Leone III riferisce
all'imperatore Carlo I che le isole di Lampedusa, Ponza, ISCLA MAIOR
sono state depredate dai Mauri
«Domino piissimo et serenissimo,
victori ac triumphatori, filio amatori dei et domini nostri Iesu Christi,
Karolo augusto, Leo episcopus servus servorum Dei. Scimus igitur,
vestram a Deo protectam imperialem potentiam semper de integritate
et exaltatione atque custodia matris suae sanctae Romanae ecclesiae
eiusque finibus sollertissimam habere sollecitudinem. Et ideo notum
facimus serenitati vestrae ea, quae nuper audivimus et ex parte certi
sumus. (...)
Ingressi sunt ipsi nefandissimi Mauri in insulam quae dicitur Lampadusa...
Porro et hoc relatum est nobis: quod quadraginta naves de ipsis Mauris
venerunt in insulam quae Pontias vocitatur, ubi monachi residebant,
et praedaverunt eam. Postmodum vero egredientes ex ea, ingressi sunt
in insulam, quae dicitur Iscla maiore, non longe a Neapolitana urbe
miliaria 30, in qua familia, et peculia Neapolitanorum non parva invenerunt;
et fuerunt inibi a 15 usque 12 kal. Septembris, et numquam ipsi Neapolitani
super eos exierunt. Cumque totam insulam depredassent, implentes navigia
sua de hominibus et escis necessariiis, reversi sunt post se. Kaietani
autem, qui post desolationem iam dictae insulae ibidem fuerunt, dixerunt;
quod invenissent homines occisos iacere, et granum et scirpha, quae
ipsi Mauri portare secum non potuerunt; sed et caballos Mauriscos,
quos in suis ducebant navigiis, occisos ibidem dimiserunt» (2).
«All’augusto Carlo,
signore piissimo e serenissimo, vincitore e trionfatore, figlio
diletto di Dio e del nostro signore Gesù Cristo, Leone vescovo
servo dei servi di Dio. Sappiamo dunque che la vostra imperiale
potenza da Dio protetta sempre si è dimostrata sollecita
e garante dell’integrità, esaltazione e difesa della
madre romana chiesa e dei suoi confini. E rendiamo noto alla vostra
serenità ciò che da poco abbiamo appreso e di cui
siamo da parte nostra certi.
(...) Gli stessi nefandissimi Mauri hanno fatto irruzione nell’isola
detta Lampadusa... Poi ci è stato ancora comunicato che quaranta
navi degli stessi Mauri giunsero nell’isola chiamata Ponza,
dove risiedevano i monaci, e la depredarono. Ripartiti di qui approdarono
nell’isola detta Iscla maior, non lontana da Napoli più
di 30 miglia, dove trovarono non poche famiglie e sostanze dei Napoletani;
e vi restarono dal 18 al 21 agosto; mai i Napoletani vennero in
soccorso. Ne ripartirono dopo aver saccheggiato tutta l’isola,
colmando le loro navi di uomini e di vettovaglie. I Gaetani che
dopo questa desolazione raggiunsero l’isola, dissero di aver
trovato giacenti uomini uccisi, sparsi qua e là grano e cose
che gli stessi Mauri non avevano potuto imbarcare; vi avevano lasciato
inoltre uccisi dei cavalli moreschi che avevano portato con sé
dalle loro navi».
SU
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La medesima
dizione si trova riportata nella Vita S. Antonini Abbatis,
ed ancora una volta si parla delle scorrerie compiute dai Saraceni,
che saccheggiavano e devastavano del tutto i luoghi raggiunti, tra cui
«l’isola chiamata Aenaria e più comunemente Insula
maior». Lasciate le navi al largo, i predoni si accostano
alla terra mediante liburnicis, piccole imbarcazioni, e devastano, saccheggiano,
e ripartono con molti prigionieri.
Vita di S. Antonino Abate
« (...) Saracenorum, ibi dicitur,
infinita multitudo contra christianae pacis tranquillitatem coniurata,
omnia, quae attigit loca, more nimbosissimae grandinis proterens erasa
reliquit. Emenso tandem infesti illi praedones pelagi spatio applicuerunt
ad insulam Neapolitanae potestati subiectam, quae Aenaria, usitatiori
vero nomine Insula maior, nuncupatur. Navibus in alto relictis, terram
liburnicis petierunt, et, castris sitis, considerunt, terrarum culta
flamma predaque vastantes, cultores sine humanitate, sine pietate,
miserabiliter necantes, aut in captivitatem et exilium traducendos,
ad naves vinctos trahentes« (2)
(...) Si dice che una grande schiera
di Saraceni, congiurando contro la tranquillità della pace
cristiana, lasciò completamente distrutti e rasi al suolo
a mo’ di violentissima grandine tutti i luoghi in cui pervenivano.
Poi quei infesti predoni, passato il tratto di mare, approdarono
all’isola soggetta alla potestà napoletana, che è
chiamata Aenaria, ma ancora con nome più ricorrente Insula
maior. Lasciate le navi al largo, con imbarcazioni leggere raggiunsero
la riva e, posto l’accampamento, vi si stabilirono, bruciando,
devastando e predando le terre coltivate, uccidendo senza umanità
e senza pietà i contadini, molti dei quali furono incatenati
e trascinati sulle navi come schiavi ed esiliati.
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Nel
1128 Sergio VII, ultimo duca di Napoli, stringe un patto con il popolo
di Gaeta, impegnandosi per conto di sé stesso e di tutti i suoi
sudditi, e cioè anche a nome degli abitanti «in insula
maiore, et gerone, et Prochita...».
In questo atto «si deve opportunamente far notare l’inclusione
dell’insula maior e di girone come due centri distinti, con funzioni
specifiche indipendenti di carattere militare. L’isolotto Girone,
ormai ben saldo ed organizzato, esce dalla cerchia delle sue mura e
si presenta, come Procida, Pozzuoli e l’Isola maggiore, con gli
stessi impegni ed incarichi importanti. D’ora in poi la civitas
posta su Girone, è rappresentata dal gruppo dei suoi uomini (“ex
hominibus”) che assolvono e sottoscrivono impegni difensivi per
la propria comunità» (3). SU
Patto di Sergio, ultimo duca
napoletano, con il popolo di Gaeta, anno 1128
«Ego Sergius dei gratia Consul
et dux atque magister militum. Do mundam treguam, et pacem ab hac
die, et usque ad annum decimum expletum cuncto populo gaietano, in
personis, in habere, et navigiis, a me et ab omnibus meis hominibus.
Scilicet hominibus habitantibus in insula maiore et gerone et Prochyta,
et castro sancti Martini et castro puteolano, et gipeo, et arcem sancti
salvatoris, et civitate neapoli, et castro qui dicitur turris de octavo»
(4).
«Io Sergio console per grazia
di Dio, duca e generale. Concedo una sicura tregua e pace da questo
giorno e fino al compimento del decimo anno a tutto il popolo di
Gaeta, nelle persone, nei beni e navigli, per conto mio e di tutti
i miei uomini. S’intende uomini abitanti in insula maiore
et gerone et Prochyta, et castro sancti Martini et castro puteolano,
et gypeo, et arcem sancti salvatoris, et civitate neapoli, et castro
qui dicitur turris de octavo (Torre del Greco)».
La denominazione di Girone
data alla città sull’isolotto (castrum Gironis
era il castello sulla sua sommità) deriva «dalla parola
italiana girone, accrescitivo di giro, precisamente col significato
particolare di “circuito delle mura” che essa ebbe nel volgare
medievale, e sta a denotare una città chiusa da un cerchio di
mura. L’ipotesi che il castrum Gironis continui il ricordo di
quello che nel V secolo a. C. vi avrebbe costruito il quasi omofono
tiranno di Siracusa, non ha dunque alcun fondamento ed è da escludere
del resto anche per varie altre ragioni, tra cui quella che non vi si
trova nemmeno il più minuto frammento di ceramiche antiche»
(5). SU
Come è riportato nei Registri
della Cancelleria Angioina, quando Carlo I d’Angiò, nel
1270 comandò di esigere le tasse dai casali dell’isola,
troviamo incluso nell’elenco anche Gerone, con 4 once
d’oro, accanto a Forio, Mezzavia, Moropano ed Eramo, Fontana,
Campagnola.
In uno studio di Agostino Lauro (6) nella nota 3 di pagina 11 si legge
che «molti documenti medievali fanno riferimento al Castrum
Gironis, come: G. Del Giudice - Codice diplomatico Angioino, Napoli
1863, appendice II, pagina LXXV ss. «In castro Gironis Castellanus
miles et triginta servientes…» dell’anno 1269.
Ma precedentemente, all’anno 1194, si riscontrano notizie relative,
da una invasione dei genovesi. Difatti in Annales januenses di Caffaro
e dei suoi continuatori, Roma 1901, v. II p. 47, troviamo: «…
insulae quoque Ysclae et Capri et Gironi et Proceae reddiderunt se et
civitates earum…». Ma molto più chiaramente
Giacomo d’Aragona nella revisione delle entrate ed uscite dell’ammiraglio
Ruggero di Lauria, nel 1288, dice per ben due volte nello stesso documento:
«Castrum Gironis de Iscla» e «Castrum
Geronis de Iscla» (G. La Mantia: Codice dipl. dei Re Aragonesi
di Sicilia, vol. I, Palermo 1918, pagg. 617 e 623).
La più antica citazione di castrum gironis si trova
in un documento del 1036, tramandatoci dal Capasso (7), che offre anche
una serie di indicazioni sulla toponomastica locale, di cui non tutte
sono state finora ben individuate.
« (...) Ad meridiem promontorii
Misenensis exstat insula Prochita, ubi ecclesiam S. Angeli tantum
nostra documenta memorant, et ultra Prochitam Insula maior
sive Iscla apud graecos et romanos Aenaria sive
Inarime. In ea exstabant, praeter episcopatum S. sedis ipsius
insulae, monasterium S. Mariae in monte, qui dicebatur cementara,
ubi a. 1036 Marinus comes eiusdem insulae, et Theodora regalissima
comitissa, eius coniux, effigies b. Virginis Mariae, S. Benedicti,
S. Restitutae et sanctae lannae pingere fecerant, monasterium S. Constantii
vel S. Constantini iuris monasterii S. Salvatoris, et monasterium
S. Angeli alloquio; praeterea casale et mons at bicum,
in quo oratorium S. Restitutae, terrae at calquie, mons at bicum,
casale dictum cala et sala atque casale at simplignana.
Exstabat etiam in ipsa insula castrum Gironis, cuius quoque
comitem saeculo XIII invenio» (7).
« (..) A Sud del promontorio
di Miseno sta l’isola di Procida, dove i nostri dicumenti
ricordano soltanto la chiesa di S. Angelo, ed oltre Procida l’Insula
maior o Iscla, presso i greci e i romani Aenaria
o Inarime. Qui erano l’episcopato della Santa Sede
della stessa isola, il monastero di S. Maria sul monte, detto Cementara,
in cui nell’anno 1036 Marino, conte dell’isola, e Teodora
regalissima contessa e sua consorte avevano fatto dipingere le immagini
della Beata Vergine Maria, di S. Benedetto, di S. Restituta e di
Sant’Anna; inoltre v’erano il monastero di S. Costanzo
o di S. Costantino di diritto del monastero di S. Salvatore, e il
monastero di S. Angelo alloquio. Poi il casale e il monte
di Vico, i casali detti cala et sala e simplignana.
Nella stessa isola c’era il Castrum di Girone, di
cui trovo un conte anche nel secolo XIII».

1) Pietro Monti: Passaggio dei Mauri
sull’isola d’Ischia (agosto 812), in La Rassegna d’Ischia
a. X n. 8/1989.
2) Bartolomeo Capasso: Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam
pertinentia, Neapoli 1881.
3) Pietro Monti: L’Insula maior e Gerone, in La Rassegna
d’Ischia a. IX n. 2/3-1988.
4) Bartolomeo Capasso: Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam
pertinentia, Neapoli 1881.
5) G. Buchner - A. Rittmann: Origine e passato dell’isola
d’Ischia, Napoli 1948. Ristampa Imagaenaria Edizoni, 2000.
6) Agostino Lauro: Ischia in alcuni documenti pontifici del Duecento,
Roma 1964.
7) Bartolomeo Capasso: Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam
pertinentia, Neapoli 1881.
8) Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita ac illustrata vol. IV (1001-1048),
Napoli 1854.
Cementara - In linea di ipotesi,
è opinabile con il dott. G. Buchner che il Monte Cementara si
possa identificare con la collinetta Cimmiento, sovrastante, in Lacco
Ameno, la fontana del Pisciariello (P. Polito - Lacco Ameno, il paese,
la protettrice, il folclore, 1963, pag. 125).
At bicum - Il casale at bicum si trovava appollaiato sopra
Monte Vico, dove si osservano ancora ruderi di abitazioni medievali
(P. Monti: Ischia, archeologia e storia, 1980 p. 503).
Cala et sala - I due quartieri prendono ormai consistenza nella
toponomastica medievale di Casamicciola: Cala, forse Piazza Bagni; Sala,
forse Piazza Maio. Nell’Infermo istruito il d’Aloisio riporta:
«...si passa avanti una mia vigna, ove Sala vien detta...»
(P. Monti, op. cit. pag. 461)
At Simplignana - Corrispondente all’odierno Scignano
nel comune di Serrara Fontana? (P. Polito, op. cit. pag. 122).
Sul villaggio medievale di Monte di Vico nel Ragguaglio storico-topografico
di V. Onorato si legge: «... e le altre fabbriche si vedevano
su il largo ed alto scoglio chiamato Monte di Vico, in dove sin’a
300 anni a dietro si guardavano le unioni delle case, e l’esistenza
d’intiere mura, facevano conoscere la di loro antica abitazione,
e propriamente, e maggiormente l’accennato luogo sempre chiamato
Vico, e Monte di Vico, mentre così venivano chiamate quelle abitazioni
che non avevano denominazione di Città». E in un altro
passo lo stesso autore: «Sul monte di Vico duecento anni a dietro
ancora esistevano le antiche fabbriche di case, e le mura non diroccate,
chiamato monte Vico, perché era un luogo di grossa e formale
abitazione».
SU
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