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a cura di Anna Pilato
Alle due prestigiose Case Editrici, Guida
di Napoli e Giunti di Firenze, l’isola d’Ischia
deve molto, e mi riferisco alle edizioni in italiano, del 1988 e del
1967 rispettivamente, di due opere di Norman Douglas. Parlo di Isole
d’estate (titolo originale: Summer Islands) con
le note di Giorgio Buchner, e di Vecchia Calabria (titolo originale
Old Calabria) con introduzione di John Davenport.
Della prima opera si è parlato e scritto spesso, anche se nelle
librerie dell’isola è impossibile trovarla.
Della seconda, per lo meno ad Ischia, non mi è mai capitato di
trovar cenno. Può darsi, vivendo io dieci mesi su dodici a Milano,
che mi sbagli. Ad ogni modo, ho cercato spesso l’Old Calabria
di Norman Douglas, di “questo inglese anticonformista e innamorato
del Sud”. E finalmente l’ho trovato. A Milano, in occasione
della BIT 2003: nello splendido padiglione della Calabria invitanti
pile di Vecchia Calabria erano a disposizione dei numerosissimi
visitatori. Una bellissima edizione della Giunti di Firenze, con una
precisa e interessante introduzione di John Davenport e una perfetta,
a mio avviso, traduzione di Grazia Lanzillo e Lidia Lax. Elegante nella
nuova veste tipografica, maneggevole, la Vecchia Calabria, 484 pagine,
per tutti gratuita.
Nell’indice, tra i vari capitoli, il XXXI, quello dal titolo “Santi
meridionali”, mi ha incuriosito in modo particolare e sono certa
che incuriosirà anche gli ischitani tutti.
Molti isolani infatti portano il nome di Giovan Giuseppe in omaggio
al Santo patrono e protettore San Giovan Giuseppe della Croce; e mentre
è normale e consueto che nel nostro dialetto lo si trasformi
in un più breve Giangiuseppe, è alquanto stupefacente
che Norman Douglas lo chiami così anche lui.
Si riportano qui di seguito le pagine dedicate al Santo, all’inizio
delle quali lo stesso Douglas precisa di essersi attenuto e documentato
alla Vita di San Giovan Giuseppe della Croce scritta dal P.
Fr. Diodato dell’Assunta per la Beatificazione e ristampata dal
postulatore della Causa P. Fr. Giuseppe Rostali in occasione della solenne
Santificazione, Roma 1839. |
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Norman Douglas – Vecchia Calabria
Santi meridionali: S. Giangiuseppe
(...)
Ecco per esempio la parafrasi quasi letterale
di una biografia tipica - la Vita di S. Giangiuseppe della Croce
(nato nel 1654), ristampata nell’anno della sua solenne santificazione
(1).
In molti punti, egli assomigliava ad altri santi; non permetteva mai
che fossero molestati gli insetti che si riproducevano nel suo giaciglio;
con le donne, il suo contegno era quello di una statua animata, e in
tutta la sua vita non ne guardò in faccia nessuna (conosceva
solo dalla voce anche i confratelli); non smise mai fino alla morte,
per sessantaquattro anni, gli stessi vestiti; sapeva resuscitare i defunti,
liberare i vivi dai demoni (come quello, camuffato da cane nero, che
tormentava una duchessa), trasformare le castagne in albicocche, rendere
buono il vino cattivo; la sua carne era incrostata di piaghe a causa
delle crudeli autoscarificazioni; era sempre affamato, ma quando gli
si portavano cibi delicati soleva dire al proprio corpo: «Li hai
visti? Li hai annusati? Tanto ti basti!» Anch’egli sapeva
volare un po’. Un giorno, che non si riusciva a trovarlo in nessun
luogo, i monaci del convento lo scoprirono in chiesa, alto da terra
al punto di toccare il soffitto con la testa - impresa non da poco,
per un giovanetto com’egli era a quell’epoca. Come poi questo
dono gli fosse prezioso in età avanzata lo si vide quando, pressoché
incapace di muovere le gambe e semiparalizzato, riuscì ad accompagnare
per due miglia a piedi una processione, camminando - fra lo stupore
delle migliaia di presenti - ad altezza di un cubito dal lastricato,
al modo di quelle divinità indù i cui piedi - così
narrano i pagani - sono troppo puri per toccare la vil terra.
Il suo amore per la povertà era così intenso che, pur
dopo la sua morte, un ritratto di lui che i parenti, in amoroso ricordo,
avevano cercato di appendere al muro, cadde ripetutamente a terra, sebbene
inchiodato a regola d’arte; né rimase appeso finché
non si capì che il santo su in cielo giudicava riprovevole la
preziosa cornice dorata, e quindi la si tolse. Nessuna meraviglia che
il Bambin Gesù si compiacesse di staccarsi dal seno di Maria
per trascorrere lunghe ore in riposo fra le braccia di S. Giangiuseppe!
Un giorno, disturbato dalla visita di un sacerdote, questi esclamò:
«Com’era dolce tenere in braccio il Divino Fanciullo!»
Si tratta di un motivo favorito che ricorre, per esempio, nei Fioretti
di San Francesco: in realtà, v’è un precedente storico
per ognuno di questi favori divini. Ma il tratto distintivo del santo,
il suo dono più eletto, era quello della profezia, soprattutto
se si trattava di prevedere la morte dei bambini. La profezia era quasi
sempre accompagnata da parole «scherzose». Così egli
entrava in una casa e, in tono gaio, diceva: «Oh, che odor di
Paradiso!» Prima o poi, uno o più bambini della famiglia
spiravano. Una volta lo si sentì dire a un dodicenne: «Sii
buono, Natale, che gli angeli stanno per venirti a prendere!»
Queste parole devono aver pesato sull’anima del ragazzo, perché,
inutile dirlo, qualche anno dopo egli morì. Ma ancor più
grazioso (per dirla col suo biografo) fu l’episodio di quando
domandò a un padre se gli sarebbe piaciuto donare il figlio a
S. Pasquale; il tenero genitore rispose di sì, credendo che le
parole si riferissero ad una futura carriera ecclesiastica; ma il santo
aveva in mente qualcosa di assai diverso - una carriera celeste! E,
in meno di un mese, il bimbo spirò. A una ragazzina che piangeva
per la strada, S. Giangiuseppe disse che non voleva più sentirla
gemere, e che andasse a cantare in Paradiso; incontrandola alcuni giorni
dopo esclamò: «Ma come, ancora qui?» Nel giro di
pochi giorni, la cara anima era volata in cielo.
La biografia elenca numerosi esempi di questo dono prezioso, che certo
non avrebbe contribuito alla popolarità del santo in Inghilterra
o in qualunque altro paese salvo in questo, dove naturalmente - sebbene
i giovani superstiti siano descritti come presi da sacro terrore al
solo nome del servo di Dio -, i genitori erano ben lieti di avere in
famiglia uno o due angeli da servire come avvocati per chi rimaneva
quaggiù.
L’accenno alla professione legale mi ricorda un altro e veramente
istruttivo miracolo. In genere, dopo la canonizzazione di un santo,
si nota che il cielo mostra, con altri segni, di approvare la decisione
solenne del vicario di Cristo; a giudicare dalle biografie, anzi, tale
approvazione è non solo corrente ma, per usare un termine mondano,
de rigueur. Così avvenne dopo che il decreto relativo a S. Giangiuseppe
era stato pronunciato nella Basilica Vaticana da S.S. Pio VI in presenza
dei cardinali: innumerevoli prodigi celesti (la cui enumerazione occupa
undici pagine della Vita) confermarono e ratificarono il grande evento:
basti dire che il notaio il quale aveva redatto i processi ordinario
e apostolico guarì di una penosa apoplessia, visse ancora quattro
anni, e infine morì lo stesso giorno della ricorrenza della scomparsa
del santo. Istintivamente, vien fatto di paragonare questa larghezza
celeste alle sordide ghinee di cui si sarebbe accontentato un notaio
anglosassone ...
1. Vita di S. Giangiuseppe della Croce ... Scritta dal P. Fr. Diodato
dell’Assunta per la Beatificazione ed ora ristampata dal postulatore
della causa P. Fr. Giuseppe Rostoli in occasione della solenne Santificazione,
Roma, 1839.
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