| Quadretti
del tempo passato / di Bruno J. R. Nicolaus
Bettina:
l'arte del cogliere l'attimo, la magia dell'arrestare il tempo
(in La Rassegna d’Ischia,
n. 6 1999). Non sono riportate le note e le figure
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PREFAZIONE
“Viandante, son le tue orme
la via, e nulla più;
viandante, non c’è via,
la via si fa con l’andare.
Con l’andare si fa la via
e nel voltare indietro la vista
si vede il sentiero che mai
si tornerà a calcare.
Viandante, non c’è via
ma scie nel mare” (Antonio
Machado)
Dedicato
a Bettina , celebre fotografa ritrattista recentemente scomparsa a Zurigo
sua patria adottiva, questo scritto non vuol essere un’analisi critica
delle sue opere né tantomeno la sua biografia.
E’ una raccolta, un guazzo direbbe un pittore, di riflessioni ed
immagini di cose che le sono state vicine e le erano care.
In primissima istanza, si trova tra queste l’isola verde: Ischia,
paese d’incanto carezzato dal mare e baciato dal sole, dalla quale
Bettina restò irrimediabilmente stregata, dal primo incontro fino
alla fine (Fig. 1).
Bettina apprese la tecnica del maneggiar l’obiettivo nella sua prima
gioventù.
Questa passione giovanile iniziata quasi per gioco maturò rapidamente
in libera professione e durante questa, ella sviluppò particolar
predilezione per il ritratto in bianco e nero. L’arte del cogliere
l’attimo raggiunse nelle sue mani tale sensibilità, da poterla
definire magia, la magia dell’arrestare il tempo.
Bettina conobbe Ischia alla fine degli anni trenta, quando l’isola,
non ancora contaminata dal turismo di massa, era fatta da pescatori e
contadini, che si riconoscevan a prima vista: gli uni camminavano scalzi,
gli altri in ciabatte.
Nella sua raccolta di foto d’epoca, Bettina ci regala, grazie al
suo magico obiettivo, dolci quadretti di tempi lontani .
L’ARTE DEL COGLIERE L’ATTIMO
Sospinto dagli eventi, rapido scorre il tempo inarrestabile: tempo e vita
son attimi fuggenti che perdon dignità svanendo nel nulla. Essi
son risucchiati nel vortice di un divenire affannoso senza ritorno: “con
l’andare si fa la via” dice il poeta (Fig. 2).
La vita è come un mosaico cangiante; è una cascata di eventi
impetuosi come un torrente. Sappiamo che mai si ripeteranno tal quale,
che mai riusciremo a fermarli se non col pensiero.
Fissar nella memoria i singoli eventi è come fermare il tempo e
beffare la morte. Frazionare, spezzettare la vita in parti ed immagini,
per ricostruirla dappoi con fantasia, è una vittoria della mente
sul tempo.
In questo complesso processo, d’incomparabile aiuto può esser
la fotografia, la più poverella fra tutte le arti. Mentre il dipinto
inequivocabilmente risente della mano del pittore, la fotografia genera
capolavori di ineguagliabile immediatezza la quale può venire sfumata,
volendo, con tanti registri (Fig. 3). Nessun’altra tecnica grafica
potrà mai carpire ed esprimere, come la fotografia, la potenza
drammatica di un corpo in movimento, sotto sforzo o a riposo; di un corpo
sofferente straziato o colmo di gioia e passione; le tante sfumature di
un sorriso; le espressioni grevi di odio o di amore di un occhio o di
un viso; le emozioni create dal chiaroscuro nei suoi molteplici plastici
effetti.
La massima espressione di quest’arte si troverà nel ritratto,
dove immediatezza e naturalezza si sposano alle infinite possibilità
di astrazione ed interpretazione dell’animo umano (Fig. 4).
L’immediatezza verrà quindi filtrata tramite la personalità
e la sensibilità dell’artista e da questa burrasca tra stati
d’animo contrapposti, emergerà il ritratto di un personaggio
nuovo del tutto. I risultati più felici, sortiranno dall’armonioso
equilibrio tra interpretazione ed immediatezza, tra soggettività
ed oggettività. Spesso capita che foto anche bellissime, foto di
paesaggi, di persone, di oggetti, tecnicamente perfette non ci dicano
nulla: siano mute, morte.
Il fotografo vero sa come trasfondere un po’ dell’anima propria
nel soggetto, sa come regalargli la voce: ci son foto di nature morte
che parlano, gridano, creano forti emozioni; foto di volti struggenti
che ci commuovono profondamente. Ci son foto, che viste una volta, ricorderemo
per tutta la vita: la fotografia è comunicazione, comunicazione
tra anime vive (Fig. 5). Vi son popoli che rifuggono dal venir fotografati:
essi temono che parte della propria anima potrebbe andar via con la foto
e sarebbe per loro irrimediabilmente perduta. Per essi, anima quindi anche
immanente; anima che si sente palpitar sotto le dita, accarezzando gli
oggetti da essa pervasi. Da qui nasce la credenza sul potere taumaturgico
di foto e reliquie. Da qui traggono origine molte superstizioni, l’adorazione
e manipolazione di foto e ritratti di persone odiate ed amate e tante
pratiche magiche.
Fotografare significa comunicare e la foto ne rappresenta il messaggio.
Fotografare significa, identificato il soggetto, analizzarlo, elaborarlo
e trasformarlo nel messaggio finale: la foto. Comunicare significa anche
immaginare chi recepirà il messaggio ed inviarlo implica l’attesa
di una reazione, anche solo emotiva: di gradimento, di riconoscimento,
di critica, di accettazione, semmai di rifiuto (Fig. 6) comunque una risposta.
Il messaggio più infelice sarà quello che non scatena alcuna
reazione, quello che cade nel vuoto.
Scegliere un soggetto tra i tanti presuppone l’esistenza di una
idea, di un archetipo, nella mente del fotografo. Questa idea dalla valenza
puramente estetica verrà poi spesso influenzata dalle convinzioni
socio - politiche dell’artista, dalla sua eventuale militanza in
ordini, movimenti, partiti; dal suo stato di salute e benessere; dai suoi
rapporti professionali.
“L’asetticità” del messaggio, dell’ opera
d’arte, è un evento del tutto improbabile e fors’anche
poco desiderabile. La selezione del destinatario non potrà che
influenzare la realizzazione artistica, al fine di renderla accetta e
più commerciabile. D’altronde, è ovvio che lo scrittore,
quando si accinge ad ideare un romanzo, si ponga il quesito per quale
editore, per quale lettore afferrare la penna: per i giovani, gli anziani,
gli adulti; per l’uomo, la donna, ambedue i sessi; per quale razza
ed etnia, per quale rango sociale o colore politico. Lo scrittore di successo
forgerà le sue opere secondo questi criteri; la natura delle sue
opere verrà in qualche maniera determinata dalle leggi del mercato.
Anche altri artisti (pittori, scultori, grafici, sceneggiatori, fotografi)
dovranno tener conto dei desideri di editori, galleristi, commercianti
e piazzisti.
In effetti, molto prima della civiltà dei consumi, l’arte
venne a compromessi con la morale corrente e gli artisti scesero a patti
con mecenati principi e papi.
Possiamo forse asserire che Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Velasquez
non fossero in qualche maniera asserviti e condizionati nella scelta ed
interpretazione dei loro soggetti? E cosa si dovrebbe dire delle stupende
sculture dell’era imperiale romana e dell’Atene di Pericle,
protese ad osannare false divinità, tiranni consoli e generali
prepotenti, filosofi e sapienti alla moda? Andando indietro coi tempi,
la musica non cambia: già presso gli antichi Egizi, l’arte
era asservita alla glorificazione dei faraoni, raggiungendo con la costruzione
di sfingi e piramidi, l’apogeo dell’umana follia di quei tempi
lontani.
Possiamo andare ancora più indietro, sfiorando altre culture lontane,
quella dei Sumeri, Assiri, Babilonesi, Indù e Cinesi. Il quadro
non muta, la conclusione nemmeno: da sempre l’arte fu sfruttata
come strumento e l’artista asservito.
E cosa dire dei graffiti rupestri, dei programmi ed ideogrammi che a centinaia
di migliaia tappezzan, ovunque nel mondo, le pareti delle caverne, dimora
dei nostri antenati: essi furon creati ben prima delle nostre culture.
I graffiti sono stati il primo tentativo di comunicazione, frutto di artisti
non ancora contaminati, per integrare un linguaggio carente. Ogni epoca
ha la sua arte che diviene lo specchio del tempo, l’istantanea di
un passato.
L’anima dell’artista resta incisa nell’opera d’arte.
Si ritrova nascosta dietro le righe, dietro spazi, giochi di masse, colori.
Pronta a rivelarsi a chi ne scopra la chiave nascosta (Fig. 7).
I graffiti su erti pendii rocciosi e rupi scoscese descrivon l’affanno
di un uomo in fuga perenne da fiere più forti e più svelte.
Questi disegni all’aperto testimoniano anche i primi sguardi verso
il sole, la luna, il firmamento; il primo anelito d’eternità.
I pittogrammi sulle pareti di fumose caverne raccontano interminabili
partite di caccia durate millenni monotonamente: sempre le stesse fiere,
lo stesso esordio e simile fine.
Il destino dell’uomo preistorico, le sue angosce, le prime meditazioni
su vita e morte, sono scolpite, dipinte sulla roccia con pochi tratti
a volte decisi, a volte insicuri, disegnati da mani inesperte.
Graffiti e pittogrammi, segno di un’arte incipiente, sono espressioni
ossessive di una vita tutta caccia fiere e caverne: espressione liberatoria
di una vita solo paura dolore e sofferenza.
Sicuramente, essi furon anche strumento di culto nelle prime tribù,
al fine di rabbonire il fato ed ingraziarsi gli dei: opere d’arte
quindi con un fine preciso.
La strumentalizzazione dell’arte alle necessità contingenti
esiste da quando esiste l’uomo: comunque già prima del consumismo
moderno, a gran voce accusato di corrompere l’etica. L’uomo
sottomise l’arte ai propri bisogni, non appena ne riconobbe le ineguagliabili
possibilità di espressione e comunicazione. L’annosa diatriba
su arte spontanea ed arte asservita si basa in effetti su di una visione
falsata di un’ uomo – artista, che esiste solo nell’immaginario
collettivo. L’uomo primordiale era assillato, forse più ancora
di quello moderno, da un impellente problema di sopravvivenza: in questa
lotta senza quartiere, egli non potè che aggrapparsi alle doti
insperate, che la natura gli aveva posto nel grembo.
La capacità di comunicare tramite immagini prima, la parola e la
scrittura dappoi, fu il dono più grande, quello che decise fin
dagli inizi il ruolo dell’uomo su tutto il pianeta.
Nel mondo, le nostre tracce sono caduche. Eppure alcune restan scolpite
in tante città e villaggi, su per i monti nella campagna nella
foresta, a volte scolpite sulle rocce, a volte seppellite sotto la sabbia,
a volte sommerse sotto ai mari. Spesso, le tracce si perdon sotto l’usura
del tempo, a volte riemergono improvvise alla luce. A volte riaffiorano,
si riconoscono le orme di vecchi viandanti, soldati appiedati, cavalieri,
carovane, carri ed aurighe, sul fondo di pietra consunto.
Allora è come respirar l’energia di vite umane scomparse,
di passate vicende: commerci amori battaglie.
In certe contrade, nella quiete della sera che cala veloce, potrai cogliere
l’ansimar dell’umanità in movimento; l’affanno
di queste creature destinate ad errar senza fine; una fila di anime che
procede a tentoni come abbagliata da un grande miraggio. Da millenni,
da sempre, la fila si muove, stancamente procede, a volte tentenna, si
ricompone, rallenta.
Del passato non resta che un dedalo di strade e destini che nemmeno s’arresta
davanti all’infinito dei mari e dei cieli.
Le scie spumeggianti sull’acqua, quelle evanescenti nell’azzurro
dell’aria non lasciano traccia: svaniscono in fretta come son nate,
come anime umane.
Nel mondo le nostre tracce sono caduche … Eppure alcune restan scolpite
… Si perdon sotto l’usura del tempo … A volte riaffioran
… Le scie spumeggianti sull’acqua, quelle evanescenti nell’azzurro
dei cieli non lasciano traccia …
“Non c’è via ma scie nel mare”, dice il poeta
(Fig. 8).
PITHECUSA, ISOLA DI “SCIMMIE E VASAI”
Secondo recenti scoperte, fu la stirpe greca degli Eubei a colonizzare
i campi Flegrei, anticipando la fondazione della Magna Grecia di un secolo
circa.
Il fatto che gli Eubei si spingessero a nord, trascurando siti accoglienti
quali le coste ioniche o sicule, desta sorpresa, eppur ha validi motivi,
oltre al solito gioco fortuito del caso. Non è facile col senno
di poi interpretare e spiegare il passato, ma come spesso accade nella
storia dell’uomo i motivi furon di natura economica, parrebbe.
Gli Eubei, svelti ed intraprendenti, eran desiderosi di evadere dai propri
confini ed ampliare i commerci, oltre i limiti imposti dal monopolio fenicio
sui metalli industriali: prodotti questi molto ambiti e sempre più
rari in quei tempi di grande sviluppo dell’arte della guerra, di
commercio e navigazione. Essi avranno di certo ascoltato commercianti
e pirati fenici decantar le meraviglie d’Etruria: paese costellato
di favolose miniere, che si rigeneravan di notte secondo gli antichi.
Dall’Elba al monte Amiata all’Argentario, tutte di facile
accesso vicino alla costa, ricche di ferro, piombo, stagno e rame, metalli
a quei tempi più preziosi dell’oro , . Essi avranno anche
sentito decantar le pianure feconde a ridosso del Vesuvio, l’abbondanza
d’acqua, le folti foreste dei Campi Flegrei, il clima mite e piacevole,
il fuoco perenne degli dei, la porta degli inferi a portata di mano (antro
della Sibilla Cumana).
Quale sito più adatto, per una colonia metallurgica, per una schiera
di intrepidi fuoriusciti, votati ad ogni rischio e sacrificio e senza
il desiderio di ritornar in una patria oramai rinnegata. Gli auguri interpellati
non poteron che approvare la scelta, che così cadde sull’isola
d’Ischia, allora detta Pithecusa, e sulla vicinissima Cuma.
Pithecusa, ricca di alberi con cui alimentar le fucine, ventosa abbastanza
da scaldar le fornaci, cuocer l’argilla, fonder minerali e metalli,
disperdere gli sgradevoli fumi. Abbastanza vicina alla terraferma, attraverso
un braccio di mare al riparo da marosi e venti violenti, così da
facilitare il trasporto dei minerali verso l’isola e quello dei
metalli finiti e dei grandi vasi d’argilla (Phitoi) verso i vari
acquirenti.
Perfino con le rudimentali barche di cui dovevan disporre i coloni, la
navigazione era agevole in quel braccio di mare carezzato da brezze blandi
e costanti. Spirando da ponente, di traverso rispetto alla rotta, esse
gonfiavan dolcemente le vele sia all’andata che al ritorno tra Cuma
e Pithecusa, sospingendo carichi preziosi sull’azzurro mare tranquillo.
Sciroccate pericolose son rare in quella zona a ridosso dell’isola.
Più rischioso doveva apparire semmai, il maestrale a volte impetuoso,
e sicuramente il grecale ma l’arrivo incipiente di questi non sfugge
all’occhio esperto, già da lontano.
La nuova colonia si trovava al confine meridionale d’Etruria, un
po’ fuori mano. Quel tanto da non disturbar troppo, da passar quasi
inosservata, abbastanza lontana dalle rotte dei temuti pirati fenici.
L’aspetto inospitale dell’isola, sovrastata da un vulcano
attivissimo, sicuramente contribuì a garantir la sicurezza dei
nuovi coloni dall’invidia di gelosi vicini. In effetti, anche i
romani, quando secoli dopo, sopraffatti gli etruschi, sottomisero la colonia
greca di Neapolis, preferirono barattar l’esplosiva isola verde
con Capri. Isola questa tanto tranquilla da venir subito eletta a residenza
imperiale. Non per nulla, le ville sontuose dei senatori romani, noti
per la loro prudenza, eran disseminate sulla terraferma tra Cuma e Posillipo,
a cauta distanza dai capricciosi gemelli, Vesuvio ed Epomeo (Fig. 9, 10).
Pithecusa a quei tempi non offriva un facile approdo: isola montuosa,
tutta erti pendii e folti foreste con in cima una bocca che continuava
a sputar fuoco, fumo, lava e lapilli. La costa volta a sud senza rade
sicure era spesso esposta alle furie dello scirocco, quelle ad est e nordest
eran frequente bersaglio di lava e lapilli, mentre quella a ponente battuta
da maestrale e libeccio aveva due vaste spiagge più adatte allo
sbarco che non all’attracco. Dopo di queste, a ridosso del monte
Vico, seguivano una baia profonda e tranquilla, quella di San Montano,
e superando il capo, quella di Lacco Ameno.
E’ proprio qui che presumibilmente sbarcaron gli Eubei, fondando
la prima colonia greca in occidente: due splendide rade al riparo dai
venti, sovrastate da una sede ideale per l’acropoli, della quale
solo rimaste poche vestigia consunte dal tempo e dalla mano dell’uomo.
Il monte Vico si alza per un centinaio di metri, protetto da scoscesi
pendii, tre dei quali quasi a picco sul mare, con libera vista a ponente
ed oriente: sito fatto apposta per gli adoratori della luna e del sole.
Possiamo immaginare gli Eubei sull’acropoli, al calare ed al levare
del sole, mentre ringraziavan gli dei per il dono di una polis tutta nuova,
e chiedevano venia per il loro incerto futuro. Dal profondo della terra,
rispondeva brontolando l’Epomeo e ricordava la precarietà
dell’essere umano.
Il nome Pithecusa possiede due possibili radici etimologiche oggetto tra
gli storici di dispute accese.
Da una parte, Pithoi indica in greco i grandi vasi d’argilla dei
quali gli Eubei eran abili produttori: Pithecusa starebbe quindi per “isola
dei vasai”. Spiegazione tanto plausibile quanto banale, dato che
essa non può che esser posteriore alla colonizzazione degli Eubei
ed all’affermazione della loro attività ceramista.
L’altra possibile radice deriverebbe invece da Pithecos, scimmia,
e Phitecusa indicherebbe “L’isola delle scimmie”. Quest’ultima
versione significherebbe che gl’indigeni incontrati dagli Eubei
e prima ancora da Etruschi e Fenici avevano aspetto e comportamenti scimmieschi
e dovevano apparire, a questi popoli ben più progrediti, come dei
barbari, dei primitivi analfabeti. Vari reperti archeologici confermano
che in epoca antecedente alla colonizzazione greca, Pithecusa era abitata
da ceppi dell’età della pietra. Non ci meraviglia quindi,
che le sembianze e le movenze di questi indigeni incolti ridestassero
nella fervida fantasia degli Etruschi, Fenici ed Eubei quelle delle scimmie
od altre creature mostruose.
Qualcosa di analogo sarebbe successo molti secoli dopo, quando gli europei
scopersero il Nuovo Mondo e cronisti ferventi descrissero gli Amerindi
come creature più vicine per aspetto e costumi alle bestie, che
non ai cristiani.
Par quindi verosimile, che la denominazione “isola delle scimmie”
sia antecedente all’arrivo degli Eubei, forgiata da naviganti etruschi
o fenici, azzardatisi per curiosità o necessità a por piede
sull’isola. Nella mitologia di vari popoli antichi, la scimmia rappresentava
tra l’altro spesso un cattivo presagio, un auspicio di foschi destini.
A noi sembra, che tutte e due le interpretazioni abbiano una logica e
possano essere state usate in tempi distinti: “isola delle scimmie”
nel periodo preellenico per indicare un’isola pittoresca e selvaggia
abitata da indigeni goffi ed incolti; “isola dei vasai” dopo
la colonizzazione da parte degli Eubei, popolo raffinato di artisti e
marinai, destinato a trasferir in occidente la civiltà mediterranea.
ISCHIA ISOLA VERDE, PAESE D’INCANTO
Tre millenni son quasi trascorsi da quando gli Eubei attraccarono a Pithecusa
e sfidaron le ire di Tifeo. I greci erano fermamente convinti che le frequenti
eruzioni e terremoti fossero da incolpar, per l’appunto, ai fremiti
del titano Tifeo, incatenato per punizione da Giove sul fondo marino,
al di sotto dell’isola (Fig. 11).
Nel frattempo Tifeo e l’Epomeo si son acquetati, dopo che gli ultimi
torrenti di fuoco si riversaron nel mare sette secoli fa, formando, tra
spruzzi di spuma friggente, scogli dalle forme spettrali. Nel corso dei
secoli, i vecchi crateri, le vecchie colate di lava rafferme si ricoprivan
di un verde tappeto sempre più folto, dal colore cangiante secondo
gli umori della brezza marina. Il verde tappeto, qua’ chiaro la’
scuro , è tutto macchiato dai tanti colori di fiori e di bacche,
che dan vita ad un arcobaleno di vivide luci. La brezza fruscia tra le
foglie, tra le pietre, tra i rami: ne nasce una sinfonia di suoni magicamente
accordati. A questi suoni par quasi che risponda la macchia, agitando
le foglie, cambiando colore sotto la dolce pressione del vento. Si rincorrono,
si incalzano suoni e colori, in una melodia senza fine. Molti degli erti
pendii che si inerpicavano verso la cima sono come scomparsi: sono stati
disboscati, livellati, dissodati. Generazioni e generazioni di contadini
li han trasformati in ampie terrazze coltivate (Fig. 12). Le terrazze
cominciano larghe, presuntuose, ai piedi del monte. Si restringono man
mano che il pendio si fa’ più erto, fino a diventare vicino
alla cima piccole e strette, come zattere sospese nel cielo.
Da lontano, esse appaiono tutte in riga, allineate come soldati. Sputano
ordine, disciplina. Sono austere, perché trasudano sangue e sudore;
eppure sono ridenti, perché portano i regali più prelibati
della natura (Fig. 13).
Da lontano, le terrazze non sembrano vere, sembran balocchi fatti dall’uomo
per gioco. Spiazzi di terra marrone cintati; terra preziosa dai muretti
amorosamente abbracciata, come una madre terrebbe un bambino (Fig. 14).
Dai muretti spuntano ciuffi selvaggi di erba e fiori campestri; si affacciano
da ogni fessura con prepotenza: è la vita che si ribella al muro
di cinta.
I muretti sembrano altari addobbati a festa: protesi verso il cielo quasi
ad offrire le messi abbondanti.
La festa della vita sul vulcano domato addolcisce lo scuro color della
pietra con cascate di fiori di tutti i colori, col verde di erbe dai profumi
inebrianti.
Quando la pioggia cade abbondante, sospinta da libeccio e scirocco, l’acqua
ristora la terra assetata, la penetra, filtra il terreno e le pietre porose.
L’eccesso si precipita a valle furioso, trascinando i canaletti
di scolo allineati sulle terrazze ed ai lati: rivoli sporchi di fango
trascinano a mare humus prezioso.
I muretti son fatti a secco pezzo su pezzo, con pietre a volte squadrate
a volte incastrate l’una nell’altra, sfruttando le rime della
natura. Gran parte delle pietre son nere o grigie o venate: una volta
eran lapilli o facevano parte del fiume di fuoco, che continuamente sgorgava.
Si trovano anche pietre di tufo verde, vomitato dal vulcano negli abissi
del mare e quindi riemerso per caso, portandosi dietro il colore dei flutti
(Fig. 15).
Se ti siedi in silenzio al calare del sole su uno di questi muretti, sentirai
il dolce tepor della pietra, accumulato durante il giorno assolato: non
è solo calore, è energia pura del cosmo. Poco a poco, si
rilassan le membra ed una pace completa s’impossessa di noi, come
in un sonno profondo. Nel fruscio della brezza marina, che passa furtiva
tra rami ed arbusti, potrai cogliere l’eco del canto delle sirene,
l’armeggiar degli Eubei e di tante generazioni passate. Sentirai
palpitar tra le pietre l’energia delle anime che vi han lavorato.
Penetranti profumi, dal gelsomino al glicine, dalla rosa alla ginestra,
si fondon con quelli della macchia lussureggiante in divina armonia. La
brezza del mare striscia su boschi e campagna, a tutti ghermisce aromi
nascosti che porta con sé. Strisciando su tetti e selciati nei
vecchi quartieri, raccoglie l’odore accogliente di legna bruciata.
Filtrando attraverso agrumeti, eucalipti, pini e ginepri si aggiungono
altre divine fragranze che ricordano esotici lidi.
Nel sottofondo, intenso è il ronzio degli insetti, lo sfrigolio
di grilli e cicale. Di tanto in tanto un brusio di voci molto lontane
filtra attraverso i filari di pini e castagni. Un leggero scalpiccio tradisce
remoti viandanti attardati sulla strada verso il riposo. Ancora più
raro, seppure più intenso, il nitrito di un cavallo arrabbiato,
il gemito roco di ruote e mozzi stremati, il rombo dell’auto di
un’autista inebriato.
Dopo il calare del sole, i raggi della luna creano ombre spettrali dai
riflessi cangianti, mentre la brezza spande all’intorno fragranze
inebrianti. La brezza si alza si abbassa, ritorna: è il respiro
del mare.
In sintonia con la brezza, il fruscio muta di tono: è la voce del
mare.
Sotto la dolce pressione del vento, ondeggian le ombre, si rincorrono,
si incalzano seguendo i ritmi di melodie senza fine. Il gioco dei chiaroscuri,
dovuto all’ondeggiar delle foglie dei rami ed arbusti sotto i freddi
raggi lunari, cambia secondo la spinta del vento. Nascon figure dai contorni
geometrici nuovi, sempre più vaghi. Le ombre ondeggiano, danzan
fuor delle righe in cerchi e spirali. Sono orchestrate dal mormorio della
brezza: è la musica del mare. Danzando fuor dalle righe, le ombre
acquistan umane sembianze: volti di amici, conoscenti, parenti, volti
di personaggi cari scomparsi o peggio dimenticati: è l’anima
del mare che parla.
Frusciando fra le foglie rami ed arbusti, la tiepida brezza marina orchestra
voci familiari, ma a queste si aggiungono, si sovrappongono, si accavallano
voci di genti passate, antichi naviganti, mercanti, soldati, abitanti.
Le voci richiamano volti; non sono più ombre sono volti vocianti:
sono ombre risorte dal nulla, che lottano per venire strappate all’oblio,
per esser di nuovo viventi, per ritrovar dignità nel nostro pensiero
(Fig. 16, 17).
L’immortale energia di vite finite riaffiora, si spande all’intorno,
pervade le piante, gli esseri umani, pervade le pietre.
Ti penetra dentro fino nell’intimo, ti senti come rinato, parte
integrante del nostro passato.
Poco alla volta la luna tramonta, si fondon le ombre nel grigiore del
nulla, si dissolvono i volti, taccion le voci. Continua il fruscio della
brezza tra foglie rami ed arbusti, ma è solo un fruscio: l’anima
del mare si è persa. L’incanto è finito, l’umana
commedia continua. L’aurora incombe ad oriente; presto su in alto,
il cielo d’oro si tingerà nuovamente (Fig. 18).
L’INCANTO CONTINUA
Quando arrivarono i Greci, più o meno tremila anni fa, Pithecusa
vista dal mare aveva l’aspetto di una verde montagna solcata qua
e là da torrenti di fuoco, con in cima un pennacchio di fumo ondeggiante.
Una folta macchia selvaggia, invadendo ogni anfratto, si era come impadronita
dell’isola, fino a carezzare il bordo del mare. Il verde della vegetazione,
il color della vita; il rosso del fuoco, il colore degli inferi; l’azzurro
profondo del mare e del cielo erano i colori che colpiron la fantasia
dei naviganti. Poche erano le tracce dell’uomo sull’isola,
qualche capanna, qualche caverna nascoste tra il verde, qualche sentiero
sperduto. Di notte, l’unica fonte di luce amica eran la luna e le
stelle , il rosso baglior della lava era un segnale di allarme, pericolo
e morte: avvolta nel buio, l’isola dormiva di notte un sonno profondo.
Oggi, si è spento il rosso del fuoco per sempre. Ai colori della
natura, del verde del bosco della campagna e dell’azzurro del cielo
e del mare, si sovrappongono forme e colori creati dalla mano dell’uomo:
colori di fiori nostrani ed esotici portati da lidi lontani, fiori variopinti
dai profumi inebrianti macchiano il verde cupo di rami ed arbusti. Forme
geometriche del tutto nuove son nate: sono i ponti le case le strade costruite
dall’uomo.
Forme nuove che rompon le vecchie armonie, che dan vita ad un nuovo paesaggio,
a nuove armonie.
Pithecusa, vista dal mare di notte, pareva una volta una macchia nera
sul biancor delle onde increspate, solcata da rivoli rossi di fuoco, scossa
dai brontolii del vulcano.
Ischia, vista oggi dal mare di notte, non è più una macchia
tinta di nero: è un’esplosione di luci. Un filare di luci
bianche cinge amorevolmente la costa come una collana di perle, altri
filari di luci si staccan dalla costa, risalgon perpendicolari le alture
fin quasi alla cima. Luci dappertutto, su strade piazze e finestre rompon
l’oscurità: è una pioggia di stelle. Sulle strade
corron le macchine in fila: si avvicendano cascate di diamanti e rubini,
mentre sprazzi di gialli topazi si accendono e spengono ad ogni frenata.
Non è un isola: è un vascello illuminato a festa, in rotta
verso l’infinito.
Si son spenti i rivoli rossi di lava, tacciono i brontolii del vulcano:
tutta l’isola è pervasa da musica e voci, di giorno come
di notte. L’isola canta e balla protesa verso un’incerto domani:
è l’anima dell’uomo moderno, incatenato come Tifeo
(Fig. 19).
Luci e suoni artificiali sono gli antidoti, che l’uomo ha inventato
per sconfiggere l’oscurità della notte ed il silenzio dell’anima
propria. Quanto più forti i suoni ed intense le luci, tanto più
duraturo l’effetto.
Suoni e luci sono come una droga, una droga per tutti, patrizi e plebei
accomunati da simili ansie ed angosce, L’uomo teme l’oscurità
ed il silenzio, da sempre suoi grandi nemici. La vita moderna è
luce e comunicazione continua: il silenzio e l’oscurità sono
morti sepolti, così come raccoglimento e meditazione.
Lunghe file di case han rimpiazzato il verde del bosco: case basse, case
alte, case di tutte le forme e colori.
Case di un bianco accecante, case variopinte tutte in fila ordinate lungo
il litorale oppur raggruppate in piccoli gruppi, villaggi. Case sorte
come funghi nel mezzo di bosco o campagna han preso il posto di capanne
vetuste. Perfino il monte Vico e l’acropoli sacra cedevano il passo
a semplici case di tufo verdastro dapprima ed al cemento dappoi.
In passato, il verde di rami ed arbusti sconfisse la roccia e ne nacque
una macchia superba. Ora pietra e cemento con l’aiuto della mano
dell’uomo, riprendono il sopravvento, fino ad inaridire la vita.
Variopinte casette allineate sul bordo dell’acqua si riflettono
nel mare tranquillo. I colori vivi delle case, il blu, il rosso, il giallo,
il verde, il bianco, vengon filtrati dall’azzurro dell’acqua
marina: nuovi toni più dolci, quasi al pastello, emergon dal mare,
le forme leggermente sfumate dai giochi dell’acqua. Le variopinte
casette tutte in fila ordinate sembran dormire, sognare: sembra che il
tempo si sia arrestato di colpo. Ma l’illusione non dura. Non appena
la brezza si alza, un tremolio s’impadronisce delle forme riflesse
dell’acqua. I loro contorni si sfumano, fan posto a tante macchie
di tutti i colori, senza più forma. Non sono più case, sono
solo colori, i colori del bosco: è la tavolozza del “Grande
Pittore”.
Nel porticciolo adiacente alla spiaggia, ordine e caos, presente e passato
coesistono in pace. Da una parte, tante barche variopinte ormeggiate tra
un groviglio di gomene, alla rinfusa. Sono vecchie sagome di legno rimaste
immutate da tempi lontani, rotte nella loro semplicità a tutti
i marosi. Son frutto dell’ingegno e della fantasia di uomini semplici
e accorti, dell’esperienza raccolta durante millenni (Fig. 20).
Sulle barche si affaccendano, specie nei giorni di festa, ragazzi ed adulti:
c’è chi lava chi asciuga, chi svuota le stive ripiene di
acqua, chi lustra, chi rappezza i colori sgargianti. Tutte le barche sfoggiano
a prua un nome di donna: non è solo un contrassegno, ma un dolce
ricordo di amori passati e presenti, di speranze, illusioni. Nomi che
hanno sapore di vita, sapore di mare. Dall’altra parte del porticciolo,
dietro al molo di fronte alla spiaggia, l’ordine regna sovrano.
Qui, mostri di plastica e acciaio sono perfettamente allineati come soldati,
spesso incappucciati da grigi teloni. Nessuno a bordo stucca, ripara,
dipinge o solo accarezza: son frutti perfetti. Non sono fregiati di un
nome di donna, ma solo di numero e sigla: non sono creature, sono robot.
Qua e la’, un marinaio altezzoso lustra freddi ottoni ed argenti;
poi scalda il motore: un fragore assordante e mefitici odori si spandon
d’attorno: non sono creature son mostri.
Al di fuori del porticciolo, l’acqua azzurra è limpida e
tersa come cristallo. Sotto il raggio del sole si intravede il fondo sabbioso
cosparso qua e la’ di ciuffi di alghe ed altre piante marine. Più
al largo nascosti sul fondo, giacciono ruderi consunti dal tempo e dalle
furie del mare. Sono vestigia di vecchie culture approdate da lidi lontani,
per finir sprofondate nei flutti. Il raggio di sole crea, nel profondo
dell’acqua, bisticci di luce e un turbinio di riflessi, come se
esplodesse una stella.
A ridosso del porticciolo ai piedi del monte sul quale c’era una
volta l’acropoli, troneggia, al bordo di una dolce piazzetta, Santa
Restituta, chiesa venerata da tutti (Fig. 21, 22).
Richiamate dal rintocco delle campane, tante figure piccole, curvate dagli
anni e da tante illusioni spezzate, si trascinano verso il portico come
incantate. Uomini dai capi coperti, donne ammantate di nero procedono
a passi piccoli e lenti, passi silenziosi e strascicati sul muto selciato.
Processione di singoli destini, accomunati da un’unica speranza.
Dopo la messa, la gente si riversa per vicoli e strade; passeggia avanti
ed indietro senza meta precisa. Tra la folla senza volto, spiccano figure
femminili attraenti dai variopinti vestiti; grandi occhi pieni di fascino
spuntano sotto folte chiome corvine: occhi neri, ma anche azzurri e verde
smeraldo. Carnagioni bianche come madreperla si alternano allo scuro del
mogano nei suoi toni più vari; visi ovali rotondeggianti mediterranei
a visi dalle fattezze saracene. La stessa varietà di aspetto si
ritrova nella statura, a volte alta e nel portamento altero di uomini
e donne: reminiscenze forse del nord. Colpisce la bellezza degli uni e
degli altri, la gentilezza dei gesti e dei modi, la schiettezza del loro
linguaggio. Dagli Eubei ad oggi, una fusione continua di genti diverse,
mirabile ed inarrestabile, come i torrenti di fuoco eruttati nell’azzurro
del mare.
Alzando lo sguardo verso le alture, al di sopra di pietra e cemento, si
resta abbagliati dal colore sgargiante dei fiori: il giallo impertinente
di ginestre e girasoli tra il verde cupo del bosco; il bianco delle margherite
e delle petunie come chiazze di neve immacolata; il rosa, il rosso, il
carminio, il violetto dei bouganvillee abbarbicati su muri e cancelli;
il rosso macchiato di bianco e di giallo degli ibisco sbocciati al mattino;
l’indaco, il violetto, l’azzurro dei mille fiori di campo,
tutti fusi in cascate di luce e riflessi.
L’incanto continua, come pure l’umana commedia (Fig. 23).
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