Galleria ELOART di Forio
Salvatore Basile
- Fotografie
Il canto di
Aracne
di Pietro Paolo Zivelli
«Datemi un muro scalcinato per
incuria dell’uomo, un angolo nel buio della solitudine, una
crepa craccata nella penombra incerta, appena visitata dall’afrore
umidoso nel trasudo ammuffito; datemi il silenzio compagno di attesa,
paziente e laborioso, di chi conosce l’attesa consumata tra
le dita sull’ordito; datemi una finestra muta nella luce, sigillata
nel chiuso dei giorni, datemi un pomo che stia zitto nella serratura
arruginita; datemi il frullo di un venticello favente, il chiacchiericcio
sommesso di una pioggerellina primaverile; datemi la trama del racconto
che nel tempo si fa mito; datemi ancor questo e di nuovo, meravigliosa
la tela, farà incollerire la dea dagli occhi azzurri».
Salvatore Basile va a caccia di ragnatele e riempie, in più
incursioni, il suo carniere di caricatori fotografici. Spara cliccando:
un otturatore si apre, così impressionando il suo occhio e
la pellicola. Di questo lavoro, durato quasi due anni, con centinaia
di istantanee scattate, antologizza, per esporle, 20 immagini; preziosa
sinossi di un lungo meticoloso escavo nell’intricato, misterioso,
fuligginoso scotorama delle ragnatele. La ragnatelo è segno
di oblio, più o meno diluito nel tempo, ma è soprattutto
un segnale, una bandiera che delimita il territorio di caccia del
ragno; il quale si attiva in un veloce sferruzzare di zampette, nel
lavorio, pazientio infaticabile mentre intesse il filamento coassiale,
serico, salivato, sbavato, vomitato dalle sue filiere addominali,
a costruire una geniale, micidiale trappola per catturare prede, lasciate
poi lì a dibattersi in spasmi agonici di sopravvivenza, a frollare
per diventare pasto, predigerito nell’appiccicoso amnio. La
mirabilia è tutta in quella tela, nelle sue geometrie concentriche,
triangolari; amebe polimorfe che blobbano, collassano poi in veri
e propri velari che carezzano, tappezzano, involucrano tutto ciò
che incontrano nella loro tesa e nella loro caduta. Basile ci propone,
nelle sue immagini fotografiche, questi preziosi reliquari: veroniche
di sudori attaccaticci, sindoni fotoimpressionate, esfogliazioni e
slabbrature, quando ancora crateriche implosioni. Immagini tutte che
promanano una forte suggestione, a tratti accattivante, coinvolgente
per come diventa “evento” nella fruizione dell’immagine
concupita nella provocazione misurata, nella reiterata riproposizione
del tema, pur diversificato.
Le ragnatele, deprivate di tutto il materico ed il letterario che
le accompagna nell’immaginario collettivo, esposte, attaccate
a pareti lisce, bianche, asettiche, illuminate a giorno, diventano
radiografia di un fenomeno che possiamo tranquillamente avvicinare
senza provare fastidio, pulsioni o repulsioni; offerte come sono ai
nostri occhi per letture più o meno semplici, più o
meno complesse. La storia racconta, in questo libro, di creature nate
prima dell’uomo ed è una storia in bianco e nero. La
luce ed il suo doppio: la sua negazione, la sua degenerazione. Il
buio ed il suo doppio: la sua positività, la sua angoscia e
poi via via tutte quelle diacronie cromatiche che è possibile
scandire tra i due estremi, con una variegata teoria di grigi: azzurro,
acciaio, ferro, piombo, perla (nuvola, nebbia, vapore, fumo, ragnatela).
Magici i neri che è riuscito a tirar fuori Basile, in quelle
geometrie bloccate da assi inchiavardate (mortasa e tenone); telai
di porte e finestre destrutturati nel taglio fotografico, perché
comunichino una più forte potenza espressiva, scenografica.
Questi squadri rappresentano un vero e proprio riferimento spaziale;
delimitano il campo ed informano di scultoreo l’intera inquadratura,
sottesa sempre dai ricami serici, delicati, evanescenti di Aracne.
Tessere giganti campeggiano nell’economia degli incastri, dei
vuoti e dei pieni, dei chiari e degli scuri. Una tabula divisa, taroccata,
a scacchi, da settimo sigillo: il Cavaliere e.... le Parche intente
a filare il senso della vita. Venti istantanee assemblate in sequenze
narrative a proporre un tracciato fotografico, con una propria giustificazione
intertestuale, tutto giocato tra immagine, sua declinazione, sua lettura.
Ed è proprio in questa ottica che viene fuori il lavorio ostinato
di una ricerca, “legendo” nella scelta, nella periodizzazione,
nella proposizione, nel progetto espositivo.
Del perché Basile privilegi ora un momento-fragmento, ancora
un altro fragmentato, è tutto all’interno della camera
oscura. È lì che la creatività, in perfetta simbiosi,
interagisce con la tecnica; la sensibilità con la fabrilità.
Le mani di Basile concorrono - complice il reagente chimico, i tempi
della fotoimpressione, della esposizione (iper-iper) - alla risoluzione
della immagine che, unica tra le tante, è come l’occhio
obiettivo l’ha informata al momento dello scatto.
Nei processi di stampa, certi neri sono diventati grigi, certi bianchi
sono diventati pur essi grigi, attenuando o accentuando il fuoco di
talune immagini dilatate nell’ingrandimento, particolareggiate
nella scansione. Demiurgo dell’intero ciclo: la tecnica, il
mestiere, sicuramente il sentire di Salvatore Basile. I filtri, le
velature; le mani che giocano nel chiudere, restringere, catturare
la luce per costringerla su un punto in particolare. Aprirle, le mani,
in un magico abracadabra, nella definizione ultima della immagine.
Questi intrecci, queste danze delle mani-dita, ombrate, soffiate dalla
unica fioca fonte di luce in camera oscura, sono le movenze del ragno
che rivivono, complice l’artista, nel gioco della luce e dell’ombra;
tracciano un saliscendi di estrema leggerezza, improntato nell’ordito
per poi diventare fotogramma.
Ed è la leggerezza della ragnatela, ormai diserta, necrotica.
Ciò che resta fluttua nel preagonico momento dell’abbandono:
si aggrappa, ultima spiaggia, ad una filiforme, segmentata trasparenza
che ostinatamente collutta con una virtuale obsolescenza.
Grumi di polvere precipitano a dare nuova voce a quelle che furono
le tele del ragno; ne ribaltano i termini per cui, paradossalmente,
è l’inorganico a dar “vita” all’organico;
dandogli una consistenza materica, un calco dell’essere una
volta stato una ragnatela.
E come non ricordare la silhouette del ragnetto, rinsecchito, irretito
nel suo stesso filo?
Nella iperlettura del contesto si appalesa come un fenomeno di tanatosi,
di morte apparente, cui molti piccoli insetti ricorrono per sfuggire
ad un reale pericolo. Il nostro vuole certamente sfuggire alla cattura
di un obiettivo e di un clic! Ci piace pensarlo!
Mai immaginando di dover far da logo per una esposizione di foto di
Salvatore Basile.
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