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"Decretum super Virtutibus"
(Decreto sulle Virtù)
del Venerabile parroco don Giuseppe Morgera
«Il principio interiore, la virtù che anima
e guida la vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo
Capo e Pastore, è la carità pastorale, partecipazione
della stessa carità pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito
dello Spirito Santo, e nello stesso tempo compito e appello alla risposta
libera e responsabile del presbitero» (Giovanni Paolo II, Esortazione
Apostolica Pastores dabo vobis, 23: AAS LXXXIV [1992], pp.
691-692).
La virtù che rifulse nella vita e nelle opere del sacerdote Giuseppe
Morgera, senza dubbio, fu la carità pastorale, che lo spinse
a darsi giorno dopo giorno al servizio di Dio, della Chiesa, delle anime.
Pertanto infiammato di zelo e da un desiderio vivissimo di dilatare
il Regno di Cristo, in ogni cosa seguì l’esempio del Buon
Pastore, che per noi assunse la condizione di servo (cf. Filippesi
2, 7) e immolò la vita per il suo gregge (cf. Giovanni
10, 11).
Questo degno ministro della Chiesa nacque nella cittadina di Casamicciola,
nella diocesi di Ischia il primo gennaio 1844, primo degli otto figli
di Francesco Erasmo Domenico Morgera e di Maria Giuseppa De Luise, che
gli diedero il nome di Giuseppe. Si accostò all’Eucaristia
all’età di otto anni, e nel 1855 ricevette il sacramento
della Confermazione.
A quattro anni fu affidato al nonno materno Francesco De Luise, che
era custode del Palazzo Reale dei Borboni al Porto d’Ischia. Questi
fu il suo primo maestro, che servendosi dell’unico libro della
Bibbia gli diede la prima istruzione ed educazione.
Pur stando in mezzo ad uomini illustri, i germi della vita cristiana
crebbero nell’animo del Servo di Dio fino a far sorgere in lui
il desiderio di farsi sacerdote. Il 21 novembre del 1852, accettato
come alunno esterno del Seminario, per quello che riguarda gli studi,
fu affidato a Domenico Polito, canonico della chiesa cattedrale. Poi
nell’anno 1853, il Re Ferdinando II dei Borboni, lo nominò
chierico addetto alla cappella del Palazzo Reale di Ischia, e con lo
stipendio che pertanto gli proveniva, poté continuare gli studi
in Seminario come alunno interno.
Ma, a causa dei moti popolari scoppiati mentre l’Italia rivendicava
la sua libertà, il Seminario fu chiuso; per cui, nell’anno
1860 fu costretto a tornare a casa, dove continuò lo stesso modo
di vita del Seminario impegnandosi personalmente nello studio e coltivando
la sua vita spirituale. L’anno dopo, 1861, ritornato in Seminario
gli fu dato l’incarico di insegnante di letteratura nella prima
classe del ginnasio. Il 22 del mese di Settembre del 1866, fu ordinato
sacerdote e il giorno dopo per la prima volta celebrò la messa
nella chiesa detta del “Purgatorio” nella “Villa dei
Bagni”. Secondo la testimonianza di suo fratello Antonio, il Morgera
ebbe questo concetto della sua missione pastorale: «Il sacerdote
non è l’uomo che deve pensare a sé stesso ma deve
essere tutto a servizio dei fratelli. Quel sacerdote che non è
capace di essere utile all’illetterato, dì essere rispettato
dall’uomo sapiente, di essere medico delle malattie dello spirito,
non fa le veci di Cristo qui in terra né risponde all’esatto
ministero della santa vocazione sacerdotale».
Perciò questa sua convinzione ispirò tutta la sua vita
sacerdotale, fin dall’inizio. Colse l’occasione di frequentare
a Roma la Scuola del Collegio Romano (oggi Università Gregoriana)
dove frequentò i corsi di Teologia Morale del celebre Padre Ballerini,
gesuita. Tornato nell’isola il primo gennaio del 1870 gli fu dato
il primo incarico pastorale diocesano cioè l’incarico di
cappellano della chiesa chiamata del “Buon Consiglio” oppure
“Chiesa dei marinai”; univa l’impegno di istruire
i fanciulli e i giovani a una fervida attività pastorale e a
una vita spirituale intensa.
Di questa prima parte del ministero sacerdotale del Servo di Dio rimangono
alcuni libri, discorsi e omelie. In questo periodo, si ritiene, fu da
lui scritta la “Vita di S. Giuseppe”, iniziò la “Vita
di Gesù Cristo”. Inoltre, quasi non bastassero le occasioni
di lavoro come cappellano del “Buon Consiglio”, il giovane
sacerdote trovò il tempo per dedicarsi alla sacra predicazione,
anche fuori dell’Isola d’Ischia nel 1879, quando il suo
zelo apostolico lo spinse fino alla città di Napoli e all’Archidiocesi
di Gaeta.
Nel 1882 Carlo Mennella, che allora era parroco di Casamiccola, fu consacrato
Vescovo ausiliare dell’Isola d’Ischia, rimanendo per concessione
del Papa nell’incarico di parroco. Il Mennella, sapendo che il
Servo di Dio era in grado di aiutarlo, lo nominò Vicario parrocchiale.
E così il Morgera, il 9 gennaio 1882 ricevette l’incarico
formale del nuovo ufficio con le più ampie facoltà circa
la giurisdizione, perché tanti incarichi parrocchiali il Mennella
non poteva esercitarli più perché doveva aiutare il Vescovo
titolare di Ischia il quale era paralizzato.
Mentre dunque il Servo di Dio era impegnato totalmente come Vicario
parrocchiale di Casamicciola, ci fu il doloroso terremoto del 28 luglio
1883 che possiamo considerare come uno spartiacque nella vita del Morgera.
In quell’occasione al cospetto di tutti il Servo di Dio mostrò
la sua maturità sacerdotale e la sua eroica carità. Appena
gli fu possibile, perché anche lui era rimasto sotto le macerie
per più di un’ora e poi era andato ramingo fra diversi
ospedali di Napoli, di nuovo dedicò al suo popolo tutte le forze
del suo animo e del suo ingegno.
Poiché la cittadina di Casamicciola era rimasta priva del suo
pastore per la luttuosa morte del Vescovo Carlo Mennella, il 16 dicembre
1883 il servo di Dio prese l’incarico di parroco. Durante la messa
di insediamento in cui veniva pubblicamente messo nell’ufficio
di parroco si offrì, nel discorso che fece ai suoi fedeli, sotto
l’insigne simbolo evangelico del Buon Pastore sempre pronto a
dare la vita per le sue pecorelle. Intanto veniva richiesto come predicatore
nel tempo di Quaresima; predicazioni degli esercizi spirituali e di
altre conferenze sulla parola di Dio si sogliono tenere nell’isola
d’Ischia, a Gaeta, a Napoli nelle quali occasioni il parroco Morgera
si faceva tutto a tutti.
Mentre si sforzava di alimentare Casamicciola con cibo materiale e spirituale,
carezzava l’idea e la speranza che il tempio parrocchiale distrutto
dal terremoto sarebbe di nuovo sorto dalle fondamenta quasi a simbolo
del rinato paese.
Dopo aver superato innumerevoli difficoltà il giorno 8 luglio
del 1894 fu benedetta la prima pietra della nuova chiesa che fu quindi
con solenne rito dedicata al Sacratissimo Cuore di Gesù e a S.
Maria Maddalena, la quale chiesa divenne il simbolo del nuovo paese
di Casamicciola che era risorto dalle rovine per opera e per impegno
del servo di Dio. Mise la più grande cura non solo a costruire
materialmente la parrocchia ma anche spiritualmente.
Condusse il popolo nelle vie di Dio non solo per opera del suo sacro
ministero, ma anche con la santità della sua vita, diventato
così esempio del suo gregge (cf 1 Pt 5,3). Per esercitare
nel miglior modo possibile la missione a lui affidata dalla Chiesa con
animo costante seguiva l’esempio del Divino Pastore, sia con le
parole che con le opere sforzandosi di diventare un altro Cristo. Costantemente,
generosamente e con gioia spirituale coltivò le virtù
cristiane e sacerdotali. Brillò soprattutto per la fede, la speranza
e la carità. Con la mente e con il cuore abbracciò le
verità rivelate e il Magistero della Chiesa. Alimentò
la fede con la meditazione delle Sacre Scritture, con la preghiera,
con lo studio della teologia e con un fervido amore verso l’Eucarestia,
il Sacro Cuore di Gesù, la Beatissima Vergine Maria. Fece seguire
alla sua fede la vita testimoniando la sua fede con un’adesione
ferma e meditata desiderando che Dio fosse conosciuto, amato e servito.
Fu conquistato totalmente dall’amore di Dio, per cui senza interruzione
si impegnò ad accrescere la sua gloria e con animo generoso obbedì
alla sua volontà facendo il bene, combattendo il male ed evitando
ogni occasione di peccato; celebrò, con grande devozione l’augusto
sacrificio della messa come pure i Sacramenti e la liturgia delle ore;
fu costante nella pratica degli esercizi di pietà specialmente
nella preghiera mariana del Santo Rosario e la visita da farsi al SS.
Sacramento dell’altare. Infiammato dall’amore di Dio e delle
anime, si diede al servizio dei fratelli al quali spezzò il pane
della Verità con la parola e con gli scritti, con le sacre predicazioni,
con l’istruzione religiosa, con le esortazioni e con i consigli.
Con umiltà e prudenza, con animo paterno, aiutò i poveri
e gli ammalati, assisteva i moribondi, consolava gli afflitti, istruì
gli ignoranti, spinse al bene i peccatori, aiutò personalmente
le fanciulle povere, era amico dei sacerdoti e degli alunni del Seminario
dei quali era insegnante delle discipline teologiche. La sua carità
rifulse specialmente dopo il terremoto quando ancora più chiaramente
si dimostrò padre dei poveri. Fu prudente nel discernere le vie
idonee alla sua santificazione come pure nelle imprese pastorali; fu
prudente e saggio con i sacerdoti e con i laici i quali lo avevano scelto
come confessore e consigliere. Favorì la pace e la concordia
all’interno delle famiglie, nel popolo e fra le autorità.
Per aiutare i moltissimi villeggianti che numerosi per riposo venivano
già allora nell’isola d’Ischia, imparò alcune
lingue estere. Esempio agli altri, esercitò la giustizia nei
riguardi di Dio e del prossimo. Mostrò anche un animo forte nelle
difficoltà, pazienza nelle tribolazioni e temperanza nell’uso
dei beni di questa terra. Fu povero, umile, semplice, casto. Amava il
Romano Pontefice con spirito di fede. Con prontezza e con uguale sentimento
ubbidì ai suoi vescovi, impegnandosi generosamente a vantaggio
della chiesa e della diocesi. Di quanta stima i superiori lo circondassero
lo si può vedere nel fatto che lo nominarono parroco, professore
degli alunni del Seminario, vicario foraneo e canonico onorario della
chiesa cattedrale.
Il giorno 15 aprile dell’anno 1898, venerdì dell’ottava
di Pasqua, benedisse un altare di marmo dedicato a Cristo Crocifisso
da collocarsi nel nuovo tempio. Erano passati soltanto 22 mesi dalla
inaugurazione di questo tempio parrocchiale. In tale occasione, mentre
celebrava il sacrificio della messa ed arrivato nel momento in cui vengono
pronunciate le parole della Consacrazione, fu colpito da un’improvvisa
congestione di sangue al cervello; ciononostante riuscì a pronunciare
le parole della Consacrazione e a cibarsi del Corpo di Cristo, fra la
costernazione e il dolore dell’anima del popolo presente. Quasi
esanime, portato nella casa canonica, perdette la voce e anche il dominio
dei sensi e il movimento che non riprese più. Così il
17 aprile raggiunse l’eterna beatitudine. Passati 68 anni dalla
sua morte, cioè nel 1966, le sue reliquie furono trasportate
nella chiesa parrocchiale che egli stesso aveva costruito.
Tenendo presente la fama di santità che lo ha sempre circondato,
fu iniziata la causa per la beatificazione e canonizzazione. Il processo
diocesano fu iniziato nell’anno 1991, presso la curia vescovile
di Ischia. Il decreto circa il valore giuridico del processo fu emanato
dalla Congregazione dei Santi il 19 febbraio 1993. Essendo stata elaborata
la Positio (una ricerca a tappeto riguardante i luoghi, il tempo, la
vita, le opere, gli scritti del Morgera), il 1° febbraio del 1995
dalla Seduta dei Consultori storici fu esaminata questa Positio. Finalmente
il 22 marzo 2002 con esito positivo fu riunito il Peculiare Congresso
dei Consultori Teologi per esaminare le virtù del Servo di Dio
Giuseppe Morgera. Il 16 aprile dello stesso anno i Padri cardinali e
i vescovi, udita l’esposizione del Ponente l’eccellentissimo
Signor Pietro Giorgio Silvano Nesti, Arcivescovo emerito di Camerin
e S. Severina nel Piceno, riconobbero che il Canonico Giuseppe Morgera
aveva esercitato tutte le virtù eroiche.
Fatta infine un’accurata relazione al Sommo Pontefice Giovanni
Paolo Il dal sottoscritto Cardinale Prefetto, Sua Santità accogliendo
e ritenendo legittimi i desideri della Congregazione per le Cause dei
Santi, ordinò che fosse stilato il Decreto circa le virtù
eroiche del Servo di Dio.
Essendosi adempiute perfettamente queste modalità, chiamati a
sé in data odierna il sottoscritto Cardinale Prefetto nonché
il Ponente della Causa, e me Vescovo Segretario della Congregazione
ed altri da convocarsi in questa occasione. alla loro presenza, il Beatissimo
Padre dichiarò solennemente:
Per ciò che riguarda questa Causa e per gli effetti che ne conseguono,
è chiaro e dimostrato che il Servo di Dio Giuseppe Morgera, Parroco,
esercitò in grado eroico le Virtù teologali, la Fede la
Speranza e la Carità sia verso Dio che verso il prossimo, nonché
le Virtù Cardinali, la Prudenza, la Temperanza, la Giustizia
e la Fortezza e le altre virtù ad esse annesse.
Il
Sommo Pontefice ordinò infine che questo Decreto fosse pubblicato
e che fosse riportato negli Atti della Congregazione per le Cause dei
Santi.
Dato a Roma il 23 del mese di aprile nell’Anno del Signore 2002.
GIUSEPPE Card. SARAIVA MARTINS Prefetto L.S.
EDUARDO NOVAK
Arcivescovo titolare di Luni Segretario
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