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I
diari di viaggio di De La Recke, Stendhal, Lamartine, Haller,
Turpin de Crissé, Renan, Paul de Musset, De la Chavanne....
Viaggiatori
francesi alla scoperta di Ischia
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di Giovanni Castagna
Rends-moi
le Pausillipe et la mer d’Italie
Gérard de Nerval : El Desdichado
L’implorazione
di Gerard de Nerval, nelle Chimères del 1854, era già
sgorgata dal cuore di molti artisti, spingendoli nelle meravigliose
contrade del mezzogiorno.
Ma se in Nerval il paesaggio napoletano assume valore di simbolo,
per altri divenne e diventerà la patria d’amori
felici, della giovinezza e della poesia (per esempio, Lamartine)
e, sulle orme di tanti artisti, scrittori, poeti e pittori,
il Golfo di Napoli, per una schiera di viaggiatori, fu la meta
del costante desiderio, l’immaginario azzurro al quale
chiedere asilo.
In un periodo in cui l’Italia è più che
mai alla moda, il golfo di Napoli, le isole, materiate di bellezze
quasi inverosimili, acquistano nuovi fascini, diventano sempre
più il paese del cielo che dà le vertigini, delle
rovine che danno la nostalgia del passato, il paese delle antitesi
violente: trionfo di luce e di verde, orrore di paesaggi vulcanici.
Ed è là che il poeta, il paesaggista, il contemplatore,
il solitario vengono a raccogliere una messe di pura bellezza,
nuove sorgenti di emozioni e di esaltazioni.
Agli inizi dell’800, un viaggiatore, Haller, lamenta:
«Una folla di studiosi di antichità si è
applicata ad illustrare sempre più i monumenti di Ercolano,
di Pompei, di Paestum e di numerose altre città meno
note; tutti questi studiosi, però non parlano, se non
incidentalmente e in modo molto superficiale, di questi promontori
e di quelle isole famose che racchiudono tanti oggetti degni
di interesse. Non esiste alcuna descrizione un tantino completa
o redatta secondo il gusto e il bisogno d’una numerosa
categoria di lettori».
Parole che annunciano «la trasformazione del viaggiatore
del Grand Tour in turista moderno», che ha bisogno d’un
vademecum, non più di Virgilio.
Gli autori presenti in questa raccolta sono artisti e viaggiatori
francesi o che si esprimono in lingua francese, tranne il primo,
Elisa von der Recke, tedesca, ma la sua opera, tradotta in francese,
fu molto conosciuta in Francia, almeno da quelli che si preparavano
a partire per l’Italia e per Ischia. Si notano, infatti,
molti echi negli scritti di altri viaggiatori francesi e, a
volte, inserzioni complete di brani. Turpin de Crissé
la cita: «Un autore tedesco, che ha visitato l’Italia
e la descrive con un giusto entusiasmo, si è sentito
il diritto di rimproverare all’isola d’Ischia (che
tuttavia ama molto) d’essere assolutamente priva d’ogni
specie d’uccelli. Sono costretto ad essere d’un
avviso contrario a quello della Signora de la Recke, alla quale
riconosco, d’altronde, come a tutti i coscienziosi suoi
compatrioti, un’esattezza del tutto lodevole.» La
sua presenza, inoltre, si è imposta perché è
l’unico testo, almeno a nostra conoscenza, che permette
una visione chiara dell’Isola all’inizio del XIX
secolo.
La raccolta, comprendendo autori francesi che hanno visitato
Ischia nel corso dell’800, ci sembra quindi, necessario,
sia pure brevemente, accennare ai principali avvenimenti politici
e amministrativi succedutisi sull’Isola.
Nel marzo 1799 Ischia innalzò «l’albero della
libertà», ma, ai primi di aprile, truppe anglo-siciliane
al comando di Trowbridge, sbarcarono, per ordine di Nelson,
sull’isola per punire gli insorti. Cominciarono le feroci
repressioni ed alcuni ischitani finirono nelle prigioni di Sant’Elmo,
altri sul patibolo, altri in esilio.
Con il decreto di Schönbrunn (27-12-1805) Ferdinando IV,
che si era unito alla terza coalizione contro Napoleone ed era
stato sconfitto, venne dichiarato decaduto e il Regno di Napoli
fu affidato al fratello di Napoleone, Giuseppe (1806-1808) e
poi a Gioacchino Murat (1808-1815).
Nel febbraio del 1806, i Francesi occuparono l’isola e
vi installarono presìdi, ma la flotta anglo-siciliana,
partendo da Capri, «non tralasciava di tormentare»
l’isola, fino a quando Murat non scacciò gl’Inglesi
da Capri.
Nel 1809, nella notte tra il 21 e il 22 giugno, la flotta anglo-sciliana
raggiungeva Ischia, il 25 l’occupava, tranne il Castello,
e il 26 occupava Procida.
Questa «consolante notizia» fu inviata dal Minerva,
ancorato nella rada di Lacco, dal principe Leopoldo. Il tenente
generale Sir Johnn Stuart si oppose ad uno sbarco nel Napoletano
e dopo alcuni giorni la spedizione lasciò Ischia e Procida.
I Francesi iniziarono una politica di riforme: abolizione della
feudalità, riforma dell’anagrafe, dello stato civile
e del sistema tributario, riforme nella giustizia amministrativa
e giudiziaria ...
Nel 1815, Gioacchino Murat, sconfitto a Tolentino e costretto
ad abdicare, si rifugiò a Casamicciola (alla Sentinella)
da dove ripartì per tentare di riconquistare il regno.
Catturato a Pizzo Calabro, fu fatto fucilare dai Borboni.
Dopo il Congresso di Vienna, Ferdinando rientrò a Napoli
con il nome di Ferdinando I re delle Due Sicilie, essendo di
nuovo i due regni riuniti.
Ischia, con la legge organica amministrativa del 12 dicembre
1816, fu compresa nel territorio della provincia di Napoli e
venne aggregata al Distretto di Pozzuoli.
I comuni vennero gestiti, come durante il decennnio francese
e fino al 21 luglio del 1861, dai Decurioni e dal Sindaco, affiancati
dal 1° e 2° Eletto. Il Decurionato deteneva il fulcro
del potere: formulava le terne entro le quali l’Intendente
designava il Sindaco, il Cassiere, il Cancelliere, il Giudice
Conciliatore; nominava tutti i responsabili dei servizi relativi
alla vita del Comune.
Le riforme francesi avevano attribuito al Sindaco varie funzioni:
forza pubblica, polizia urbana e rurale, regolamento sanitario
con funzione di vigilanza. Alcune di queste funzioni furono
mantenute dai Borbone, anche se la legge organica del 1816 riduceva
il Sindaco a semplice funzionario.
Nella Diocesi, la cui sede era vacante dal 1799 (Vicario Capitolare
don Giosuè Mazzella), fu inviato monsignor Giuseppe Scotto
d’Amante di Procida. I moti del 1820 e 1821 ebbero degli
echi a Ischia. Nel 1823, il Castello, l’antica Città
d’Ischia, venne annesso, con decreto reale, al demanio.
Ischia, nella prima metà dell'800 è soggetta a
terribili flagelli: nel 1827 e nel 1828 come nel 1834 e nel
1841, terribili scosse di teremoto. Nel 1837, il colera decimò
la popolazione. Al colera si aggiunse la crittogama che, attaccando
i vigneti, arrecò danni enormi all'economia dell'isola,
la quale, nel 1855, divenne «squallido teatro di miseria
e di fame». Nel 1854, la trasformazione del lago d’Ischia
in porto, ad opera di Ferdinando II, porto che aprì all’isola
nuovi orizzonti.
Alcune delle descrizioni ricalcano il modello della mitica e
utopica terra, cara al filosofo George Berkeley, che venne ad
Ischia nel 1717. Un'area rurale, solare, fertile; «mito
utopico di un'utopica arcadia». Altri, come Alfonso Kannengieser
la definiscono «paradiso di verde e di silenzio».
Tutti decantano la presenza del silenzio, del primitivo in una
comunità felice e, come tutti i viaggiatori che nel loro
«grand tour» ricercano l'orrido e il selvaggio,
gli ischitani sono i «buoni selvaggi» vicini all'innocenza
della creazione. Per altri, come Stendhal, «selvaggi africani».
Un'isola alla Bessarione! Di tanto in tanto, fra le descrizioni
di questi viaggiatori, appaiono anche e con insistenza i mendicanti;
sono soprattutto le donne a parlarne (Elisa von der Recke),
più consapevoli forse che la miseria non è meno
sensibile sotto cieli di limpido azzurro.
Se Elisa von der Recke ci porta ai primi anni dell’800,
le lettere di Kannengieber e il diario d’un’Ignorante
chiudono il secolo e la raccolta: il primo, infatti, è
testimone della fine di alcune abitudini di vita, che l’Isola
non ritroverà mai più dopo il terremoto del 1883,
terremoto che in molti luoghi cancellò «tutte le
testimonianze dei valori dell’ambiente e perfino l’immagine
della ricca e vitale stratificazione dei luoghi»; mentre
le pagine del diario dell’Ignorante dell’aprile
del 1893, dieci anni dopo la catastrofe, quando tutti sono protesi
a riproporre Casamicciola, e, di riflesso, Ischia come stazione
di soggiorno, pubblicizzandone le sorgenti e gli stabilimenti
balneari, rendono conto di quel fervore di opere.
È chiaro, tuttavia, come è stato affermato, che
«questa letteratura odeporica è estremamente e,
talvolta, fastidiosamente, iterativa». Per fare un esempio,
l’aggettivazione di fronte ai paesaggi o determinati clichés
sulle abitudini, i costumi, riti e consuetudini, elogiati o
condannati, a seconda dell’appartenenza a questa o a quella
corrente filosofica o religiosa.
La devozione, per esempio, lascia entusiasti i cattolici, perché
«la foi catholique a encore de profondes racines dans
cette petite île du golfe de Naples» (Kannengieber);
mentre altri lamentano che gli isolani,« ces gens simples
et crédules n’osent pas révoquer en doute»
tutto ciò che un prete afferma». ( Elisa von der
Recke).
Quasi tutti ci dipingono il carattere degli Ischitani, la singolarità
del loro abbigliamento e, a volte, ci informano sulle risorse
e le diverse coltivazioni. Molti tracciano la storia dell’Isola
fin dall’antichità, sulla base dei dati archeologici
del tempo, senza, peraltro, mai citare alcuna fonte; parlano
della colonizzazione greca, di Pithecusa, d’Enaria e del
gigante Tifeo, seppellito sotto l’isola d’Ischia,
alcuni dicono sotto il castello. Con felice intuizione Elisa
von der Recke comprende che l’Epomeo non è un vulcano;
Haller enuncia l’ipotesi che gli Eubei sbarcarono prima
a Ischia e poi a Cuma. Ipotesi che gli scavi condotti da Giorgio
Buchner dal 1952 hanno confermato. Molti di quei reperti sono
ora esposti nel Museo Archeologico di Pithecusæ in Villa
Arbusto, la villa che tanti viaggiatori, presentati qui, hanno
spesso decantato.
Nei diari e nei ricordi della raccolta traspaiono alcuni degli
avvenimenti, cui abbiamo accennato, ed in essi possiamo cogliere
variazioni, a volte minime, dell’ambiente e dei costumi
isolani. Non poche volte, però, il quadro che ci disegnano
è piuttosto superficiale e convenzionale per scaturire
da ricordi, sensazioni e conoscenze personali. Sono, tuttavia,
anche importanti, perché ci aiutano a comprendere come
venivano recepite le descrizioni della nostra isola dai libri
di coloro che l’avevano conosciuta, abitata, studiata,
ammirata e, forse, amata.
L’unico rimpianto è che il popolo, il quale portava
nell’anima il sole d’una terra, da essi definita
«promessa», rimane spesso nell’ombra: il suo
cuore e i suoi canti trovano raramente eco nei loro scritti.
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