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| Taccuino
di viaggio - Marocco/2 di Carmine
Negro Marrakech,
porta del deserto, racconta il fascino del Sahara e dei suoi abitanti. La porta Bab ed-Debbagh ovvero la porta dei Conciatori
si presenta con ben cinque corridoi a gomito che obbligano, per oltrepassarla,
a cinque successive svolte. Superata la porta c’è una curva,
subito dopo la strada si fa stretta e per poter continuare siamo costretti
a sfiorare il bordo della via. Sulla piccola salita un asino fa fatica
a tirare il carretto che, col suo carico di erba e pelli di animali,
appena scuoiati, traccia il selciato con un rivolo di sangue attirando
nugoli di mosche. Il ragazzo tira le redini e urla; l’animale
che arranca alla fine riesce a superare le difficoltà e continuare
il percorso sulla piccola salita. Un uomo, reso vecchio dalla trascuratezza
e dai denti mancanti, calza un paio di ciabatte rotte, offre rami di
menta per qualche dirham (moneta del Marocco). Altri uomini, seduti
a chiacchierare, fuori i negozi, ci osservano mentre la nostra guida
cerca di allontanare quanti si avvicinano per chiedere soldi o un qualche
scambio. Una bambina porta della pasta di pane al forno per farlo cuocere.
Il fetore avvolge tutto, ma nessuno dei residenti sembra farci caso.
Dopo un breve percorso entriamo a destra in uno slargo: lì una
serie di vasche scavate nel terreno sono utilizzate per la preparazione
delle pelli. La guida ci ricorda che per la concia che rende la pelle
imputrescibile e morbida è necessario preparare il derma ottenendo
la “pelle in trippa”. Ci dice che per la depilazione e scarnatura
si usano bagni di calce, per la macerazione bagni d’acqua addizionati
di acido solforico e sale marino... La mia attenzione è tutta
per gli uomini che, come zombi, rivestiti di cenci macchiati dai colori
della tintura, saltano sui bordi delle vasche, inconsci del pericolo
e delle esalazioni. Anche i ragazzi intervengono nelle fasi del lavoro.
Alcuni ci guardano con i loro occhi neri e ci sorridono: trasportano
le pelli già conciate nei piccoli laboratori che circondano l’estensione.
Subito fuori la porta, dall’altra parte della strada e del fiumiciattolo
Uadi Issid che costeggia la strada, sull’altura di fronte alla
porta c’è una baraccopoli. Dalle povere casupole fatte
con mezzi di fortuna spuntano una quantità enorme di antenne
della televisione. Non hanno ancora l’acqua corrente e l’energia
elettrica ma hanno la televisione che fanno funzionare con generatori. Capita spesso di essere invitati quando si fa un acquisto
a bere un tè con il bottegaio. Il tè è un rito,
ricorda una cultura che faceva del contatto e della parola motivo di
vita. I tempi sono quelli dell’Africa. Intorno al tè oltre
alla contrattazione, si può parlare di tutto, del clima come
del raccolto di un anno, delle mogli come del cibo. Durante il rituale
del tè gli uomini del deserto offrono le proprie merci al prezzo
migliore per realizzare, ma anche per costruire un rapporto per futuri
commerci, per conoscere con l’altro un distinto mondo. Il tè
viene offerto sempre da una teiera nella quale è stato messo
tè verde, zucchero, foglie di menta fresca e acqua bollente.
Quando si versa, la teiera si allontana e si avvicina al bicchiere in
una sorta di suggestivo cerimoniale. Piazza Jemaa el-Fna, coinvolgente cuore della città, è uno dei grandi spettacoli del mondo. Dopo l’arrivo, la guida ci ha prelevato dall’albergo per un primo contatto con la città e per una cena in un ristorante tipico. Ci siamo diretti verso uno spiazzo molto esteso che nei giorni successivi verificai essere, sia di mattina che di pomeriggio, un immenso e pittoresco mercato dei generi più differenti dagli alimentari ai medicinali, dai lavori di vimini alle cianfrusaglie da vendere come souvenir per i turisti. È l’ora del tramonto, gli ultimi raggi del sole offrono tonalità di rossi che solo l’Africa sa regalare. Da lontano l’ampia distesa è animata da una miriade di persone che si aggira tra le lampade bianche delle bancarelle che ravviva il vapore del fumo bianco che spunta dai vari punti della piazza e si perde fino a scomparire appena sopra il paralume. Il palcoscenico è ammaliante; un cantastorie racconta di pozioni berbere magiche, a fianco un mercante offre per pochi dirham un amuleto capace di rivitalizzare la vita sessuale. L’incantatore di serpenti suona con forza il proprio flauto e nello sforzo fa ruotare gli occhi mentre un aiutante chiede di fotografare per pochi dirham. Frattanto i cobra, del tutto insensibili al suono dello strumento, sono ipnotizzati dal movimento della testa che seguono come un testo non scritto. Una donna seduta su uno sgabello, avvolta nel suo velo, invita con le dita le donne alla lettura delle mani. Un’altra donna con una siringa riempita di pasta di henné realizza tatuaggi, una volta simboli magici ed ora solo ornamento, che compone in pochi momenti con maestria e professionalità. Un ragazzino si avvicina con la mano mi chiede delle monete. Ha occhi profondi e mi colpisce ma ho timore a prendere il portafogli. Non gli do nulla. Vorrei conoscere il suo nome ma non parla. Solo pochi attimi ed è inghiottito dalla folla. Di lui mi rimane lo sguardo che chiede e la mano aperta; decido di chiamarlo SENOM (SEnza NOMe). Qualcuno mi chiama Italiano, è vestito con un abito rosso, mi dice che non vuole soldi per una foto, ma poi cerca un poco di oro, come è chiamato l’euro, richiesto in tutti i posti più del dollaro. Mi dice che un suo amico è ad Afragola mettendo l’accento sulla seconda “a”. Un altro mi invita a visitare la farmacia berbera e poi altri indovini acrobati e giocolieri, danzatori, altri incantatori di serpenti, i venditori d’acqua con i vestiti rossi sgargianti, ormai solo comparse sul proscenio che è la piazza. C’è anche il dentista con pinze e denti di tutti i tipi sul banchetto. Gli spettatori fanno cerchio e per ogni spettacolo, grande o piccolo, lasciano in genere qualche dirham (anche i marocchini). Intanto i chioschi montati e smontati ogni giorno iniziano a cucinare alla luce delle lanterne. I marocchini si mescolano con i turisti e si siedono per consumare carne o pollo, frattaglie o pesce, riso o verdure sempre cucinate nelle tagine, marmitte di terracotta con coperchio conico che impregnano l’aria con i loro profumi allo zafferano e i sapori delle mandorle all’agro dolce. Le botteghe hanno un numero progressivo, i negozianti invitano al tavolo, ti rendono parte attiva della rappresentazione: pochi dirham una premuta di arancia, ma ci si può sedere a mangiare con gli uomini e le donne del Marocco. Così, in questo spazio irregolare tra i suq e l’antica casba si realizza una sorta di foro, in una speciale declinazione berbera, che è insieme teatro e mercato luogo di cultura e assemblea della città. Più tardi intruppati siamo stati in un locale tipico dove c’era una cucina tipica e tutti erano vestiti con i costumi tipici: il cameriere, i musici, le cantanti e una donna bella e sensuale che si cimentava in una provocante danza del ventre. Il luogo era bello e la cura per i particolari rilevante ma nulla era paragonabile alla suggestione che sa suscitare una piazza dove un giovane popolo sa narrare la propria storia con le vicende della vita quotidiana, l’artigianato, la cucina, un sorriso accattivante e una voglia: raccontare la vita di un continente che ha il tempo del respiro e il ritmo del battito del cuore. |