A
cura della ImagAenaria Edizioni Ischia, promotrice
di importanti iniziative culturali ed interessanti pubblicazioni
sulla storia e sui costumi locali e cui è stato attribuito
recentemente il Premio Ischia della cultura, organizzato dal
quotidiano Il Golfo, è stata edita l'opera di Giuseppe
Silvestri: La tonnara di Lacco Ameno e altri mestieri di
pesca nell'isola d'Ischia, con la prefazione di Raffaele
Castagna.
Il libro scaturisce, tra l'altro, dalla diretta conoscenza del
mare e dei suoi anfratti, delle secche, degli scogli, dei fondali,
della fauna ittica che l'autore ha fatto fin da ragazzo, quando,
con una "piccolissima barca, la Maria", amava
mettersi da solo in mare per andare a pescare o semplicemente
per svago, e per stabilire una mutua corrispondenza col mare
e i suoi arcani, fascinosi misteri. Silvestri ha avuto molta
familiarità con alcuni pescatori della tonnara oggi quasi
tutti scomparsi, "persone molto dignitose, dal garbo e
dall'educazione eccezionali", è stato a sentire
con attenzione e solerzia le loro vicende sul mare, ne ha carpito
i segreti nel modo di svolgere la loro faticosa attività
e di uscire fuori indenni da molte situazioni di pericolo che
il mestiere di pescatore inevitabilmente comporta.
In segno di riconoscenza non mancano i nomi degli informatori
che gli hanno fornito preziose notizie sulla pescagione e sulla
realtà economica e sociale del comune di Lacco Ameno
nel passato.
Il professore, dopo aver descritto il mare intorno all'isola
d'Ischia, la relativa fauna ittica e gli scogli emergenti dai
nomi suggestivi, rievocanti miti e leggende di un'età
primeva, paragonati da Giovan Giuseppe Cervera a satelliti,
belli come corpi celesti che ruotano intorno a un pianeta, di
cui va fiera questa "capricciosa ninfa tirrenica",
si sofferma a descrivere le attività delle tonnare dalla
loro origine legata ai Privilegi Aragonesi sino alla
loro fine nel 1960, attribuibile a diverse cause: il pescato
scarso, i costi aumentati, altri sofisticati sistemi di pesca
tecnologicamente avanzati, ma soprattutto lo sviluppo della
nautica da diporto e il turismo.
Sono stati consultati documenti del passato, studiato le delibere
relative ai diversi regolamenti d'onere e alle modalità
dell'estaglio, cioè di un contratto simile al cottimo
che regolava i rapporti, spesso divergenti e conflittuali, tra
l'affittuario e il comune di pertinenza.
Un prezioso glossario spiega il significato di termini dialettali
relativi al mondo della pesca.
Per comprendere la vita del mare e della tonnara in particolare
naturalmente occorre tenere presenti anche gli aspetti politico-amministrativi
della nostra isola che sono stati debitamente illustrati, in
particolare dal 1700, periodo in cui furono impiantate le prime
tonnare e quando l'isola era suddivisa in tre università:
Ischia, Forio, e quella "del terzo" comprendente gli
altri comuni e relative frazioni. Diverse e alterne vicende
portarono poi alla costituzione dei sei comuni autonomi di oggi.
La tonnara di Lacco Ameno, in particolare, è stata attiva
per ben 216 anni dal 1745 1960. Nel libro corredato da fotografie
d'epoca, da disegni e da pregevoli riproduzioni di dipinti del
secolo scorso, sono anche descritti vari tipi di reti, da quella
detta tremaglio a quella a sacco nella cui frattura si rivelano
l'ingegnosità e il talento di alcuni pescatori, qualità
emerse anche in altre occasioni come ad esempio quando l'ischitano
Francesco Lauro realizzò per la prima volta la lampara
nel 1860 e il lacchese Raffaele Monti utilizzò il filo
di ferro nella costruzione delle nasse per catturare i dentici
che prima invece sfondavano facilmente la nassa di vimini per
mangiare le salpe usate come esca.
Appunto la tonnara di Lacco Ameno è il vero fulcro dell'interesse
conoscitivo di Silvestri, certamente non famosa come quella
di Favignana o di tante altre disposte lungo le coste della
Sardegna, della Sicilia e della Calabria, dal Tirreno allo Jonio.
Queste tonnare sono quasi tutte scomparse per i motivi suddetti
e per la presenza di vere proprie navi-laboratorio che costituiscono
un'autentica minaccia della specie e nel contempo hanno distrutto
una tradizione secolare dai profondi significati culturali e
antropologici, in un'ottica di sana competitività tra
l'uomo e la natura, di rispetto per l'ambiente e di affermazione
delle doti di coraggio, di inventiva e di attrazione innata
per situazioni difficili e imprevedibili.
Di questo "spirto guerriero" sono testimoni pescatori
arditi, persino burloni e dissacratori, capaci di sgretolare
con una formula magica e preghiere irridenti una minacciosa
tromba d'aria (cole 'e zefere), facendo sberleffi a
Lucifero e alla sua potenza malefica e distruttiva, disposti
a fare amicizia con un delfino, Scella Mozza, che indicava
la presenza di notevoli banchi di "castaurielli" e
si rivelava un attivo collaboratore.
Le tonnare, vere e proprie trappole a forma di parallelepipedo,
costituite da tre o più camere (il ranno, il bastardo
e la camera dalla morte) approntate per catturare i tonnni durante
le migrazioni che tali pesci compiono nel periodo della riproduzione,
indubbiamente esercitano un fascino sinistro ed inquietante.
Quando alle segnalazioni dei tonnarotti di un sufficiente addensamento
di tonni, il rais ordina la mattanza, mollando la grande porta
della camera dalla morte e al grido "Leva!", i tonni
vengono sospinti in superficie nel quadrilatero chiuso del "Caparaise",
il cui equipaggio li arpiona e li trae ad uno ad uno a bordo,
non può lasciare indifferenti quello spettacolo cruento
e di morte nel momento in cui i pesci stretti in poco spazio
si dibattono, si feriscono l'uno contro l'altro dimenandosi,
e il sangue spruzza a fiotti finché vengono finiti a
colpi di arpione o abbandonati agonizzanti.
Appunto uno spettacolo impressionante cui volsero la loro attenzione
anche alcuni illustri ospiti della nostra isola, come Conrad
Haller, meglio noto come l'Ultramontain, Chevalley de Rivaz
che si soffermò sulle due tonnare di Lacco e di Ischia.
Paul Buchner riferisce in Gast auf Ischia un'interessante
nota sulla tonnara di San Pietro a Ischia e, parlando di Citara,
sovvertendo completamente opinioni comunemente accreditate,
afferma che il nome di Citara non deriva da Cetara, uno dei
principali luoghi di culto di Afrodite, ma dal termine "to
ketos" che significa appunto "grosso tonno e
balena", a ulteriore conferma che la pesca del tonno costituiva
un'attività fondamentale, accanto all'agricoltura, dell'economia
ischitana, prima dell'avvento del turismo, che certamente ha
portato benessere e progresso materiale, ma ha spento la realtà
di un'epoca certo dura e difficile, sicuramente non semplice
e idilliaca, ma più rispondente alle schiette esigenze
spirituali dell'uomo.