La Rassegna d'Ischia 2003


Iscla (
o Insula) maior - Castrum Gironis


di Raffaele Castagna



Dell’812 è una lettera del papa Leone III all’imperatore Carlo Magno con cui gli comunica le incursioni fatte dai Mauri e le gravi sofferenze patite dalle popolazioni nelle isole di Lampedusa, Ponza e Ischia, per la quale ultima si ha l’espressione di Iscla maior.
«Il toponimo Insula (o Iscla) maior ricorda il distacco dall’Isola minore, a seguito di un assestamento tettonico e dell’improvvisa scomparsa del villaggio di Aenaria, verificatisi nelle acque antistanti il Castello Aragonese. Posta nel golfo più storico dell’Italia meridionale, circondata di ampi litorali, costellata di vici, casali e massarie, l’isola lasciava intravedere un periodo di notevole floridezza ma, esposta com’era agli attacchi provenienti dal mare, dovette sopportare frequenti incursioni e azioni piratesche» (1).
Nell’estate dell’812, dal 18 al 21 agosto, i Mauri con una flotta di quaranta navi l’occuparono e la depredarono (totam insulam depredaverunt), senza che da Napoli si provvedesse ad inviare aiuti. Dalla citata lettera si ha notizia che alcuni marinai di Gaeta, qui giunti successivamente, trovarono ovunque una grande desolazione: uomini uccisi, grano rubato, case distrutte, cadaveri di cavalli.

Leone III riferisce all'imperatore Carlo I che le isole di Lampedusa, Ponza, ISCLA MAIOR sono state depredate dai Mauri

«Domino piissimo et serenissimo, victori ac triumphatori, filio amatori dei et domini nostri Iesu Christi, Karolo augusto, Leo episcopus servus servorum Dei. Scimus igitur, vestram a Deo protectam imperialem potentiam semper de integritate et exaltatione atque custodia matris suae sanctae Romanae ecclesiae eiusque finibus sollertissimam habere sollecitudinem. Et ideo notum facimus serenitati vestrae ea, quae nuper audivimus et ex parte certi sumus. (...)
Ingressi sunt ipsi nefandissimi Mauri in insulam quae dicitur Lampadusa... Porro et hoc relatum est nobis: quod quadraginta naves de ipsis Mauris venerunt in insulam quae Pontias vocitatur, ubi monachi residebant, et praedaverunt eam. Postmodum vero egredientes ex ea, ingressi sunt in insulam, quae dicitur Iscla maiore, non longe a Neapolitana urbe miliaria 30, in qua familia, et peculia Neapolitanorum non parva invenerunt; et fuerunt inibi a 15 usque 12 kal. Septembris, et numquam ipsi Neapolitani super eos exierunt. Cumque totam insulam depredassent, implentes navigia sua de hominibus et escis necessariiis, reversi sunt post se. Kaietani autem, qui post desolationem iam dictae insulae ibidem fuerunt, dixerunt; quod invenissent homines occisos iacere, et granum et scirpha, quae ipsi Mauri portare secum non potuerunt; sed et caballos Mauriscos, quos in suis ducebant navigiis, occisos ibidem dimiserunt» (2).

«All’augusto Carlo, signore piissimo e serenissimo, vincitore e trionfatore, figlio diletto di Dio e del nostro signore Gesù Cristo, Leone vescovo servo dei servi di Dio. Sappiamo dunque che la vostra imperiale potenza da Dio protetta sempre si è dimostrata sollecita e garante dell’integrità, esaltazione e difesa della madre romana chiesa e dei suoi confini. E rendiamo noto alla vostra serenità ciò che da poco abbiamo appreso e di cui siamo da parte nostra certi.
(...) Gli stessi nefandissimi Mauri hanno fatto irruzione nell’isola detta Lampadusa... Poi ci è stato ancora comunicato che quaranta navi degli stessi Mauri giunsero nell’isola chiamata Ponza, dove risiedevano i monaci, e la depredarono. Ripartiti di qui approdarono nell’isola detta Iscla maior, non lontana da Napoli più di 30 miglia, dove trovarono non poche famiglie e sostanze dei Napoletani; e vi restarono dal 18 al 21 agosto; mai i Napoletani vennero in soccorso. Ne ripartirono dopo aver saccheggiato tutta l’isola, colmando le loro navi di uomini e di vettovaglie. I Gaetani che dopo questa desolazione raggiunsero l’isola, dissero di aver trovato giacenti uomini uccisi, sparsi qua e là grano e cose che gli stessi Mauri non avevano potuto imbarcare; vi avevano lasciato inoltre uccisi dei cavalli moreschi che avevano portato con sé dalle loro navi».

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La medesima dizione si trova riportata nella Vita S. Antonini Abbatis, ed ancora una volta si parla delle scorrerie compiute dai Saraceni, che saccheggiavano e devastavano del tutto i luoghi raggiunti, tra cui «l’isola chiamata Aenaria e più comunemente Insula maior». Lasciate le navi al largo, i predoni si accostano alla terra mediante liburnicis, piccole imbarcazioni, e devastano, saccheggiano, e ripartono con molti prigionieri.

Vita di S. Antonino Abate

« (...) Saracenorum, ibi dicitur, infinita multitudo contra christianae pacis tranquillitatem coniurata, omnia, quae attigit loca, more nimbosissimae grandinis proterens erasa reliquit. Emenso tandem infesti illi praedones pelagi spatio applicuerunt ad insulam Neapolitanae potestati subiectam, quae Aenaria, usitatiori vero nomine Insula maior, nuncupatur. Navibus in alto relictis, terram liburnicis petierunt, et, castris sitis, considerunt, terrarum culta flamma predaque vastantes, cultores sine humanitate, sine pietate, miserabiliter necantes, aut in captivitatem et exilium traducendos, ad naves vinctos trahentes« (2)

(...) Si dice che una grande schiera di Saraceni, congiurando contro la tranquillità della pace cristiana, lasciò completamente distrutti e rasi al suolo a mo’ di violentissima grandine tutti i luoghi in cui pervenivano. Poi quei infesti predoni, passato il tratto di mare, approdarono all’isola soggetta alla potestà napoletana, che è chiamata Aenaria, ma ancora con nome più ricorrente Insula maior. Lasciate le navi al largo, con imbarcazioni leggere raggiunsero la riva e, posto l’accampamento, vi si stabilirono, bruciando, devastando e predando le terre coltivate, uccidendo senza umanità e senza pietà i contadini, molti dei quali furono incatenati e trascinati sulle navi come schiavi ed esiliati.

Nel 1128 Sergio VII, ultimo duca di Napoli, stringe un patto con il popolo di Gaeta, impegnandosi per conto di sé stesso e di tutti i suoi sudditi, e cioè anche a nome degli abitanti «in insula maiore, et gerone, et Prochita...».
In questo atto «si deve opportunamente far notare l’inclusione dell’insula maior e di girone come due centri distinti, con funzioni specifiche indipendenti di carattere militare. L’isolotto Girone, ormai ben saldo ed organizzato, esce dalla cerchia delle sue mura e si presenta, come Procida, Pozzuoli e l’Isola maggiore, con gli stessi impegni ed incarichi importanti. D’ora in poi la civitas posta su Girone, è rappresentata dal gruppo dei suoi uomini (“ex hominibus”) che assolvono e sottoscrivono impegni difensivi per la propria comunità» (3)
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Patto di Sergio, ultimo duca napoletano, con il popolo di Gaeta, anno 1128

«Ego Sergius dei gratia Consul et dux atque magister militum. Do mundam treguam, et pacem ab hac die, et usque ad annum decimum expletum cuncto populo gaietano, in personis, in habere, et navigiis, a me et ab omnibus meis hominibus. Scilicet hominibus habitantibus in insula maiore et gerone et Prochyta, et castro sancti Martini et castro puteolano, et gipeo, et arcem sancti salvatoris, et civitate neapoli, et castro qui dicitur turris de octavo» (4).

«Io Sergio console per grazia di Dio, duca e generale. Concedo una sicura tregua e pace da questo giorno e fino al compimento del decimo anno a tutto il popolo di Gaeta, nelle persone, nei beni e navigli, per conto mio e di tutti i miei uomini. S’intende uomini abitanti in insula maiore et gerone et Prochyta, et castro sancti Martini et castro puteolano, et gypeo, et arcem sancti salvatoris, et civitate neapoli, et castro qui dicitur turris de octavo (Torre del Greco)».

La denominazione di Girone data alla città sull’isolotto (castrum Gironis era il castello sulla sua sommità) deriva «dalla parola italiana girone, accrescitivo di giro, precisamente col significato particolare di “circuito delle mura” che essa ebbe nel volgare medievale, e sta a denotare una città chiusa da un cerchio di mura. L’ipotesi che il castrum Gironis continui il ricordo di quello che nel V secolo a. C. vi avrebbe costruito il quasi omofono tiranno di Siracusa, non ha dunque alcun fondamento ed è da escludere del resto anche per varie altre ragioni, tra cui quella che non vi si trova nemmeno il più minuto frammento di ceramiche antiche» (5). SU

Come è riportato nei Registri della Cancelleria Angioina, quando Carlo I d’Angiò, nel 1270 comandò di esigere le tasse dai casali dell’isola, troviamo incluso nell’elenco anche Gerone, con 4 once d’oro, accanto a Forio, Mezzavia, Moropano ed Eramo, Fontana, Campagnola.
In uno studio di Agostino Lauro (6) nella nota 3 di pagina 11 si legge che «molti documenti medievali fanno riferimento al Castrum Gironis, come: G. Del Giudice - Codice diplomatico Angioino, Napoli 1863, appendice II, pagina LXXV ss. «In castro Gironis Castellanus miles et triginta servientes…» dell’anno 1269. Ma precedentemente, all’anno 1194, si riscontrano notizie relative, da una invasione dei genovesi. Difatti in Annales januenses di Caffaro e dei suoi continuatori, Roma 1901, v. II p. 47, troviamo: «… insulae quoque Ysclae et Capri et Gironi et Proceae reddiderunt se et civitates earum…». Ma molto più chiaramente Giacomo d’Aragona nella revisione delle entrate ed uscite dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, nel 1288, dice per ben due volte nello stesso documento: «Castrum Gironis de Iscla» e «Castrum Geronis de Iscla» (G. La Mantia: Codice dipl. dei Re Aragonesi di Sicilia, vol. I, Palermo 1918, pagg. 617 e 623).

La più antica citazione di castrum gironis si trova in un documento del 1036, tramandatoci dal Capasso (7), che offre anche una serie di indicazioni sulla toponomastica locale, di cui non tutte sono state finora ben individuate.

« (...) Ad meridiem promontorii Misenensis exstat insula Prochita, ubi ecclesiam S. Angeli tantum nostra documenta memorant, et ultra Prochitam Insula maior sive Iscla apud graecos et romanos Aenaria sive Inarime. In ea exstabant, praeter episcopatum S. sedis ipsius insulae, monasterium S. Mariae in monte, qui dicebatur cementara, ubi a. 1036 Marinus comes eiusdem insulae, et Theodora regalissima comitissa, eius coniux, effigies b. Virginis Mariae, S. Benedicti, S. Restitutae et sanctae lannae pingere fecerant, monasterium S. Constantii vel S. Constantini iuris monasterii S. Salvatoris, et monasterium S. Angeli alloquio; praeterea casale et mons at bicum, in quo oratorium S. Restitutae, terrae at calquie, mons at bicum, casale dictum cala et sala atque casale at simplignana. Exstabat etiam in ipsa insula castrum Gironis, cuius quoque comitem saeculo XIII invenio» (7).

« (..) A Sud del promontorio di Miseno sta l’isola di Procida, dove i nostri dicumenti ricordano soltanto la chiesa di S. Angelo, ed oltre Procida l’Insula maior o Iscla, presso i greci e i romani Aenaria o Inarime. Qui erano l’episcopato della Santa Sede della stessa isola, il monastero di S. Maria sul monte, detto Cementara, in cui nell’anno 1036 Marino, conte dell’isola, e Teodora regalissima contessa e sua consorte avevano fatto dipingere le immagini della Beata Vergine Maria, di S. Benedetto, di S. Restituta e di Sant’Anna; inoltre v’erano il monastero di S. Costanzo o di S. Costantino di diritto del monastero di S. Salvatore, e il monastero di S. Angelo alloquio. Poi il casale e il monte di Vico, i casali detti cala et sala e simplignana. Nella stessa isola c’era il Castrum di Girone, di cui trovo un conte anche nel secolo XIII».

1) Pietro Monti: Passaggio dei Mauri sull’isola d’Ischia (agosto 812), in La Rassegna d’Ischia a. X n. 8/1989.
2) Bartolomeo Capasso: Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, Neapoli 1881.
3) Pietro Monti: L’Insula maior e Gerone, in La Rassegna d’Ischia a. IX n. 2/3-1988.
4) Bartolomeo Capasso: Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, Neapoli 1881.
5) G. Buchner - A. Rittmann: Origine e passato dell’isola d’Ischia, Napoli 1948. Ristampa Imagaenaria Edizoni, 2000.
6) Agostino Lauro: Ischia in alcuni documenti pontifici del Duecento, Roma 1964.
7) Bartolomeo Capasso: Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, Neapoli 1881.
8) Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita ac illustrata vol. IV (1001-1048), Napoli 1854.

Cementara - In linea di ipotesi, è opinabile con il dott. G. Buchner che il Monte Cementara si possa identificare con la collinetta Cimmiento, sovrastante, in Lacco Ameno, la fontana del Pisciariello (P. Polito - Lacco Ameno, il paese, la protettrice, il folclore, 1963, pag. 125).
At bicum - Il casale at bicum si trovava appollaiato sopra Monte Vico, dove si osservano ancora ruderi di abitazioni medievali (P. Monti: Ischia, archeologia e storia, 1980 p. 503).
Cala et sala - I due quartieri prendono ormai consistenza nella toponomastica medievale di Casamicciola: Cala, forse Piazza Bagni; Sala, forse Piazza Maio. Nell’Infermo istruito il d’Aloisio riporta: «...si passa avanti una mia vigna, ove Sala vien detta...» (P. Monti, op. cit. pag. 461)
At Simplignana - Corrispondente all’odierno Scignano nel comune di Serrara Fontana? (P. Polito, op. cit. pag. 122).

Sul villaggio medievale di Monte di Vico nel Ragguaglio storico-topografico di V. Onorato si legge: «... e le altre fabbriche si vedevano su il largo ed alto scoglio chiamato Monte di Vico, in dove sin’a 300 anni a dietro si guardavano le unioni delle case, e l’esistenza d’intiere mura, facevano conoscere la di loro antica abitazione, e propriamente, e maggiormente l’accennato luogo sempre chiamato Vico, e Monte di Vico, mentre così venivano chiamate quelle abitazioni che non avevano denominazione di Città». E in un altro passo lo stesso autore: «Sul monte di Vico duecento anni a dietro ancora esistevano le antiche fabbriche di case, e le mura non diroccate, chiamato monte Vico, perché era un luogo di grossa e formale abitazione».

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