| Bruno
J. R. Nicolaus
La cultura dell'inganno
Parte I Guazzo della civiltà
mediterranea (in La Rassegna d’Ischia, suppl. al n. 7/dicembre
1996). Non sono riportate note e figure
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Prefazione
«...
Noi vediamo con gli occhi dei Greci e parliamo con le loro espressioni...»:
queste parole del massimo conoscitore della civiltà greca riassumono
quello che è stato nel volger degli ultimi millenni il maggior
compito storico al mondo: trasformare la propria civiltà provinciale
in una civiltà planetaria, nella quale l’Oriente e l’Occidente
si sarebbero incontrati e fusi, assicurando la continuità dell’evoluzione
culturale del pianeta.
Con il travagliato sbocco delle città mediorientali al Mare Nostrum,
ebbe inizio la “civiltà mediterranea”. Brillantemente
sviluppata dai greci in tutti i rami dello scibile, essa venne raccolta
da Roma, cui spettò la missione storica unica ed irripetibile di
amalgamarla con le civiltà ereditate dagli altri ceppi del bacino
mediterraneo.
La strada per questo vitale trasferimento di cultura passa attraverso
la Magna Grecia. Quindi attraverso Pithecusa, con Cuma prima colonia greca
sulla penisola. Varie tracce di questo travagliato cammino riaffiorano
faticosamente nei vari scavi e reperti venuti recentemente alla luce sull’isola
d’Ischia.
Sento perciò la presenza di un filo vago ma forte, logico oltre
che sentimentale che ci lega ed avvince a Pithecusa, l’Isola verde.
Un legame insostenibile con il passato aleggia in quest’aria, pervade
l’isola in tutti i suoi aspetti d’incanto, dal turbinio dei
colori alle fragranze di frutti e fiori, al dolce brusio della risacca.
Vicinissima senti la presenza di Ulisse padre di tutti i navigatori, di
Circe e Siduri donatrici d’oblio...
È per questo legame ideale con le origini della nostra cultura
che sono molto grato a Raffaele Castagna per la sua disponibilità
ad ospitare questo mio saggio nella sua Rassegna d’Ischia e per
il suo prezioso aiuto nel reperimento e nella scelta di varie figure.
INTRODUZIONE
“...
come potrebbe la successione dei tempi non
diffondere incertezza e oscurità sulla storia, se
nei fatti recenti e che si sono svolti quasi sotto i
nostri occhi, il falso si sostituisce al vero? ...” (Plutarco)
L’inganno e l’ingegno hanno matrice comune. Ciò si
manifesta concretamente nel fatto che l’inganno è frutto
dell’ingegno, frutto tra i più prelibati.
Quanto più raffinato sarà l’ingegno, tanto più
sofisticato il suo frutto. Ingannare significa indurre in errore, trarre
in errore con malizie abusando della buona fede, frodare, truffare, imbrogliare,
tradire, mancare alla parola data, ma anche sbagliarsi. Guicciardini soleva
dire che l’apparenza inganna: «... guardate quanto gli uomini
ingannano loro medesimi». L’arte dell’insidia, l’astuzia
fraudolenta che serve ad ingannare ed a sopravvivere, viene riconosciuta
nella tradizione popolare come un’arte, quasi una virtù.
Così dice un vecchio proverbio toscano: «Con arte e con inganno
si vive mezzo l’anno, con l’inganno e con l’arte si
vive l’altro».
Sotto la pressione dell’ingegno, le abitudini dell’uomo sono
rapidamente mutate nel corso degli ultimi secoli. Recenti tecnologie hanno
sconvolto il mondo presente: la carta, la macchina a stampa, il vapore,
l’elettricità, l’energia nucleare, le strade ferrate,
l’automobile, l’aviazione, la tecnica del freddo per la conservazione
delle derrate, la radio, la televisione, l’informatica, l’ingegneria
genetica, ne rappresentano solo alcuni esempi. La scoperta del nuovo mondo
e di altre terre lontane ha contribuito a mutare le abitudini alimentari
dell’uomo moderno in maniera radicale (*); una vera rivoluzione,
seppure la trama inganno-ingegno accompagni lo sviluppo delle culture
da tempi remoti e sia rimasta pressoché immutata. L’ingegno
ha dimostrato di essere la carta vincente dell’uomo rispetto alle
altre creature, l’inganno la sua arma più raffinata. La trama
inganno-ingegno si snoda come un filo indissolubile dalle civiltà
più antiche a quella moderna, a volte palese, più spesso
maliziosamente nascosta tra i ripieghi della storia.
Basta ricercarne le tracce, sollevare cautamente i veli che la celano,
perché essa compaia sottile, vagamente trasparente come bruma al
sole, affascinante nella sua perfezione, quasi dono degli dei.
Noi mortali abbiamo ascendenti divini e siamo frutto dell’amore;
quest’ultimo è anch’esso frutto dell’inganno.
« ... Quando nacque Afrodite, gli dei tennero banchetto, e fra gli
altri c’era Poros (espediente), figlio di Metis (perspicacia). Dopo
che ebbero tenuto banchetto venne Penia (povertà) a mendicare,
perché c’era stata una grande festa, e se ne stava vicino
alla porta. Successe che Poros, ubriaco di nettare, dato che il vino non
c’era ancora, entrato nel giardino di Zeus, appesantito com’era,
fu colto dal sonno. Penia, allora, per la mancanza di tutto ciò
che ha Poros, escogitando di avere un figlio da Poros, giacque con lui
e concepì Eros. Per questo Eros divenne seguace e ministro di Afrodite,
perché fu generato durante le feste natalizie di lei; a un tempo
è per natura amante di bellezza, perché anche Afrodite è
bella ...; in quanto Eros è figlio di Penia e di Poros, gli è
toccato un destino di questo tipo. Prima di tutto è povero sempre,
ed è tutt’altro che bello e delicato, come ritengono i più.
Invece, è duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre
per terra senza coperte, e dorme all’aperto davanti alle porte o
in mezzo alla strada, e, perché ha la natura della madre, è
sempre accompagnato con povertà. Per ciò che riceve dal
padre, invece, egli è insediatore dei belli e dei buoni, è
coraggioso, audace, impetuoso, straordinario cacciatore, intento sempre
a tramare intrighi, appassionato di saggezza, pieno di risorse, ricercatore
di sapienza per tutta la vita, straordinario incantatore, preparatore
di filtri, sofista. E per sua natura non è né mortale né
immortale, ma, in uno stesso giorno talora fiorisce e vive, quando riesce
nei suoi espedienti, talora, invece, muore, ma poi torna in vita, a causa
della natura del padre. E ciò che si procura gli sfugge sempre
di mano, sicché Eros non è mai né povero di risorse,
né ricco» (Platone).
Le trame dell’inganno-ingegno si snodano per il pianeta seguendo
le tracce dell’uomo. Da sempre egli è stato in movimento,
errabondo da un estremo all’altro del globo, per terra e per mare:
la natura ci ha creato vagabondi.
Le tracce lasciate dal nostro ingegno restano scolpite a tratti indelebili
nella campagna, nella foresta, su per i monti, nelle tante città
e villaggi; a volte sommerse sotto i mari o seppellite sotto la sabbia
dei deserti. Spesso, si son quasi perse le tracce sotto l’usura
del tempo e dell’oblio, eppure a volte riemergono alla luce, richiamate
da mano attenta ed accorta. Queste tracce sono infinite; basta seguire
le strade tracciate dalla superbia dell’uomo. Esse, nate per sete
di dominio, congiungevano i centri di varie culture con una fittissima
rete di vie di comunicazione, di rapporti commerciali, militari, politici,
di inganni. Strade di tutti i tipi attraverso tante contrade: la grande
strada del sole che univa, nell’impero degli Incas, l’Equador
al Cile su per le Ande per migliaia di chilometri; la via Salaria, la
strada del sale, la più antica via romana che portava da Roma ad
Ostia per procurarsi il sale; le 58.000 miglia del sistema di strade romane
dalla Britannia all’Eufrate, dalle Germanie al Nord Africa, dalle
Colonne di Pompeo a quelle d’Ercole; le strade persiane in mattoni
di creta con ampi scalini fin nell’interno dell’India; le
tante piste africane attraverso il deserto; quella gigantesca del faraone
Cheope per trasportare i blocchi di albarese necessari alla costruzione
delle piramidi; quelle greche che
conducevano fino all’interno di Sparta od a Creta al palazzo di
Cnosso; la via della seta dall’Europa alla Mongolia e tante altre.
Strade escogitate e tracciate dall’uomo: alcune già vecchie
di vari millenni, tutte pagate a prezzo di sangue; tutte sofferte.
A volte si riconoscono le orme di vecchi viandanti, soldati appiedati,
cavalieri, carovane, carri ed aurighe sul fondo di pietra consunto. Si
respira l’energia di vite umane scomparse, di passati commerci,
amori, battaglie. A volte in certe contrade, nella quiete della sera che
cala veloce, potrai udire l’ansimar dell’umanità in
movimento, l’affanno di queste creature condannate ad errar senza
fine come formiche, una fila di anime in pena. Procedono a tentoni, come
abbagliate ed attratte da un grande miraggio, sospinte da mano più
forte: non oppongono resistenza.
Da millenni, da sempre la fila si muove, stancamente procede, a volte
tentenna, sembra che acceleri, si ricompone, rallenta.
Da Nord a Sud, da Occidente ad Oriente, un dedalo di strade e destini.
Laddove una finisce, un’altra comincia, non s’arrestan più
davanti all’infinito dei mari e dei cieli o alle barriere montane:
innumerevoli i trafori, le rotte dei mari e dei cieli. Le scie spumeggianti
sull’acqua, quelle evanescenti nell’azzurro dell’aria,
non lasciano traccia.
Svaniscono in fretta come son nate, come anime umane. Lungo queste strade,
da sempre si snoda l’umana commedia, fatta di ingegno dipinta d’inganno.
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