I Marinai di Celsa e la Chiesa
dello Spirito Santo
di Agostino Di Lustro
Illustrato. Giugno 2003. Con
prefazione di Ilia Delizia
di Ilia Delizia
L’affermazione sociale dei
marinai ubicati sulla piccola striscia di terra baciata dal sole nascente,
dispiegata ai piedi del Castello d’Ischia, è occasione
per disegnare l’identità di quanti, nel borgo di Celsa,
vivevano ed operavano “dell’arte del mare” ma consente,
nello stesso tempo, di tracciare connessioni utili a configurare un
habitat umano nella specificità della sua articolazione funzionale
e urbana.
La richiesta e la riattazione, nell’ultimo quarto del Cinquecento,
da parte dei marinai, della piccola cappella sconsacrata della famiglia
Cossa e la sua successiva trasformazione seicentesca in chiesa dello
Spirito Santo, di più ampio respiro e con spiccate prerogative
in campo sociale rappresentano, infatti, i momenti significativi e
determinanti di un processo di ri-configurazione ambientale che non
solo assume caratteristiche proprie sul piano del disegno dello spazio
urbano ma è anche espressione di un ri-modellamento delle gerarchie
e degli assetti funzionali già costituiti, con conseguenti
ed inevitabili frizioni tra le parti sociali in campo che travalicano
gli aspetti religioso-devozionali per cui tali strutture pure erano
nate e si erano costituite. Infatti, le vicende che qui si narrano
si ripropongono per una riflessione antropologica che alimenta la
stessa ricerca storica relativa alla nascita e alle finalità
delle confraternite laicali, nella fattispecie quella dello Spirito
Santo di Ischia Ponte, di cui l’edificio chiesastico è
stato la naturale manifestazione e il tramite indispensabile per un
messaggio sociale forte ed inequivocabile. Si tratta di sistemi ideologici
del passato le cui tracce si configurano come culture, visto che “le
culture non sono entità astratte, vivono solo in quanto sono
opera ed espressione di gruppi umani che si sono adattati a un ambiente
geografico e sono impegnati in una storia” (Nathan Wachtel).
Né, in questa linea, vanno trascurate le ripercussioni che
tali aspetti fanno avvertire sulla longue durée.
Il lavoro che qui si presenta, pur collocandosi all’interno
di un filone di ricerca da me perseguito e teso a recuperare, attraverso
il costituirsi delle architetture, la dimensione specifica dell’ambiente
di cui sono parte, - il saggio su L’antico borgo marinaro di
Ischia Ponte in una pianta inedita del 1616, del 1980, è in
questo caso l’antefatto più diretto, va ben oltre: infatti
non solo aggiunge una preziosa documentazione sulla ricostruzione
seicentesca della chiesa dello Spirito Santo secondo la direzione
di sviluppo e la configurazione che ancora oggi vediamo, con tutto
quanto ne consegue in opere di arredo e di abbellimento interni, ma
dà voce e consistenza al vissuto religioso e sociale di un
gruppo deliberatamente costituitosi in confraternita laicale di tipo
corporativo, i cui intenti non sono solo quelli devozionali ma l’affermazione
sociale, la difesa della propria economia, la ricerca di autonomia
da ogni tipo di ingerenza, la promozione della solidarietà
umana.
In questa direzione assumono importanza tutti i momenti decisionali
vissuti dagli uomini di Celsa per costituirsi, prima, in confraternita
e, poi, come “compadroni”, in una configurazione allargata
delle rappresentanze sociali presenti nel borgo, non più esclusiva
del ceto dei marinai. Nel dare senso e logica ai provvedimenti volta
a volta adottati ed alle norme sancite per questo scopo, l’autore
accompagna il processo fino al costituirsi dell’organismo in
collegiata, nel 1786, quando, per disposizione regia, si definì
la fisionomia del clero della chiesa e il suo funzionamento. Ma, questo
approdo non è privo di ulteriori sviluppi se, proprio a partire
dagli stessi anni, la comunità dello Spirito Santo, si fece
promotrice del culto di un proprio figlio, San Giovan Giuseppe della
Croce, che costituisce uno degli aspetti più aggreganti dell’azione
promozionale del sodalizio oggi.
Il percorso della ricerca privilegia come termine a quo, ma anche
come punto centrale della narrazione, la seconda metà del XVI
secolo quando, sospese le scorrerie piratesche sulle nostre coste,
l’attività peschereccia e mercantile visse una rapida
ripresa con un considerevole sviluppo dei traffici marittimi e dell’economia
relativa, come emerge anche dall’appendice di questo studio
dedicata, appunto, agli esiti della marineria tra ‘500 e ‘800.
Ma la felice congiuntura si scontrò in fretta, sul territorio
di Celsa, con l’avanzata dei “cittadini”, qui discesi
dal Castello perché costretti da uno spazio troppo ristretto,
i quali non solo vennero ad occupare aree libere del piccolo contesto
marinaro, ma andarono a rafforzare con la loro presenza la supremazia
degli Agostiniani, ivi già dal Duecento con chiesa, convento
e beni: infatti, nella graduatoria della ricchezza delle chiese dell’intera
isola, questi ultimi occupavano il primo posto. Forti del sostegno
dei ceti più abbienti, gli Agostiniani erano divenuti sempre
meno disponibili verso il popolo, cui addirittura non offrivano “l’opportuno
comodo” quanto a servizi di culto. Questo fatto, se fu occasione
per condurre i marinai alla determinazione di dotarsi di una struttura
di culto propria, fu motivo di aspre controversie tra le parti contrapposte.
Significativa è la vertenza presentata dagli Agostiniani presso
la Gran Corte della Vicaria contro i responsabili del governo della
chiesa dello Spirito Santo i quali avevano iniziato, nel 1614, la
costruzione di un campanile a dotazione della cappella avuta in dono
dai Cossa. Questo nuovo corpo di fabbrica, addossato, in parte, all’abside
della preesistente cappella e affacciato sulla via pubblica, di cui
delimitava i confini, era stato ritenuto pregiudizievole di introspezioni
negli spazi conventuali. Come pure va ricordata l’azione di
disturbo, compiuta più tardi sempre dagli Agostiniani, per
impedire ai marinai dello Spirito Santo l’apertura dell’ingresso
principale della nuova chiesa, sulla via principale del borgo.
Sicché, riuniti in confraternita laicale i pescatori, i mercanti
e i naviganti di Celsa non lasciarono passare occasione senza difendere
le proprie posizioni, rivendicando la propria identità sociale
e culturale per cui assistiamo a una difesa strenua della propria
autonomia che si manifestò con violenti contrasti non solo
con gli Agostiniani, ma anche con il clero della propria chiesa, col
parroco e con il vescovo, e di cui queste pagine danno ampie e documentate
testimonianze, dimostrando come le ragioni del contendere vadano ben
al di là dello specifico degli accadimenti. Esse infatti affondando
le proprie radici nella insoddisfazione del ceto popolare il quale,
sentendosi escluso dalle prerogative sociali, si adopera con ogni
mezzo per rivendicare un proprio spazio nel governo materiale della
loro chiesa e nella scelta del personale ecclesiastico che in essa
deve operare.
Il merito del lavoro sta nello sforzo profuso per ricostruire il mosaico
degli avvenimenti, anche se a questo mosaico mancano inevitabilmente
delle tessere, vuoi per le vicissitudini dei nostri archivi vuoi per
la frammentarietà con cui le informazioni sono state spesso
consegnate alla storia. Questa situazione ha comportato, per l’autore,
un duplice impegno: tenere conto di tutto quanto era stato scritto
nel merito, anche solo per analogia di situazione storica, senza per
questo trarne dei pregiudizi, e, soprattutto, compiere una ricerca
archivistica assai puntuale e minuziosa che conferisce al lavoro il
pregio di una recherche patiente, di cui non sarà possibile
fare a meno nel futuro delle ricerche sull’isola.
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