La tradizione militare del popolo dei Cantoni ha radici profonde e lontane:
«... Gli Elvezi superano con il loro coraggio tutti gli altri
popoli Galli, combattendo una guerra senza tregua contro i Germani,
volta ora a difendere le proprie frontiere, ora a superarle di slancio...,
in effetti, una popolazione numerosa, la gloria delle armi, il loro
coraggio rendono angusto un paese, che misura appena 240.000 passi di
lunghezza per 14.000 di larghezza...». Così scriveva Giulio
Cesare nel 58 a. C., aggiungendo che nella lunga ed incerta battaglia
della Borgogna: «... Dalla settima ora fino a tarda sera, nessun
Elvezio fu mai visto volger le spalle...» [1]. Forti di questa
esperienza, gli Elvezi rientrati nel loro paese si mescolarono ai Romani
e continuarono a fornire all’Impero valorosi contingenti ampiamente
impiegati nell’aspra lotta contro i Barbari, i quali incalzavano
senza sosta alle frontiere. Questa tradizione militare venne ulteriormente
sviluppata nei secoli successivi, fino a divenire una delle fonti principali
di sostentamento in un paese scarsamente dotato di ricchezze naturali.
Oggi si stima che almeno un milione di soldati svizzeri abbiano militato
sotto i Re di Francia tra il 1472 ed il 1830 e che almeno 700.000 uomini
siano periti nell’espletamento del proprio dovere [2]. Le truppe,
spesso definite con tono dispregiativo mercenarie, venivano assoldate
sulla base di accordi diplomatici ben definiti, stipulati tra i cantoni
di provenienza e la monarchia francese e chiamati «capitolazioni
militari».
Esse impegnavano i soldati a «servir le Roi et la France dans
les ordres de la personne du Roi, considéré comme le seul
et unique représentant de la nation» [3]. Queste capitolazioni,
che possiamo paragonare in senso lato ai moderni contratti di collaborazione
tra imprese industriali e Stato, rappresentavano per il soldato un vincolo
indissolubile, da onorare fino all’estremo sacrificio della propria
vita. Quanto e come venisse osservato quest’impegno, lo confermò
Napoleone, affermando testualmente che: «Les meilleures troupes,
celles en qui vous pouvez avoir le plus de confiance, ce sont les Suisses...
Elles sont braves et fidéles».
Dopo la caduta dell’ Impero Romano, la cavalleria, nuova forza
d’urto della tecnica bellica, dominò incontrastatamente
i campi di battaglia per oltre un millennio, relegando la fanteria al
rango di manovalanza di infimo livello. Furono i Cantoni Svizzeri a
rivalutare il ruolo della fanteria, trasformandola in un corpo di specialisti
altamente qualificati nella lotta corpo a corpo. Selezione accurata
della truppa, allenamento fisico e morale spinti all’estremo,
ampio utilizzo delle ultimissime armi bianche e poi da sparo, sviluppo
di nuove tecniche di lotta in piccole unità mobili affiatate,
portarono la Svizzera a diventare nel primo Cinquecento la maggior potenza
militare d’Europa [2].
Dal punto di vista storico, il servizio straniero o mercenarismo (Fremdendienst)
ha rappresentato per circa un millennio una importante valvola di sfogo
economico per i Cantoni. Esso ha permesso l’emigrazione militare
periodica di uomini da regioni troppo affollate e con scarse possibilità
occupazionali. L’arruolamento avveniva di regola indipendentemente
dai confini politico-regionali, laddove era possibile creare una unità
militare operativa con un Comandante, in qualità di unico responsabile
verso la truppa della corresponsione del soldo e dell’osservanza
degli obblighi assunti. I Reggimenti erano formati dai 1500 ai 2000
uomini ed il loro Comandante ha rappresentato tra il XV fino alla metà
del XIX secolo la figura principale del singolo imprenditore. Ruolo
paragonabile a nostro avviso a quello del moderno Capitano d’industria.
Normalmente, i Comandanti rispondevano in solido per la corresponsione
del soldo e si racconta di vari Comandanti finiti sul lastrico per l’insolvenza
degli Stati datori di lavoro, contro i quali era difficile anche a quei
tempi ricorrere in giudizio! Da un punto di vista storico globale, andrebbe
anche tenuto in debito conto quanto l’arruolamento interregionale
abbia contribuito al profondo e continuo processo di integrazione tra
le popolazioni dei differenti Cantoni [3].
Dopo tanti secoli di gloria, guadagnata attraverso indicibili sacrifici
e sofferenze subite ed inferte, il popolo dei Cantoni diceva no a guerra
e violenza, abbracciando una nuova strategia di sopravvivenza civile,
quella della neutralità armata al solo ed unico fine della legittima
difesa. Nasceva così lo Stato Confederale, citato ad esempio
nel travagliato dibattito politico dell’Europa dell’Otto-Novecento,
dibattito che perdura tuttora [4].
Seguendo l’esperienza della monarchia francese, anche i Borbone
affidarono ai Reggimenti Svizzeri la difesa del loro trono. Questi Reggimenti
venivano inquadrati a volte in formazioni autonome, a volte nell’esercito
del paese ospitante, come fece nel 1788 Ferdinando IV quando, sciolti
i Reggimenti Svizzeri, li incorporò in due «Reggimenti
Esteri». L’importanza della presenza militare svizzera a
Napoli viene confermata dal fatto che, tra il 1734 ed il 1828, 25 ufficiali
elvetici raggiunsero gradi superiori. Tra questi, Emanuel Burckhardt
quello ambitissimo di Capitan Generale [6,7].
Emanuele Burckhardt (1744-1820)
nacque a Basilea come primogenito dell’omonimo Emanuele Burckhardt-Linder
(1719-1765), Giurista e Tenente al servizio di Luigi XV nel Reggimento
Salis-Samaden di stanza a Parigi [5,6,7,9].
Seguendo una vecchia tradizione di famiglia, Emanuele junior iniziò
la carriera militare alla giovanissima età di dieci anni (1754)
nel reggimento paterno, facendo le sue prime esperienze belliche durante
la «Guerra dei Sette Anni», quando il carissimo zio paterno
Johann moriva al suo fianco in una pozza di sangue. All’età
di 15 anni Emanuele diveniva Cadetto e poco dopo Portabandiera (1759).
Susseguentemente, continuò il servizio come Capitano ed Istruttore
fino al 1787, quando il suo Comandante, Barone von Salis-Marschlins,
gli offrì di seguirlo nel Regno di Napoli col grado di Tenente
Colonnello e l’incarico di Istruttore Capo delle truppe napoletane.
Ferdinando IV Re delle Due Sicilie, resosi conto del basso livello del
suo esercito, aveva chiesto infatti a Re Luigi XVI di prestargli temporaneamente
qualche buon ufficiale in grado di riorganizzarlo. Due anni dopo la
nomina a Napoli, da Parigi giungeva ad Emanuele la gradita offerta di
rientrare nei vecchi ranghi con una promozione a Maggiore. Emanuele
rifiutò l’offerta per quanto allettante e decise di restare
nella città partenopea. La decisione di saltare il Rubicone fu
sicuramente sofferta ma saggia ed ebbe risvolti positivi per la sua
vita e per la sua carriera. In questa maniera egli evitò per
esempio, di venir coinvolto nella tragedia della Rivoluzione Francese,
durante la quale morì gran parte dei soldati svizzeri al servizio
del Re [8,10].
La scelta di restare a Napoli fu per Emanuele la grande opportunità
della vita, dandogli la possibilità di mettere in luce le sue
grandi doti come il talento militare, l’esperienza acquisita a
Parigi, il suo eccezionale coraggio, buon senso e spirito di iniziativa.
La serietà della sua decisione è confermata dal fatto
che si fece raggiungere ben presto dalla moglie Teresa, alla quale restò
legato per tutto il resto della vita da tenerissimo affetto. A testimonianza
della sua proverbiale prudenza, lasciò invece ancora a Basilea,
sotto la tutela del nonno materno, i due figli Henriette ed Emanuel
junior, garantendo loro quella tranquilla educazione ed istruzione borghese,
della quale aveva sofferto la mancanza durante la sua durissima infanzia
e gioventù.
A quei tempi, la Corte era praticamente dominata dalla cattolicissima
Regina Carolina, figlia dell’Imperatrice d’Austria e sorella
di Maria Antonietta, mentre sia Emanuele che sua moglie Teresa erano
e rimasero protestanti per tutta la vita. Nonostante questa differenza
di Credo, Emanuele riuscì ad intrattenere ottimi rapporti con
la Regina ed altri membri della Corte, la gran parte dei quali apparteneva
a vecchie famiglie nobili, per natura diffidenti e sospettose, figuriamoci
poi di un eretico. Il successo di Emanuele è quindi sicuramente
frutto della sua delicatezza e tatto diplomatico: due qualità
raramente riscontrabili assieme in un uomo d’armi. Il fatto di
essere protestante precluse però la via ad alcune nomine e cariche,
come quella a Vicario Generale o Viceré, per le quali si preferì
escogitare altre soluzioni più politiche [13,14].
Durante la sua vita, Emanuele compì molte azioni degne di lode,
che gli permisero di arrivare fino al massimo grado militare, quello
di Comandante in capo di tutte le truppe del Regno.
Alcune tappe salienti della sua vita napoletana, vengono elencate qui
di seguito:
1787 - Tenente Colonnello, Comandante
del Reggimento Vallone-Borgogna;
1788 - Colonnello, Comandante del Reggimento Calabria;
1798 - Maresciallo di Campo, Conquista di Roma;
1799 - Riconquista di Napoli; Riconquista di Roma; nomina a Luogotenente
Generale;
1802 - Governatore della Sicilia, con pieni poteri civili e militari;
Presidente della Corte Marziale;
1809 - Sbarco e conquista di Procida ed Ischia;
1815 - Nomina a Capitano Generale (massima carica militare);
1819 - Conferimento degli ordini cavallereschi: «Ordine di San
Gennaro» e «Gran Croce dell’Ordine di San Giorgio
della Riunione» (massimi ordini civili e militari del Regno).
I tre aneddoti, che riportiamo qui
di seguito nella versione integrale di Carlo Knight, mettono in luce
alcune gradevoli caratteristiche del carattere del nostro personaggio,
dominato da un sapiente dosaggio di equilibrio e fermezza, generosità
e senso della giustizia:
«Nell’agosto del 1799 era sorto un problema negli Abruzzi.
Gli esattori delle imposte avevano esagerato a tartassare la popolazione;
finché questa,già stremata dalla guerra e derubata dai
francesi, s’era ribellata. A Napoli era giunta notizia di atti
di vandalismo e di saccheggi. In alcuni paesi gli uomini avevano imbracciato
i fucili e s’erano rifugiati sulle montagne. Il rischio di una
generale rivolta, della quale i francesi avrebbero certo profittato,
non poteva essere escluso. Scortato da una compagnia di soli 400 soldati,
de Bourcard si recò nella regione ribelle e lì non tardò
a rendersi conto di come stavano effettivamente le cose. La gente si
era esasperata, ma aveva motivo per esserlo. Rivolgendosi direttamente
alla popolazione, l’ufficiale elvetico fece affiggere nelle piazze
un proclama ove,senza giri di parole, venivano apertamente riconosciuti
la disonestà e gli abusi degli esattori... Nel contempo però
s’attendeva che le popolazioni collaborassero facendo immediatamente
cessare l’andazzo delle rapine, delle manomissioni, dei furti,
del vilipendio della giustizia... Clemenza e perdono a quei traviati
che rientreranno nei loro doveri... Chiunque osasse di non obbedire,
sarà arrestato e punito all’istante colla morte militarmente...
Quanto sarà inviolabile il perdono per il passato, altrettanto
sarà pronta e inevitabile la pena dell’avvenire... De Bourcard
con un sapiente dosaggio di equilibrio e fermezza, conseguì quindi
il risultato auspicato. Gli Abruzzi furono ricondotti alla calma senza
spargimento di sangue...».
«La lotta contro i banditi non era per de Bourcard un compito
nuovo: già un paio di anni addietro l’ufficiale aveva arrestato
a Roma il famoso Fra Diavolo ed ora la prospettiva di spazzar via i
famigerati Pronio, Sciabolone e Mammone non gli appariva certo sgradevole.
Avrebbe dato personalmente la caccia a quei briganti quasi con spirito
sportivo... senza eccessive ritorsioni... Nel corso di una scaramuccia
, ebbe il berretto perforato da una pallottola. In quell’ occasione,
dopo aver catturato il bandito che aveva tentato di ucciderlo, lo perdonò
e persino condiscese a tenergli un figliuolo al sacro fonte battesimale».
«Il 23 Luglio 1813, quale nuovo Governatore Militare firmò
a Palermo un editto che proibiva di portar armi da fuoco... minacciando
i trasgressori di pene durissime... Ma allorché interveniva con
inflessibile durezza, il de Bourcard non trascurava di considerare le
giuste istanze della popolazione: oltre gli arresti, oltre le minacce
usate contro i fornai che facevano mancare il pane... informò
il Vicario che, per quietare del tutto la città, era necessario
mettere un riparo all’annona. Affrontando le radici del problema,
il Governatore Militare ridusse pertanto i prezzi dei beni di prima
necessità il cui aumento aveva scatenato la rivolta».
Nonostante questa brillante carriera,
la figura di Emanuele Burckhardt è poco nota in Svizzera e completamente
ignorata dalla storia italiana. Al riguardo possiamo avanzare alcune
ipotesi. Emanuele, invece di rientrare a Basilea in fin di carriera
così come era costume nella buona società ed in particolare
nella sua famiglia, preferì restare nella sua adorata Sicilia
con i figli ed i tanti nipoti e pronipoti ed integrarsi in questa splendida
terra solare. La francesizzazione del glorioso nome Burckhardt nel melodico
de Bourcard non potè quindi che favorire il distacco dalla madrepatria
e la progressiva caduta in oblio del personaggio e delle sue prodezze.
Per quanto riguarda l’altro aspetto, quello della storia italiana,
si può facilmente immaginare come il disinteresse per Emanuele
si accomuni alla denigrazione sistematica ed indiscriminata dei Borbone
e del loro operato, da parte della Casa Savoia e del Regime al governo,
come da parte dei politici e storici ad essi sottomessi.
Una rivalutazione critica ed obiettiva dei meriti e demeriti della dinastia
Borbone, iniziata da Benedetto Croce alcuni anni fa, viene oggi brillantemente
proseguita dalla nuova scuola storica Britannica e da Carlo Knight [7].
Bibliografia e Note
[1] Giulio Cesare, De Bello Gallico, Libro
I, cap.26.
[2] Jérome Bodin, Les Suisses au Service de la France,
Editions Albin Michel, Paris 1988.
[3] Heribert Kueng, Glanz und Elend der Soeldner, 1993, Desertina
Verlag, CH-7180 Disentis.
[4] Emilio R. Papa, Storia della Svizzera, Bompiani, 1993.
[5] Hans Adolph Voegelin, Militaers in fremden und einheimischen
Diensten, pp.225-230, in CKDT (Basel) Streiflichter auf Geschichte
und Persoenlichkeiten des Basler Geschlechtes Burckhardt, Herausgeberin:
Burckhardtsche Familienstiftung, 1990 Buchverlag Basler Zeitung, 4002
Basel.
[6] Carlo Knight, Emanuel De Bourcard, generalissimo svizzero
al servizio di Ferdinando IV di Borbone, Atti della Accademia
Pontaniana, Napoli, vol. XL, pp. 1-33 (1991).
[7] Carlo Knight, Un Generale Svizzero al Servizio dei Borbone,
in Sulle orme del Gran Tour- Uomini Luoghi Società del Regno
di Napoli, Electa Napoli, pp. 41-65 (1995).
[8] August Burckhardt, Basler in fremden Diensten, Basler
Neujahrsblatt nr. 95 (1917).
[9] Theophil Burckhardt-Biedermann, Basler Jahrbuch 1883.
[10] P. De Vallière, Honneur et Fidelitè, Histoire
des Suisses au Service Etranger, pp. 469, Lausanne 1940.
[11] Archivio di Stato di Napoli, Sezione Militare: «Generali
Antichi», Fascio 17, inc 35, «Stato in cui si dimostrano
gli impieghi occupati al servizio di Sua Maestà il Re, del
Tenente Generale De Bourcard delle Armi del Regno di Sicilia».
[12] Serie cronologica dei Viceré, Luogotenente e Presidente
del Regno di Sicilia, dal Giornale Araldico Storico Genealogico, Palermo
1896.
[13] Secondo l’archivio di famiglia ed altri documenti depositati
a Basilea [5,8,9,10], Emanuele fu nominato Vice Re contemporaneamente
alla nomina a Governatore di Sicilia (1802). Secondo altre fonti qualificate
[6,7,11], Emanuele ottenne la nomina a Governatore con pieni poteri
civili e militari (1802) ma non quella a Vice Re [11] per ragioni
politico-militari (rifiuto dei Siciliani alla carica di Vice Re, religione
di Emanuele). Emanuele operò quindi come Governatore e Luogotenente
Generale, praticamente con gli stessi poteri di un Vice Re, con piena
soddisfazione del Re e del popolo Siciliano.
[14] Secondo le fonti citate [5,8,9,10], ed informazioni raccolte
di persona presso discendenti diretti ancora in vita (comunicazione
personale), Emanuele fu nominato da Re Ferdinando IV anche «Conte
di Gaeta» (1815). Il suo nome non compare però negli
Annali della Società Araldica Siciliana [7,12]. Emanuele de
Bourcard (1904-1987), ultimo discendente maschio diretto di Don Emanuele,
è scomparso a Milano alcuni anni fa, chiudendo così
il glorioso ramo italiano della famiglia Burckhardt.
Per ulteriori informazioni e domande, prego rivolgersi a
bruno.nicolaus@virgilio.it
www.brunonic.org
SU
|