L’isola d’Ischia, che
accoglie Edgar Kupfer-Koberwitz tra il 1939 e il 1940, è un
variegato microcosmo che riflette una realtà incontaminata
e rousseauniamente pura e primigenia, è ancora quell’ambiente
che aveva attirato tanti artisti, scrittori, poeti che considerarono
l’isola come un’utopica Arcadia o un Eden di benessere.
Ma soprattutto una caratteristica distingue Kupfer da molti altri
viaggiatori stranieri: la curiosità di conoscere la mentalità
degli ischitani e il rispetto genuino per i loro usi e costumi, senza
ergersi a censore dei comportamenti altrui.
L’autore non si è chiuso in una torre d’avorio,
ma è andato alla ricerca del contatto con pescatori, contadini,
artisti geniali e squattrinati, soprattutto con vetturini, dai quali
si fa trasportare nei luoghi più reconditi e suggestivi, sempre
ponendo domande per soddisfare la sua sete di conoscere non solo gli
aspetti paesaggistici, ma soprattutto le vicende umane, a volte commoventi,
a volte briose e divertenti, della povera gente, dalla quale viene
ripagato con sinceri sentimenti di stima. Raccogliendo in forma romanzesca
le testimonianze degli isolani sinceri e ospitali sulla storia, sulle
leggende, sulle tradizioni in un caleidoscopio di immagini e di avvenimenti,
lo scrittore offre una narrazione non convenzionale, ma rispettosa
della vera identità dell’isola e fonte di preziose informazioni
e di ragguagli etnici e culturali.
Edgar Kupfer-Koberwitz nasce nel 1906 nei pressi di Breslavia. Nella
prefazione dei suoi Diari di Dachau. Appunti del prigioniero 24814,
Barbara Distel così descrive alcune vicende della vita di Edgar:
«Nel 1937 Edgar Kupfer, per incarico di un’agenzia tedesca,
si trasferì da Parigi sull’isola d’Ischia, allora
ancora sconosciuta. Voleva, grazie allo sviluppo del movimento turistico,
migliorare la situazione della povera popolazione dell’isola.
E s’innamorò perdutamente del Meridione assolato, del
paesaggio fiorente e della gente così cordiale. In un libro
scritto nel 1940, ma pubblicato solo nel 1948, “L’isola
dimenticata” che lui chiamò anche “Libro sull’isola
vulcanica”, descrisse un mondo nel frattempo scomparso, pieno
di miti e di abitudini di vita arcaiche, che lo entusiasmavano e in
cui si sentiva protetto.
Il 1° settembre 1940 lo raggiunse però il lungo braccio
del potere nazionalsocialista e la sua vita idillica sull’isola
fu interrotta bruscamente. Motivo della sua espulsione dall’Italia
fu un accordo tra la polizia italiana e tedesca esistente già
dal 1936, contenente una clausola introdotta in seguito su suggerimento
di Heinrich Himmler che recitava: “In caso di fondato sospetto
la polizia tedesca e quella italiana si consegnano vicendevolmente
i criminali politici senza ricorrere a trattative diplomatiche, purché
a questo atto non si opponga un interesse di stato”.
Fino all’inizio della guerra comunque si erano verificate pochissime
possibilità per espellere avversari politici del sistema nazionalsocialista
e fascista.
L’ampia cronaca dettagliata del suo calvario Edgar Kupfer la
iniziò con la descrizione di uno splendido giorno del settembre
del 1940, in cui le guardie comunali dell’isola d’Ischia
gli consegnarono il telegramma con l’ingiunzione di presentarsi
presso la questura di Napoli. Presumibilmente ci fu una delazione.
“Lei si è espresso in maniera sprezzante contro il regime
italiano e quello tedesco” gli venne così notificata
al consolato tedesco a Napoli la sua espulsione. Non se n’è
saputo mai niente di più. Gli abitanti dell’isola gli
erano tutti affezionati ed egli non riusciva a capire quali esternazioni
avventate avesse fatto ai pochi conterranei che dopo l’inizio
della guerra venivano ancora sull’isola e che poi le avevano
comunicate alle autorità tedesche. Poliziotti italiani lo scortarono
sino a Bolzano e di là fu trasportato dalla Gestapo nella prigione
di Innsbruck, dove trascorse alcune settimane e fu più volte
interrogato dagli sgherri della Gestapo. Su fogli tagliuzzati a strisce
raccolse nella sua cella le sue prime esperienze con la vita dei reclusi.
Come innumerevoli prigionieri del regime, arbitrariamente arrestati,
sperava sempre che il caso si sarebbe risolto in poco tempo e che
sarebbe stato liberato. Poiché a lui, come a tanti che improvvisamente
erano stati dichiarati nemici dello Stato, non era concepibile la
completa abrogazione delle istituzioni e delle strutture legali.
L’11 novembre 1940 dovette salire sul treno in direzione Dachau
per scomparire quattro anni e mezzo dietro le mura e il filo spinato.
Due anni dopo la reclusione nel campo di concentramento, da novembre
1942 ebbe l’occasione di iniziare le sue annotazioni. In circa
1300 pagine descrisse in modo dettagliato e con meticolosa precisione
il corso della sua vita da recluso durante il primo anno della sua
prigionia fino a novembre 1941. Tra novembre del 1942 sino alla liberazione
del Lager il 29 aprile 1945 tenne con sé inoltre un diario
segreto composto da più di 560 pagine, in cui egli, accanto
agli avvenimenti nel campo di concentramento offre ampio spazio alle
notizie e alle voci sul corso della guerra che lo coinvolse».
Perché “isola dimenticata”? Ecco quanto scrive
l’autore nell’ultimo capitolo:
«Quando questo libro fu scritto, Ischia iniziava gradualmente
a diventare nota. Dalla fine del secolo scorso era rimasta immersa
in una sorta di letargo, tanto che ancora prima della seconda guerra
mondiale persino la maggior parte degli italiani non sapeva niente
dell’isola, che dopo il terremoto di Casamicciola era lentamente
precipitata nell’oblio. Se in Italia settentrionale, a Firenze
o a Venezia, si menzionava il nome “Ischia”, si andava
incontro a sguardi attoniti, anzi persino a Roma la maggior parte
delle persone non domandava “dove” fosse, ma “che
cosa” fosse.
A tal punto l’isola era sconosciuta, mentre la sua sorella vicina
Capri da tempo brillava di fama mondiale.
Il nome Ischia veramente era familiare soltanto ai Napoletani. La
consistente nobiltà decaduta di Napoli se ne giovava nei mesi
estivi come località di villeggiatura, dal momento che l’isola
sconosciuta era incredibilmente conveniente, mentre Capri era proibitiva
per quei nobili caduti in miseria.
Il merito di aver reso Ischia accessibile ad un più ampio strato
di viaggiatori, di averla “scoperta” per il traffico vacanziero,
spetta a una compagnia turistica tedesca di Stoccarda, che per la
prima volta aprì l’isola ai suoi clienti. Entusiasti
e diffondendo la fama d’Ischia, i primi viaggiatori ritornarono
dall’isola. Fu così destato l’interesse per Ischia:
altre agenzie di viaggi portarono gruppi sull’isola; apparvero
viaggiatori solitari e iniziarono a venire anche italiani che prima
erano andati solo a Capri.
La guerra interruppe tutto questo, ma l’isola riscoperta era
sotto una buona stella; superò bene la guerra. In seguito giunsero
a Ischia soldati bisognosi di riposo, poi gente danarosa dall’Italia
settentrionale che fuggivano dal caos del periodo postbellico, portavano
capitali sull’isola e li investivano in parte in acquisti di
case o di terreni.
Anche Donna Rachele, la mai odiata vedova di Mussolini, trovò
sull’isola un rifugio nel comune di Forio.
Da allora in poi “l’isola dimenticata” è
diventata “l’isola che mai più si dimentica”;
ogni anno visitata da migliaia e migliaia di entusiasti turisti.
Il numero degli alberghi è incredibilmente aumentato da allora
(o da un giorno all’altro) e i posti di svago sono spuntati
dal suolo come funghi.
Ischia si è fatto un nome europeo.
Perché allora ancora oggi Ischia “l’isola dimenticata”?
La vita qui non è molto diversa dal tempo in cui questo libro
fu scritto; i nuovi alberghi in fondo non hanno cambiato niente, la
bellezza dell’isola e il carattere dei suoi abitanti sono rimasti
i medesimi: Ischia, oasi nel grigiore della vita quotidiana, isola
della dimenticanza».