinelle se non a difesa, a guardia della costa, esposte
agli attacchi spesso improvvisi, sempre disastrosi dei corsari. E
le due isole vantano una lunga e costante fedeltà alle dinastie,
che con l’Italia meridionale, se le son passate di mano in mano.
Ma non seguiremo le due terre attraverso la storia antica e medioevale,
le guarderemo quali erano nel secolo XVI, ciascuna col suo castello,
prevalentemente aragonese in Ischia, normanno a Lipari, coi loro cittadini
intenti a lottare contro la miseria e un po’ rassegnati ad essa.
In fatto di disavventure i Liparoti facevano testo; tanto vero che
gli isolani d’Ischia volendo conservare privilegi ed esenzioni
s’appigliavano a quelli concessi ai Liparoti.
La città et insula d’Ischia non si stava dall’accrescere
con esposti e documenti le pratiche nell’archivio della Regia
Camera della Sommaria.
Aveva già dichiarato nel 1544 che, godendo di privilegi, si
considerava libera e franca da contributi e donativi. E la Regia Camera
della Sommaria aveva riscontrato i privilegi concessi da Alfonso I
d’Aragona, che aveva prediletto l’isola, fortificato e
reso dimora degna d’un re il Castello e la costa isolana. Aveva
riconosciuto quelli dettati «in civitate Yscle 27 aprelis 1433»
confermati poi da Re Ferrante in Capua il 10 luglio del 1458.
Allo stesso Consalvo Ferrante di Cordova, Gran Capitano e Luogotenente
Generale del Regno, gli isolani ricordarono nel 1503 i benefici goduti
e a cui credevano di aver diritto chiedendo «privilegi, gratie,
franchitie, immunitate et liberate, quale haveno liparoti...».
Ne avevano o no goduto i Liparoti, nonostante la clausola nemine exempto?
Erano stati trattati «franchi» anche dai donativi? E perché
non doveva Ischia godere dello stesso trattamento?
Sono tanto simili! Aggiungiamo noi fuorché nel temperamento;
ché, nonostante le intrusioni di sangue orientale, comuni ad
entrambe, gli Ischitani si son dimostrati assai più contemplativi
degli attivi e tenaci Liparoti.
Non che non vi siano differenze fra le due isole; Lipari è
meglio adatta alla coltivazione; oltre gli alberi fruttiferi vi alligna
il cotone e bene si sfruttano i giacimenti di zolfo, di pietre pomici,
d’allume, di nitro, di bitume, di cinabro; Ischia è forse
più povera, per sua natura; non meno ridente e sognante.
In fatto di documentazioni, a parte le distruzioni belliche, prodotte
negli archivi, Ischia non vanta una raccolta importante come il Libro
dei privilegi della città di Lipari; ove tra gli altri si legge
quello del 2 settembre 1400, che esentava i Liparoti dal pagare qualunque
dazio o diritto per tutto il regno di Napoli, quello di Giovanna Il
che lo confermava il 15 gennaio del 1420 e che Alfonso d’Aragona
rinnovò da Napoli un anno dopo, il 18 luglio del 1421 ammettendo
anche, tre mesi dopo, i Liparoti a tutte le franchigie godute dai
Messinesi, i quali erano i privilegiati per eccellenza nel Regno di
Napoli.
Si continuano i privilegi, confermati, arricchiti, a distanza di pochi
anni un dall’altro, anche quando, tolta alle dipendenze della
Sicilia, l’isola eolia passò nuovamente sotto la giurisdizione
del Regno di Napoli; essi riguardano esenzioni da gabelle, tributi
vari; riguardano diritti relativi a cause civili e penali ed alla
stessa navigazione e nemmeno l’accennata clausola nemini exempto
è stata applicata ai Liparoti, che non hanno pagato.
Ma il periodo nel quale i privilegi furono un’aspra e inderogabile
necessità, fu il secolo dodicesimo, in cui le due isole si
trovarono a patire i danni delle scorrerie piratesche.
Quando con la morte di Ferdinando il Cattolico, Carlo V nel 1516 ne
ereditò il trono e s’iniziò la guerra franco-ispana,
durata un ventennio, sulle due isole sorelle s’abbatté
il flagello terribile della pirateria, o meglio s’intensificò
in modo veramente spaventoso, giacché esso s’inserì
nel quadro della lotta tra Carlo V e Francesco I, quando il re cristianissimo
si alleò con Solimano Il detto il Magnifico, guerriero, legislatore
e mecenate e di Kair ed din, il pirata dalla barba rossa, cristiano
rinnegato e terrore del Mediterraneo, fondatore dello stato d’Algeria,
fece il suo ammiraglio, dopo avergli dato il titolo di pascià
e averlo nominato emiro degli emiri.
Nel 1544 alla fine di giugno la flotta del Barbarossa attaccò
Lipari; Lipari era stata avvertita e si era preparata; non cedette,
fu assediata. La lotta si conchiuse con la quasi totale distruzione
dell’isola.
Dopo aver saccheggiato ed incendiato tutta la città ed averla
ridotto nella più squallida desolazione, il corsaro si partì
da Lipari con un ingente bottino, e più di ottomila prigionieri
di ogni sesso ed età e lasciando la città completamente
spopolata. Il 14 luglio i corsari saccheggiarono Milazzo e si avvicinarono
a Reggio, e precisamente a Catona, ove molti dei Cristiani che erano
stati fatti prigionieri nelle varie incursioni di Barbarossa furono,
specie ad opera dei Messinesi, riscattati, e fra questi molti Liparesi.
Grave era la condizione dei prigionieri, i quali non convenientemente
nutriti, venivano lasciati morire di fame, di stenti e poi gettati
come funesto ingombro nel mare.
L’impresa di Barbarossa contro i Liparoti è descritta
molto dettagliatamente in una cronaca del secolo XVI, che fu popolarissima
negli antichi tempi, ma che oggi è dimenticata.
Di essa ci parla Salomone-Marino, nelle Spigolature storiche siciliane,
che egli andò pubblicando e ne mette in evidenza il grande
valore storico.
È stata data alla stampa col titolo: La destruttione de Lipari.
Per Barbarossa. La verità di parti (sic) in che modo lo prisi,
con lo ritorno di faro. Composta per Giovanni Andria Di Simon (detto
lo Poeta). Con gratia, e privilegio. Stampata in Venezia et ristampata
in Messina per Piero Brea 1594.
Il poeta, angosciato per la grande sventura provocata dal Barbarossa,
chiude la sua cronaca imprecando al pirata.
PARTIU, CHI DIU LU POZZA PROFUNDARI!
Ogni sforzo fu compiuto per fare ritornare Lipari
all’antica importanza, e il Vicerè di Napoli, don Pietro
di Toledo, sotto la cui giurisdizione l’isola trovavasi, a nome
del re Carlo V, il 21 gennaio 1564 confermò a tutti coloro
che fossero andati ad abitare in Lipari le grazie, i privilegi, le
franchigie e le immunità concesse dai vari regnanti agli abitanti
di Lipari. Queste agevolazioni spinsero molte genti della Sicilia
e della Calabria a trasferirsi nell’isola, di modo che essa
presto tornò ad essere notevolmente popolata.
Per quel che riguarda Ischia diremo che quando il Presidente, il Magnifico
Antonio Stinca, in obbedienza agli ordini di Filippo Il e relative
decisioni della Camera della Sommaria si recò nell’isola,
prese visione d’ogni cosa «minutamente et diligentemente»,
non solo, ma esaminò particolarmente i libri degli esattori
delle gabelle ed altri; e potè constatare come gran parte delle
case di detta città «fossero dishabitate et dirute, né
si potevano riedificare per l’estrema povertà dei cittadini».
D’altra parte nell’isola trovò esservi aree coperte
da pietre arse e boschi d’arboscelli inutilizzabili; in un casale
detto Lacco trovò scarsa popolazione, a causa degli assalti
dell’armata turchesca, che l’aveva distrutto e bruciato.
Trovò invece abitato il casale di Forio («de grande habitatione»)
ch’era loco aperto (e però molto esposto) e ivi pure
vide case e magazzini bruciati e distrutti «et modernamente
fabricatone altre di nuovo».
Questo casale è in parte ricco d’alberi e frutti e viti
che rendono vino e in parte petroso e si fa fatica a ridurlo a coltura
specie nella località detta Pansa, dove sono ancora case distrutte
e disfatte.
Ivi, alle falde dei monti, in terreni aridi, bianchi, a furia di zappe
si seminano «alcune poche victuaglie». Di fronte a Forio,
sopra il borgo detto Celso, c’è un promontorio lungo
un miglio e largo mezzo miglio, coltivato a vigneti, dove «se
fa la magior parte de li vini de detta insula e tutti i territori
di detto luogo son redditizi (al vescovo, ad altri beneficiati et
monasteri)... Et in lo sopradicto Casale de Forio se vedeno edificate
sette torre de particolari citatini, ben munite d’arme, ne le
quale se ponno salvare la gente de detto Casale, quando è correria
de Turchi».
Ora anche su questo capitolo il re Filippo vuole essere informato.
E infatti nel secolo XVI mai la Regia Corte ha costruito torri nell’isola.
Ciò dev’essere accaduto circa un secolo più tardi,
se d’una ci dà notizia il Pasanisi, ma senza darcene
né il luogo, né il nome, citando bensì la fonte:
Consultationum, S. vol. IV, pag. 11 e seg..
Ho però sott’occhio altro documento dell’Archivio
di Stato, che pone fra le torri da riparare in Terra di Lavoro quella
della «Cornacchia» in Ischia, che deve essere stata costruita,
se già abbisogna di riparazioni, almeno un secolo prima. E
che sia regia torre risulta infine da un elenco di torri in Terra
di Lavoro.
Il nome della torre risponde al Capo Cornacchia, sulla costa foriana
presso il Capo Caruso.
Ma possiamo aggiungere alla torre della Cornacchia, un’altra
regia torre: quella di «S. Angiolo» in Ischia.
Ritornando ora alle richieste di Filippo Il, la regia Camera, provveduta
di tutta la documentazione, di cui abbiamo dato notizia, non può
che ripetere il voto del 1561; e cioè «ad instar liparentium»
a conferma dei privilegi goduti siano gli isolani esenti da imposte,
non compresi però i donativi, dei quali non si è fatta
espressa menzione, «etiam che li liparoti godano tal franchitia
de donativi, poiché è prestatione che sponte se fa...».
L’esenzione è ben giustificata e documentata dalla «impotentia
e povertà di detta università.... la sterilità
del loco, li pochi frutti che percepeno con li quali non bastano substentarsi,
il caro prezzio che è delle cose del vitto».
Che se poi si ratizzasse parte del debito che l’isola ha verso
il governo, le somme raccolte in anni successivi si potrebbero spendere
in benefizio dei cittadini per la «defensione della città».
Infatti l’ingegner Benvenuto Tortelli, reputato tra i migliori
fra quelli addetti alla progettazione, costruzione e riparazione di
torri, mandato nell’isola, ha fatto anche egli la sua relazione,
assicurando che occorre restaurare parte delle mura e provvedere al
Torrione; e però diroccare alcune case, per costruire terrapieni,
con una spesa preventivata in «ducati duecento vinti nove et
tarì uno».
D’una questione interessante è fatta nei nostri documenti
cenno fugace; l’isola sottostava alla proibizione di estrarre
(esportare) vini per Roma; e ciò doveva nuocere evidentemente
all’economia locale. Ci spiace non poter seguire le vicende
della proibizione e stabilire con sicurezza se fu tolta in seguito
dal governo del vicerè.
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