La Rassegna d'Ischia 2003
Taccuino di viaggio - Marocco/2    di Carmine Negro

Marrakech, porta del deserto, racconta il fascino del Sahara e dei suoi abitanti.
I Berberi sono gli uomini del deserto che sanno incantare con le loro storie.

La porta Bab ed-Debbagh ovvero la porta dei Conciatori si presenta con ben cinque corridoi a gomito che obbligano, per oltrepassarla, a cinque successive svolte. Superata la porta c’è una curva, subito dopo la strada si fa stretta e per poter continuare siamo costretti a sfiorare il bordo della via. Sulla piccola salita un asino fa fatica a tirare il carretto che, col suo carico di erba e pelli di animali, appena scuoiati, traccia il selciato con un rivolo di sangue attirando nugoli di mosche. Il ragazzo tira le redini e urla; l’animale che arranca alla fine riesce a superare le difficoltà e continuare il percorso sulla piccola salita. Un uomo, reso vecchio dalla trascuratezza e dai denti mancanti, calza un paio di ciabatte rotte, offre rami di menta per qualche dirham (moneta del Marocco). Altri uomini, seduti a chiacchierare, fuori i negozi, ci osservano mentre la nostra guida cerca di allontanare quanti si avvicinano per chiedere soldi o un qualche scambio. Una bambina porta della pasta di pane al forno per farlo cuocere. Il fetore avvolge tutto, ma nessuno dei residenti sembra farci caso. Dopo un breve percorso entriamo a destra in uno slargo: lì una serie di vasche scavate nel terreno sono utilizzate per la preparazione delle pelli. La guida ci ricorda che per la concia che rende la pelle imputrescibile e morbida è necessario preparare il derma ottenendo la “pelle in trippa”. Ci dice che per la depilazione e scarnatura si usano bagni di calce, per la macerazione bagni d’acqua addizionati di acido solforico e sale marino... La mia attenzione è tutta per gli uomini che, come zombi, rivestiti di cenci macchiati dai colori della tintura, saltano sui bordi delle vasche, inconsci del pericolo e delle esalazioni. Anche i ragazzi intervengono nelle fasi del lavoro. Alcuni ci guardano con i loro occhi neri e ci sorridono: trasportano le pelli già conciate nei piccoli laboratori che circondano l’estensione. Subito fuori la porta, dall’altra parte della strada e del fiumiciattolo Uadi Issid che costeggia la strada, sull’altura di fronte alla porta c’è una baraccopoli. Dalle povere casupole fatte con mezzi di fortuna spuntano una quantità enorme di antenne della televisione. Non hanno ancora l’acqua corrente e l’energia elettrica ma hanno la televisione che fanno funzionare con generatori.
Quando si ritorna all’interno delle mura è la città vecchia che ci accoglie con il pullulare della vita dei suoi abitanti. Le strade strette sono coperte di canne per ripararsi dal sole; le numerose botteghe e i laboratori artigianali hanno dimensioni molto piccole. I negozi della carne possiedono vetrine basse e aperte con dentro i pezzi più pregiati mentre le frattaglie sono situate sul bancone tra il ronzio delle mosche. La guida ci dice che non tutti possono permettersi l’acquisto della carne; il prezzo è troppo elevato per lo stipendio medio. Tutti, invece, possono acquistare ortaggi frutta e pane. I piccoli negozi che vendono polli hanno quasi tutto lo spazio occupato dalla macchina che aiuta a levare le penne. Ci sono, poi, tanti negozi di generi alimentari con accanto al pane e ai dolci locali in bella mostra la pubblicità della Coca Cola.

Capita spesso di essere invitati quando si fa un acquisto a bere un tè con il bottegaio. Il tè è un rito, ricorda una cultura che faceva del contatto e della parola motivo di vita. I tempi sono quelli dell’Africa. Intorno al tè oltre alla contrattazione, si può parlare di tutto, del clima come del raccolto di un anno, delle mogli come del cibo. Durante il rituale del tè gli uomini del deserto offrono le proprie merci al prezzo migliore per realizzare, ma anche per costruire un rapporto per futuri commerci, per conoscere con l’altro un distinto mondo. Il tè viene offerto sempre da una teiera nella quale è stato messo tè verde, zucchero, foglie di menta fresca e acqua bollente. Quando si versa, la teiera si allontana e si avvicina al bicchiere in una sorta di suggestivo cerimoniale.

Crocevia di commercio e principale luogo di scambi sociali, il suq (mercato) mischia inestricabilmente suggestioni e funzioni. I suq di Marrakesh, autentici quartieri-labirinto organizzati per categorie di prodotti o per attività, rappresentano il vero cuore della vita urbana. Il suq è un viaggio nell’uomo e per viverlo pienamente non bisogna sottrarsi al rito, all’inizio curioso e un po’ faticoso, della contrattazione. Quanto può valere questa valigia o quel tappeto? Il negoziante ne conosce il valore, ma lui vuole sapere chi siamo, quanto convinto è il nostro interesse. E poi ha tempo. È disposto a cedere e a rilanciare, ad aggiungere qualcosa in più per fare sembrare più conveniente la sua offerta, ad ascoltare la nostra fantasia, gli argomenti che sappiamo scovare per strappare un buon prezzo. Che può essere vicino o lontano rispetto a quello iniziale, ma che, se abbiamo ben condotto la trattativa, accontenta tutti: chi vende ha ricavato il suo guadagno, che gli consente di vivere, e chi compra pensa sempre di aver scoperto il piccolo segreto dell’uomo che ha cominciato a conoscere.
Nel suq dei Tintori le matasse colorate, sospese ad asciugare fuori delle piccole botteghe, offrono uno spettacolo variopinto. Sulla porta le grandi e caratteristiche marmitte nere utilizzate per la tinteggiatura. Nel suq dove si lavora il ferro si costruiscono lampade, sgabelli, finestre e oggetti per la casa. Molti i ragazzi impegnati a preparare i pezzi da assemblare; lavorano sulla soglia dei piccoli negozi, quasi nella strada. Mustafà, ragazzo minuto ma sveglio, lavora il cedro; me ne offre due pezzi per sentirne l’odore, mi vede esitante, pensa sia un problema economico, cerca di rassicurarmi: non vuole dirham. Conosce la lingua e in buon italiano spiega il suo lavoro sul piccolo tornio; costruisce manici per spiedini. Più avanti c’è il suq delle spezie: i colori sono vivaci e accesi e le fragranze forniscono con l’aroma il sapore di una terra e di un continente.

Piazza Jemaa el-Fna, coinvolgente cuore della città, è uno dei grandi spettacoli del mondo. Dopo l’arrivo, la guida ci ha prelevato dall’albergo per un primo contatto con la città e per una cena in un ristorante tipico. Ci siamo diretti verso uno spiazzo molto esteso che nei giorni successivi verificai essere, sia di mattina che di pomeriggio, un immenso e pittoresco mercato dei generi più differenti dagli alimentari ai medicinali, dai lavori di vimini alle cianfrusaglie da vendere come souvenir per i turisti. È l’ora del tramonto, gli ultimi raggi del sole offrono tonalità di rossi che solo l’Africa sa regalare. Da lontano l’ampia distesa è animata da una miriade di persone che si aggira tra le lampade bianche delle bancarelle che ravviva il vapore del fumo bianco che spunta dai vari punti della piazza e si perde fino a scomparire appena sopra il paralume. Il palcoscenico è ammaliante; un cantastorie racconta di pozioni berbere magiche, a fianco un mercante offre per pochi dirham un amuleto capace di rivitalizzare la vita sessuale. L’incantatore di serpenti suona con forza il proprio flauto e nello sforzo fa ruotare gli occhi mentre un aiutante chiede di fotografare per pochi dirham. Frattanto i cobra, del tutto insensibili al suono dello strumento, sono ipnotizzati dal movimento della testa che seguono come un testo non scritto. Una donna seduta su uno sgabello, avvolta nel suo velo, invita con le dita le donne alla lettura delle mani. Un’altra donna con una siringa riempita di pasta di henné realizza tatuaggi, una volta simboli magici ed ora solo ornamento, che compone in pochi momenti con maestria e professionalità. Un ragazzino si avvicina con la mano mi chiede delle monete. Ha occhi profondi e mi colpisce ma ho timore a prendere il portafogli. Non gli do nulla. Vorrei conoscere il suo nome ma non parla. Solo pochi attimi ed è inghiottito dalla folla. Di lui mi rimane lo sguardo che chiede e la mano aperta; decido di chiamarlo SENOM (SEnza NOMe). Qualcuno mi chiama Italiano, è vestito con un abito rosso, mi dice che non vuole soldi per una foto, ma poi cerca un poco di oro, come è chiamato l’euro, richiesto in tutti i posti più del dollaro. Mi dice che un suo amico è ad Afragola mettendo l’accento sulla seconda “a”. Un altro mi invita a visitare la farmacia berbera e poi altri indovini acrobati e giocolieri, danzatori, altri incantatori di serpenti, i venditori d’acqua con i vestiti rossi sgargianti, ormai solo comparse sul proscenio che è la piazza. C’è anche il dentista con pinze e denti di tutti i tipi sul banchetto. Gli spettatori fanno cerchio e per ogni spettacolo, grande o piccolo, lasciano in genere qualche dirham (anche i marocchini). Intanto i chioschi montati e smontati ogni giorno iniziano a cucinare alla luce delle lanterne. I marocchini si mescolano con i turisti e si siedono per consumare carne o pollo, frattaglie o pesce, riso o verdure sempre cucinate nelle tagine, marmitte di terracotta con coperchio conico che impregnano l’aria con i loro profumi allo zafferano e i sapori delle mandorle all’agro dolce. Le botteghe hanno un numero progressivo, i negozianti invitano al tavolo, ti rendono parte attiva della rappresentazione: pochi dirham una premuta di arancia, ma ci si può sedere a mangiare con gli uomini e le donne del Marocco. Così, in questo spazio irregolare tra i suq e l’antica casba si realizza una sorta di foro, in una speciale declinazione berbera, che è insieme teatro e mercato luogo di cultura e assemblea della città. Più tardi intruppati siamo stati in un locale tipico dove c’era una cucina tipica e tutti erano vestiti con i costumi tipici: il cameriere, i musici, le cantanti e una donna bella e sensuale che si cimentava in una provocante danza del ventre. Il luogo era bello e la cura per i particolari rilevante ma nulla era paragonabile alla suggestione che sa suscitare una piazza dove un giovane popolo sa narrare la propria storia con le vicende della vita quotidiana, l’artigianato, la cucina, un sorriso accattivante e una voglia: raccontare la vita di un continente che ha il tempo del respiro e il ritmo del battito del cuore.

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