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Jacque
Étienne Chevalley de Rivaz
il più rinomato medico della prima metà dell'Ottocento
presso le terme dell'isola d'Ischia
(Questi
riferimenti biografici sono tratti da una ricerca e pubblicazione
di Paolo Buchner, riportata in Ricerche Memorie Contributi del
Centro Studi su l'isola d'Ischia, atti del periodo 1944-1970 -
Non sono riportate le note)
Jacque
Étienne Chevalley nacque nel 1801 a Vevey nel Canton Vaud da
Jean Jacques Chevalley e Margarite Ruchet (1). Il ragazzo, figlio di
genitori agiati, rivelò attitudini sia per le discipline storico-filologiche,
sia per la medicina e la storia naturale. Quest'ultimo indirizzo prevalse
tuttavia e in età ancora molto giovane egli si trasferì
a Parigi per studiare medicina. Qui lo studente dev'essersi trovato
coinvolto ben presto nei contrasti politici tra circoli liberali e reazionari
che turbarono allora gravemente la Francia di Luigi XVIII. Sappiamo
infatti che un bel giorno egli si vide costretto a rifugiarsi in un
convento (2). Quale che sia stato il suo atteggiamento politico appare
chiaro, se si osservano i sentimenti spiccatamente monarchici che egli
manifestò in avvenire.
Ritornati tempi più tranquilli, Chevalley proseguì i suoi
studi con tanto profitto da essere inviato già nel 1822, appena
ventunenne, alla legazione di Francia a Napoli. Questa circostanza determinò
il suo avvenire. Nel 1827 egli ritornò ancora una volta a Parigi
per laurearsi con una Dissertation sur les principaux effects du
froid sur l'économie animale (pp. 20, Paris 1827) (3), ma
tutto il resto della sua vita trascorse a Napoli e ad Ischia che divenne
per lui una seconda patria. Benché anche in seguito egli mantenesse
la sua carica di medico della legazione a Napoli, dove più tardi
conseguì un'altra laurea, ed esercitò durante l'inverno,
fondò ben presto una seconda dimora, il suo hermitage,
la sua retraite campêtre a Casamicciola. Qui egli faceva
durante la stagione, in genere da maggio a settembre, il medico balneare,
occupando più tardi anche la carica di agente consolare francese
e di rappresentante dello Stato Pontificio.
La sua attività nell'isola d'Ischia, come sembra, ebbe inizio
appena dopo il suo ritorno da Parigi. Infatti egli dice di aver visitato
nel 1829 per la prima volta le sorgenti presso il lago del Bagno - le
odierne Terme Comunali di Porto d'Ischia (4) - e, secondo documenti
del Comune di Casamicciola, nel 1830 ottenne la residenza in questo
comune. Già nel 1831 apparve un suo opuscolo sulle sorgenti termali
dell'isola, intitolato Précis sur les eaux minéro-thermales
et les étuves de l'île d'Ischia e dedicato al Duca
di Sperlinga, gentiluomo di corte del Re delle Due Sicilie. Vi sono
trattate, dopo una descrizione generale dell'isola, ancora molto breve,
la posizione e le proprietà fisico-chimiche e terapeutiche delle
principali sorgenti e stufe.
Da questo scritto, ancora di modeste pretese nella sua prima stesura,
si sviluppò la Description des eaux minéro-thermales
et des étuves de l'île d'Ischia, molto più estesa,
che ebbe non meno di cinque edizioni (1835, 1837, 1838, 1846, 1859)
e fu per molti decenni in tutto il mondo la principale fonte di informazione
sull'isola d'Ischia (5).
Chevalley, che sui frontespizi delle sue pubblicazioni usa chiamarsi
ora Chevalier J. E. Chevalley de Rivaz (6), non risparmiò fatica
nell'intento di migliorare e di arricchire il suo libro di edizione
in edizione. Già in quella del 1835 si riconosce a malapena il
magro Précis. Alla descrizione più particolareggiata
dei singoli bagni e dei loro effetti curativi, precede ora un capitolo
geografico-storico, che tratta della geologia, delle manifestazioni
del vulcanismo, della fauna, della flora, e della storia antica, medievale
e moderna. Anche le iscrizioni antiche rinvenute nell'isola vi sono
raccolte e discusse in un capitolo a parte. Nella trattazione delle
sorgenti termali con la nuova stesura, l'Autore poté approfittare
della circostanza che nel frattempo il programma di ricerche scientifiche
sull'isola, avanzato dall'Accademia napoletana, aveva fruttato le prime
analisi corrispondenti ai nuovi progressi della chimica (7). Brevi regole
ed istruzioni sull'uso dei bagni concludono, seguendo una tradizione
secolare, il volume.
L'edizione nuovamente aumentata del 1837 costituì la base per
una traduzione italiana, eseguita da un amico dello Chevalley, Michelangiolo
Ziccardi, il quale corredò il testo di lunghissime note che comprendono
non meno di 132 pagine di fitta stampa (8).
Anche nella V e VI edizione (1846, 1859) lo Chevalley non si stanca
di aggiungere le sue nuove esperienze mediche e di indicare i miglioramenti
che, specie negli ultimi anni e non in ultimo grazie all'interessamento
dei Borboni, erano stati apportati agli stabilimenti termali, alle strade,
alle possibilità di alloggio. Una VII edizione accresciuta era
prevista, quando egli sessantaduenne fu colto dalla morte. Una traduzione
inglese, in parte già preparata, ugualmente non vide la luce
(9).
Che lo Chevalley si sia interessato anche delle acque minerali del vicino
continente, lo rivela il fatto che egli tradusse in francese, nel 1834,
le ricerche sulla composizione chimica e le proprietà terapeutiche
delle sorgenti di Castellammare, eseguite, per incarico del Ministero
degli Interni, da Sementini, Vulpes e Cassola, corredandole con note
di contenuto storico e medico (10).
Poche sono le pubblicazioni su altri problemi della medicina, che trattano
di una influenza epidemica nel 1833, del vajuolo e della vaccinazione,
del colera e delle malattie sifilitiche, opuscoli piuttosto rari e oggi
naturalmente di un interesse assai limitato. Caratteristico per quest'uomo
che si interessava di tutto, è che esiste anche un articolo suo
su un nuovo metodo di conservare il legno.
Col trascorrere degli anni, tuttavia, l'interesse per le terme dell'isola
d'Ischia prevalse sempre di più in Chevalley. Infatti egli era
diventato ormai il medico balneare dell'isola. Il suo retraite campêtre
si era sviluppato in una maison de santé, nella quale, come in
nessun'altra parte dell'isola, si poterono trovare riuniti confortevole
accoglienza ed ottima cura medica. Favorevole era già la posizione
del sanatorio, sull'altura detta Castagnita. Il giardino, di cui era
circondato, rispecchiava l'amore per la botanica del suo proprietario.
Un articolo apparso nel 1858 nel Filiatre Sebezio ci descrive
anche l'arredamento interno (11). In contrasto con la primitività
delle terme pubbliche ischitane di quel tempo, lo stabilimento possedeva
tutta l'attrezzatura per la cura balneare allora in uso in Francia e
in Germania ed una propria farmacia ben fornita; comprendeva inoltre
eleganti sale di soggiorno ed una sala di lettura. Per gli ammalati
più facoltosi perdurava allora ancora l'usanza di farsi portare
l'acqua termale in casa in barili a dorso di mulo. Benché lo
stabilimento non possedesse sorgenti proprie, vi si potevano somministrare
tuttavia le varie acque termali dalle fonti vicine ed anche da quelle
più lontane dell'isola.
Ancora si conserva il libro degli ospiti che ci mostra come ammalati
in cerca di guarigione da tutti i paesi siano stati accolti in questa
casa (12), soprattutto stranieri.
Nel 1834, quando scoppiò il colera nell'isola, egli si mise a
servizio dell'opera di soccorso senza aver riguardo per sé stesso.
L'Intendente alla Sanità di Napoli lo inviò in qualità
di ispettore a Forio, dove egli riuscì ad arginare l'espandersi
dell'epidemia, coadiuvato dal sindaco della cittadina, che vi trovò
la morte, e dai monaci francescani. Nello stesso anno il comune, in
segno di gratitudine, gli conferì la cittadinanza onoraria e
una medaglia d'oro, mentre nel popolo rimase vivo ancora per lungo tempo
il ricordo dello spirito di abnegazione che egli aveva dimostrato in
quella occasione (13).
Chevalley mise la sua esperienza anche a disposizione dei poveri, ricoverati
nel famoso Ospedale del Monte della Misericordia di Casamicciola, fondato
già nel 1604 (14). Negli anni 1838, 1839 e 1840 era direttore
di alcune corsie e sui frontespizi della sua Description des eaux
minéro-thermales egli si chiama medico onorario di questo
stabilimento. Riscontrando insufficienza nelle attrezzature e nei servizi,
egli si adoperò con perseveranza affinché questi venissero
migliorati. Tra l'altro egli criticò la durata troppo breve delle
cure e la loro somministrazione per masse.
Nel 1852, dopo anni di rimostranze, egli ottenne finalmente che il beneficio
delle cure con l'acqua del Gurgitello non rimanesse soltanto privilegio
dei poveri di sesso maschile (15). Concordò con l'impegno che
dimostrò per questioni di salute pubblica anche l'energia con
la quale il Nostro combatté contro i ciarlatani e contro l'incoscienza
di certi medici napoletani, come si rileva particolarmente nel suo scritto
sulla sifilide.
Ma anche là, dove Chevalley subodorava un'intromissione nel suo
dominio medico personale, poté diventare piuttosto aggressivo.
Quando nel 1841 J. C. Cox, un medico inglese che visse a Napoli, non
soltanto scrisse un itinerario medico ad uso dei suoi connazionali,
in cui si tratta, in non meno di 70 pagine delle terme d'Ischia (16)
ma perfino osò prendere in affitto, con l'intenzione di farne
uno stabilimento moderno con albergo, la famosa sorgente del Castiglione
- il Bagnitello degli isolani -, presso la quale già Orlando
D'Aloisio, lo zio di Gian Andrea, aveva fatto costruire nel 1698 un
piccolo edificio tuttora esistente (17), egli lo aggredì violentemente
nella successiva edizione del suo libro (1846), chiamandolo un plagiario
spinto soltanto dall'avidità del denaro, un ciarlatano tra gli
scienziati.
Queste invettive, in verità, non erano interamente giustificate,
perché il Cox non ebbe nessuna pretesa di originalità,
ma anzi raccomandava il libro di Chevalley quale fonte particolarmente
preziosa e parlava con grande stima del suo autore.
Alla famiglia reale di Napoli rivolse la sua particolare venerazione
che espresse in ogni occasione nei suoi scritti con profusione. Francesco
I e specialmente Ferdinando II, con le loro famiglie, trascorsero più
o meno regolarmente i mesi estivi ad Ischia, dopo che la villa sontuosa
sulla collina sopra l'odierno porto, costruita nel 1735 dal Protomedico
Francesco Buonocore, era diventata proprietà reale. Non raramente
avvenne allora che il re fece fermare la sua carrozza davanti alla casa
dello Chevalley, invitandolo a prendere parte alla passeggiata.
Nessuno può negare che i Borboni negli ultimi decenni del loro
regno fecero molto per l'isola; basta ricordare la costruzione di strade
carrozzabili, il miglioramento degli stabilimenti termali e soprattutto
la creazione del porto, tuttavia gli elogi dello Chevalley suonano assai
esagerati (18). Quando nel 1835 egli curò, con l'intervento di
FerdinandoII, il rinnovamento del vecchio logoro Bagno del Ferro a Casamicciola,
lo Chevalley diede a questo modesto stabilimento i nomi del re e della
sua consorte Maria Teresa, eternandone la memoria in una ampollosa iscrizione
latina (19). Questo bagno, del resto, non era l'unico, la cui meschinità
fu nascosta dietro simili nomi altolocati. L'antica Acqua di Paolone
a Forio fu ribattezzata ora Sorgente di Francesco I. E quando si volle
costruire un edificio sulla sorgente che scaturiva in un pozzo nel giardino
del convento degli Agostiniani a Lacco, ci si assicurò prima
di tutto se la regina madre fosse disposta di prestarvi il suo nome:
"Sempre benevola e ben disposta ad incoraggiare tutto ciò
che poteva contribuire al sollievo dell'umanità sofferente, la
magnanima Regina Isabella, madre del monarca felicemente regnante, ha
accettato che si desse il suo augusto nome", scrive lo Chevalley
nel 1859 (20). Deve essere stato un colpo assai duro per il Nostro,
quando il re, poco prima "felicemente regnante", l'anno seguente
dovette abbandonare il paese, mentre il Corso Ferdinando II e Maria
Teresa a Casamicciola diventava Corso Garibaldi e la sua bella epigrafe
marmorea veniva infranta.
Quando cadde in rovina il vecchio edificio sopra l'Acqua della Colata,
presso Piazza Bagni in Casamicciola, che da tempi immemorabili era servita
alle donne per fare il bucato, egli fece costruire a sue spese due vasche
preservando la sorgente da inquinazioni. Poiché sopra la porta
dell'edificio si trovava l'immagine della madonna dell'Immacolata Concezione,
la sorgente, in quei tempi, fu detta anche Acqua dell'Immacolata. Il
Comune regalò in seguito questa fonte al tanto benemerito cittadino.
Similmente nel 1837 Chevalley curò il risanamento della sorgente
dell'Olmitello. Dove non gli era possibile porre personalmente dei rimedi,
egli non mancò di adoperarsi attivamente affinché fossero
eseguiti miglioramenti. Ciò vale particolarmente per le tristi
condizioni della località presso il Lago del Bagno che concordemente
viene descritta dagli antichi viaggiatori come regione assai malsana
per le sue rive paludose e per le putrescenti masse di erba marina che
dalle tempeste invernali venivano gettate nel lago oltre la duna sabbiosa.
Già molti anni prima che ciò nel 1853 fosse realmente
attuato, egli propose di trasformare il lago in un porto e fece presente
la necessità di un nuovo edificio per i bagni, i quali si sarebbero
dovuti per lo meno riparare per mezzo di un muro dai mucchi di alghe
marcescenti (21).
Con escursioni sulle colline e attraverso le cave dell'isola scoprì,
come aveva fatto tre secoli prima Giulio Jasolino, polle rimaste finora
sconosciute, di cui misurò la temperatura e studiò le
qualità chimiche. Una di queste egli incontrò nel 1832
nella valle del Tamburo, poco al di sopra del Bagno argenteo e dell'oro
di cui lo Jasolino si era tanto entusiasmato, e la fece circondare di
una vasca murata. Non prese atto che il Cox (1841) le aveva dato il
suo nome, e dopo avervi condotto un giorno il famoso medico londinese
Billing, la chiamò sorgente di Billing.
Penetrando, nel 1835, più oltre negli impervi meandri della stretta
valle, egli trovò, circa mezzo miglio al di sopra dell'Acqua
del Tamburo, un'altra polla calda, che tuttavia già due anni
dopo fu sepolta sotto una frana (22). Scoprì una terza sorgente
sconosciuta quando, dopo aver scavalcato con scale di legno gli ostacoli,
esaminò la cava della Pera al di sopra del bagno di Sinigalla.
A questa diede il nome di Santoro, maestro dei chirurghi napoletani.
Anche in una valle laterale della Cava Scura egli incontrò nel
1832 una sorgente la cui temperatura oscillava tra 52 e 61 gradi Réaumur
e che gli sembrò possedesse quasi le stesse proprietà
della vicina sorgente dell'Olmitello.
Non reca meraviglia che un medico come Chevalley, che tenne in gran
conto l'influsso delle condizioni climatiche sulla guarigione dei suoi
pazienti, avesse anche un particolare interesse per la meteorologia
dell'isola, specie se si ricorda la considerazione largamente diffusa
che questa giovane scienza aveva trovato in quei tempi. Chevalley impiantò
un vero e proprio piccolo osservatorio, misurò regolarmente col
suo pluviometro l'ammontare della pioggia, prese nota delle condizioni
barometriche, e, coll'igrometro di Saussure, dell'umidità dell'aria.
Egli confrontò i dati così raccolti con quelli misurati
a Napoli, osservando tra l'altro che durante i mesi estivi, nell'isola
non ci sarebbe affatto una temperatura media più elevata che
in città, come fin allora s'era creduto, ma che anzi i mesi di
giugno, luglio ed agosto spesso sarebbero più freschi che a Napoli
(23).
L'interesse per la crenologia e la climatologia era accompagnato anche
da quello per la geologia dell'isola e particolarmente per i terremoti,
tuttavia non disastrosi che egli ebbe occasione di osservarvi. Quando
il 7 giugno 1852 una scossa abbastanza forte fece tremare Casamicciola,
lacco Ameno e Forio, Chevalley compilò, nello stesso giorno,
una relazione indirizzata all'Accademia di Napoli che questa pubblicò
nei suoi Rendiconti (24). E così anche per le scosse del 30 gennaio
1863, del 29 aprile dello stesso anno.
Per i suoi interessi per la geologia, tradusse in francese la monografia
del Fonseca, un allievo del Monticelli, pubblicata nel 1847, mettendo
il manoscritto nel suo gabinetto di lettura, a disposizione di quanti
non avessero sufficiente conoscenza della lingua italiana (25).
Chevalley fu anche, particolarmente nei primi anni della sua residenza
nell'isola, un solerte botanico. La biblioteca dell'Istituto di Botanica
dell'Università di Roma possiede infatti un manoscritto intitolato
Flora pithecusana ossia catalogo alfabetico delle piante vascolari
dell'isola d'Ischia. J. S. Chevalley de Rivaz D. P. M. scripsit 1834.
Al disotto si trova il timbro Agence consulaire de France à l'île
d'Ischia con l'aquila francese (26). Questo elenco comprende non meno
di 623 specie, indubbiamente un numero notevole, se si considera che
un botanico famoso come il Gussone, che gran parte degli anni dal 1850
al 1854 trascorse nell'isola per raccogliere il materiale per la sua
Enumeratio plantarum vascularium in insula Inarime sponte provenientium
vel oeconomico usu passim cultarum (Napoli 1854) ha osservato 962
specie.
Anche gli interessi per le discipline storiche e filologiche erano sviluppati
in modo non comune in Chevalley. I passi greci e latini riguardanti
l'isola gli erano ben noti e gli avanzi archeologici che vi si potevano
rinvenire destarono il suo più vivo interesse. Talvolta egli
stesso si improvvisò scavatore e le notizie che si trovano nel
libro sui rinvenimenti di tombe greche nella Valle di S. Montano sono
tuttora preziose. Fino all'inizio degli scavi sistematici (1952) esse,
insieme a quelle date precedentemente dal de Siano (27), costituivano
anzi la sola indicazione che si possedesse della necropoli greca di
Pitecusa, dal momento che gli oggetti scavati dallo Chevalley, dal suo
amico Vulpes (1832) e da altri sono andati dispersi. Anche nei pressi
di Panza egli fece scavare un giorno, scoprendovi gli avanzi di una
costruzione romana in opus reticulatum (1835). Nella sua casa a Casamicciola
egli conservò, insieme ad altre lapidi romane e medievali una
iscrizione funeraria romana che aveva scoperto nel 1837 a Forio (28).
I pochi altri avanzi antichi che si conoscevano dall'isola, tra cui
le iscrizioni dei rilievi votivi di Nitroli, dedicati ad Apollo e alle
Ninfe, conservati nell'allora Real Museo Borbonico, sono registrati
con cura nel suo libro. Con sdegno egli comunica, nell'ultima edizione,
la barbara distruzione dell'iscrizione che già il De Siano s'era
fatta riprodurre sulla parete del suo studio e che era stata trascritta
ancora in tempo dal Mommsen, prima che quella roccia fosse fatta saltare
nel 1857 per ricavarne pietre per ancorare le reti della vicina tonnara.
Chevalley aveva progettato ancora un libro intitolato Souvenirs d'Ischia
ou mélanges scientifiques et littéraires relatifs à
cette île et aux contrées qui l'avoisinent che annunciò
fin dal 1845 sulla copertina del suo libro sulle sorgenti termali come
di prossima pubblicazione. Ma purtroppo questo libro non è mai
apparso e manoscritti relativi allo stesso, che certamente saranno esistiti,
sembrano andati perduti.
Onorificenze non sono mancate a quest'uomo di interessi ed attività
così molteplici. Con orgoglio egli le riporta in numero crescente
sui frontespizi delle varie edizioni del suo libro; era socio di numerose
accademie e società scientifiche, in parte di scarsa importanza,
che pullulavano allora in Italia. Non mancano nell'elenco accademie
straniere. Inoltre egli era Membro della Commissione sanitaria provinciale
di Napoli, Medico onorario dello Stabilimento termale del Monte della
Misericordia a Casamicciola, medico della Legazione di Francia a Napoli,
Agente consolare di Francia a Ischia, Console dello Stato pontificio
e Cittadino onorario di Forio. Egli era stato insignito anche di una
serie di decorazioni, come della croce della Legion d'Onore, dell'ordine
di Isabella la Cattolica, di Francesco I delle Due Sicilie e di S. Gregorio
Magno.
Il 1 dicembre 1863 morì a Casamicciola quest'uomo che aveva raccolto
tante onorificenze e avuto tanti incarichi.
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