Ischia la perla del Tirreno
di Elena Canino
. La casa tra la pineta e il mare
offriva una pronta consolazione al mio corredo estivo. Era un corredo
da forzato, scelto dalle autorità familiari secondo criteri
di durata. Le ruvide tele di Procida mi si gonfiavano intorno, i solidi
sandali del calzaturificio di Varese, traforati da un disegno a grattugia,
mi adornavano il piede. Dimenticavo la delusione, la mattina stessa
che mi svegliavo nel nuovo letto. In accappatoio correvo sulla terrazza,
camminando scalza sull’asfalto bollente, mi pareva di camminare
sui bei nomi sonori dei mesi estivi: agosto gonfio come un’onda,
settembre spiaggia lunga, dorata su cui distendersi. L’accappatoio,
oltre ingoffarmi, mi pesava addosso, munito da tanto di cappuccio,
lungo alle caviglie e i maniconi fino al polso, ma io ne ero orgogliosa,
odorava di biancheria nuova, di cloro.
Ischia in quegli anni era un’isola ancora poco frequentata dalla
folla estiva, le famiglie villeggianti si potevano contare sulle dita,
nessun giornale ne faceva l’elenco, eppure erano nomi da figurare
in capo ad ogni lista. C’erano i ragazzi a sbandierarli, non
era venuta la moda di ignorare i parenti e ognuno di essi alla provocazione
presentava fieramente le proprie credenziali: - Mio padre è
ammiraglio, il mio è deputato, il mio è Eccellenza.
L’Eccellenza era Nitti e sua era l’unica cabina appoggiata
agli scogli della Punta del Mulino, punto d’avvio ai grandi
archi di spiaggia scintillante che accompagnavano il mare aperto fino
al riparo del Porto. Nitti usava la cabina come studio oltre che come
spogliatoio; si sedeva sul limitare e, tiratasi avanti la panca di
legno, là sopra sbrigava la corrispondenza che verso le undici
gli portava il postino Liberato. L’uomo arrivava annunziandosi
con un fischietto, camminando sugli ultimi ricami dell’onda
fino a che era possibile e poi affondando le grosse scarpe nella sabbia
per arrivare da Sua Eccellenza. Quel suo fischietto ci dava allegria,
eravamo in una età felice che dalla posta non si aspettava
nulla, né ci peritavamo di spruzzare d’acqua quel modesto
Mercurio.
A mezzogiorno preciso, Nitti scendeva in mare come la palla di Sant’Ignazio
a Roma nella stessa ora; il costume di maglia nera gli metteva in
rilievo tutte le prominenze. Grosso com’era riusciva a sbaragliarci
tutti, o forse noi ci prestavamo alla sconfitta per deferenza; donna
Antonia si teneva lontana dalle battaglie acquatiche, aveva la specialità
di nuotare come se camminasse, mantenendosi a galla con piccole bracciate
placide, un gran pagliettone come una cuffia legato sotto il mento.
Il mare si stendeva davanti a noi offrendoci approdi facili, illusori,
ma noi non lo capivamo e... ciò aumentava la confidenza in
esso, come se il Castello fosse uno scoglio da scalare e Vivara un
comodo cuscino sull’onda.
Quando oggi vedo tutte le “parafernalia” che servono ai
ragazzi per divertirsi a mare, ricordo come ci andavamo noi, già
in costume, i sandali dentro un asciugamano ché l’accappatoio
non serviva più quando la pelle si era abbastanza indurita
al sole.
Maestosamente, a mezzogiorno passato, arrivava la... Marina. Precedeva
la moglie dell’ammiraglio B. un marinaio in divisa candida,
sul nastro del berretto in lettere d’oro c’era scritto:
Dante Alighieri. Quel riverito ma temuto nome vederlo militarizzato
era una soddisfazione, la scuola appariva anche più lontana,
oltre le coste chiuse intorno come un anello di protezione. Il marinaio
portava una sedia a sdraio, diceva ai ragazzi: La mamma è venuta
a sorvegliarvi. - Ma anche se essi, e noi con loro, fossimo tutti
annegati, lei certo avrebbe dovuto assistere impotente alla catastrofe:
era vestita di tutto punto, uno spolverino di seta cruda con tante
mantelline sovrapposte, alla postiglione, un largo cappello avvolto
in veli, scarpe e calze grigie. Intorno a lei subito si faceva circolo,
bella ed intelligente com’era. Nitti in suo onore si paludava
in un accappatoio, sembrava un grosso frate, rapato e il viso rubicondo.
Stranieri ad Ischia ce ne arrivavano di rado, ma quei pochi eccentrici
anche allora. Per una settimana la familiare Punta del Mulino vide
arrivare sempre alla stessa ora, una donna bionda. Non aveva addosso
che un costumino di lana celeste, ma portava sempre i guanti. Si sdraiava
su uno scoglio, si scioglieva i lunghi capelli; in quel punto dove
arrivava l’ombra della pineta l’acqua era verde, con riflessi
cangianti come le squame dei pesci. Non dava confidenza a nessuno,
ma accettava i ricci del vecchio pescatore che passava tutta la mattina
a snidarli di sotto gli scogli; egli apriva con un coltello i gusci
spinosi, le porgeva il frutto carnoso e giallo in una specie di naturale
scodellina e lei, sollevandosi un poco sui gomiti, apriva la bocca,
li sorbiva con delizia. Con voce aspra di altro paese e suono ripeteva
una parola, sempre la stessa, i capelli biondi nell’atto scendevano
a lambire l’acqua, pareva una sirena. Tutti la guardavano affascinati,
Sua Eccellenza compreso, quella figura era come una spiegazione del
paesaggio, lo riportava ad un’origine mitica. Nella pausa che
interveniva nei discorsi dei grandi e nei nostri stessi giochi, si
sentiva il frinire frenetico delle cicale, come la voce piena dell’estate,
dell’ozio, di un invito al sonno dopo il bagno.
- I ragazzi cominciano a farsi grandi - dicevano le mamme. Certo fu
opera loro e non del ministro, se un giorno asciugandosi il viso sudato,
con un fazzoletto bianco tra berretto e collo come uno della legione
straniera, arrivò sulla spiaggia il Commissario.
- Quei capelli non sono mica naturali - disse mia madre ch’era
la più puritana. Donna più di mondo, la moglie dell’ammiraglio
spiegò che per farli così biondi bisognava lavarli con
il rosso d’uovo. Approfittai subito di quel suggerimento, ormai
avevo quasi quindici anni, la vanità cominciava a spuntare
timidamente ed inesperta. M’impiastricciai le chiome e un gran
dubbio mi venne al momento di risciacquarle: - Se ora ci metto l’acqua
perdo tutto l’effetto...
Era di pomeriggio, mia madre riposava ed io stavo sdraiata al sole
sperando prima di sera di essere tutta dorata. Sulla terrazza circondata
tutto intorno dal giardino veniva l’odore di certi gigli rosa
che ad Ischia nascono anche sulla sabbia. Per le poche letture dannunziane
che avevo, sapevo che si chiamavano Amarillis e dentro «gl’insetti
vi morivano di dolcezza». Ma nemmeno il loro mortale profumo
riusciva a vincere quello di frittata che si sprigionava dai miei
capelli. Mentre con tanta pervicacia stavo covando la mia bellezza,
di tra gli alberi mi appariva quella così spontanea e riposata
del tratto di mare che incorniciavano, dentro vi stava Vivara, con
quell’assalto continuo dell’onda sui suoi fianchi, con
il cielo di cristallo che vi si curvava sopra, solitaria misteriosa
come la sirena che un po’ a tutti, a chi per una ragione a chi
per un’altra, aveva mutato impercettibilmente la vita mattutina.
Solo il pomeriggio del sabato eravamo condotti in massa a prendere
una ghiacciata di amarene da Angarella al Porto. Era un gran bicchiere
di ghiaccio, triturato con «gratta checca» debolmente
colorato di roseo. La pagoda sull’altro lato del porto, con
i suoi spioventi di legno sotto la cupola sfrangiata di un pino marittimo,
metteva una nota esotica contro l’orizzonte pallido come la
seta; respiravamo avventura ed oriente, sognavamo d’imbarcarci
per la Cina sul vaporetto della Cumana che approdava alla banchina.
- Eccellenza - dicevano le signore - perché non fa ripristinare
l’uso della banda su quell’isolotto? - Ma Sua Eccellenza
reputava ch’esso era troppo stretto e il «trombone»,
in uno sforzo, sarebbe caduto nell’acqua.
Solo alla fine della stagione qualche famiglia isolana riusciva a
penetrare nella nostra cerchia, c’invitavano a mangiar l’uva
in quei loro vigneti che crescevano con le case, serrati tra alte
mura, dove il sole non riesce a penetrare. Conoscevamo ragazze della
nostra età, ma già mature con i seni sviluppati su cui
sempre appuntavano, quando aspettavano visite, tralci di edera artisticamente
intrecciati a gelsomini. Avevano carnagioni bianche e delicate, capelli
tutti arricciolati.
In uno di quegli autunni scoppiò un grande temporale, acqua
venendo giù a «lava» dal Montagnone fece sprofondare
un tratto di strada verso la spiaggia dei pescatori e scorreva in
quell’improvvisato letto come un fiume. Vi galleggiavano talponi
morti, pietre e cespugli, non vi furono altri guai. Ma la notte fummo
svegliati, noi primi di tutti nelle nostre villette sulla spiaggia,
dagli urli eccitati d’una sirena, ma questa volta la sirena
seria di una nave da guerra. L’aveva messa a disposizione dell’ammiraglio
B., Sua Eccellenza, per portare i primi soccorsi alla sua famiglia,
alle nostre, alla popolazione intera. Sul giornale infatti quella
mattina a grandi caratteri era comparsa la notizia: La Perla del Tirreno,
sommersa...
(da Lettera da Ischia - anno I n. 1/1957)
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