Capitolo IV
Nisita


Navigando più innanzi tra Napoli e Pozzuoli 4 miglia da questa e 5 dalla prima distante avanti la punta di Posilipo, trovasi la piccola isola di Nisita. Si crede ch’ell’abbia avuto il nome da nesos che dicono comunemente i nostri scrittori significar piccola isola, quasi fusse nhsiéon ma come non erano molto scrupolosi in copiarsi l’un l’altro, non è meraviglia che questo trovasi ripetuto presso di tutti, senza riflettere che nhsov significava semplicemente isola. Dall’uno o l’altro vocabolo poi si tragga, sempre il suo nome sarà troppo generico, né posso comprendere come avendo i loro nomi propri i vicini scoglietti, non l’avesse poi ella ch’era molto più considerevole.
Cicerone il primo la chiama Nesis, nome che li fu dato in appresso da tutti gli altri latini. Ateneo (1) ce ne dà qualche particolarità molto interessante dicendo: Navigando da Pozzuoli a Napoli ne vedemmo ancora noi molti in un’isola poco discosta dal continente, la quale è posta nell’estremità di Pozzuoli (intende del suo golfo, o territorio, giacché vicino questa Città non ve n’è alcuna) la quale vien abitata da poche persone, ed è ripiena di questi conigli; da che apparisce doversene escludere quel magnifico Castro Lucullano, che in essa senza alcuna ragione si è andato da molti cercando.
Non può egli è vero dubitarsi che Lucullo vi avesse avuta qualche mediocre abitazione, poiché M. Bruto qui ritirossi presso il suo figlio, di cui era in dominio, dopo aver ucciso Cesare (2), e Cicerone vi si trattenne anche qualche poco; ma questo era piuttosto un casino, o un luogo di caccia, giacché veniva tutta ingombrata da selve (3) ed eravi inoltre pericolosa la dimora, per l’aria insalubre e per le maligne esalazioni, che Stazio e Lucano (4) rammentano. Al solo Capaccio (5) fu noto il luogo di Cicerone, dove dice che il continente, che seguiva a Nisita, era anche così detto, e ch’egli la chiama piccola Roma per la frequente abitazione; ma tale luogo per molto che si cercasse non si troverà giammai.
Come poi la nostra storia de’ bassi tempi, è non poco oscura, non è meraviglia che non abbiamo sicure notizie di quest’isoletta, e che quindi l’abbiano creduta donata da Costantino alla Chiesa di S. Restituta, e l’isola del Salvatore, ma puossi vedere il Sig. Chiarito (6) che con molte sode ragioni ribatté queste frivole congetture. Neppure è del tutto certa la concessione in enfiteusi, che si crede averne fatta l’Arcivescovo di Napoli Gasparo di Diano nel 1440, sebben non possa porsi in dubbio che a questa Chiesa allora si apparteneva, come apparisce dall’inventario dei suoi beni, fatto per ordine del R. C. nel 1485, nel quale si legge che Raimondo Griffo, per essa, loro pagava un annuo canone dicendosi:

Item possidet insulam Nisitae locatam per eum
D. Raimondo Griffo ad annuum censum.
Item paludem Nisitae cum nemore.


Non molto tempo dopo dall’Arcivescovo Vincenzo Carafa nel 1518 fu conceduta in enfiteusi a D. Giacomo Carafa per annui docati 12, e tornata di nuovo, come deve credersi, alla medesima Chiesa dall’Arcivescovo D. Francesco Carafa fu data a D.Pietro Orfanga con l’aumento di altri venti carlini nell’aprile 1544, ed allora vi si trovano nominate la torre, i fondi, le vigne, il mare, la pesca.
Morto lui, i suoi eredi la venderono a D. Martino Seguro Presidente del R. C. agli 11 Agosto 1553 per docati 3000, col peso degli anzidetti docati 14 alla mensa. Uno de’ motivi, che allegarono di questa vendita, fu che per custodire l’isola e la torre vi voleva gran spesa; ma essendo egli molestato nel possesso, dichiarò agli 11 Dicembre 1554 che l’aveva comprata per il Duca d’Amalfi, ed a lui la cedé. Paolo IV voleva che in ogni conto si fosse ricomprata col danaro della Camera Apostolica, ma le sue lettere spedite ai 12 Settembre 1558, non furono intese sì per la retinenza del Duca, coché perché poco sopravvisse. Restatone il Duca quieto possessore, vi fabbricò il castello e vi si trattenne in conviti e gozzoviglie. Suo figliuolo D. Alfonso indi la vendé nel 1588 a D. Pietro Borgia, Principe di Scilla, per docati 10500, e questo la diede alla Città di Napoli per 13500 (7).
Ella l’aveva comprata per stabilirvi un Lazzaretto e per farvi riporre le mercanzie che venivano dai luoghi sospetti di peste, ma ai 5 Giugno 1595 la vendé per 500 docati di meno a D. Matteo di Capua Principe di Conca. L’Arcivescovo Gesualdo pretese che fosse devoluta alla sua Chiesa, ma il S. C. non stimò immutar niente, sebben poco dopo il Principe, dichiaratosi leso nel contrasto, la restituì alla Città medesima, la quale la diede in affitto per docati 390 l’anno, e poi la rivendé a D. Vincenzo Macedonio Marchese di Ruggiano per il prezzo stesso, che l’aveva comprata dal Principe di Scilla, e il fisco nel 1628 li concedé la giurisdizione civile, e criminale in essa, il banco di giustizia ec. (8).
Con tutto che circa il temporale fosse stata sempre soggetta a Napoli, e si fosse considerata come una sua dipendenza, i Pozzuolani in un esposto che fecero a Filippo IV nel 1643 dissero che tenevano nella loro giurisdizione il porto e l’importante fortezza di Nisita; ma il Sig. Scotti (9) negò che né l’uno né l’altro in essa fusse stato, e credé provarlo con dire che la fortezza non si trova nominata in Scipione Mazzella, e che in una sola vecchia memoria raccolta del Chioccarelli, si legge che vi era una torre, ma non terminata, e rovinosa. Sarebbe stato da desiderarsi, ch’egli non avesse solo alla sfuggita riscontrati questi autori, su i quali poggiava il forte delle sue dimostrazioni, e che fusse stato più ritenuto in dar giudizi, poiché il Mazzella (10), espressamente dice: L’isola di Nisita ha una bella e vaga fortezza fattavi dalli Duchi d’Amalfi, con un securissimo porto, detto Agliono, assai commodo; e il Chioccarelli (11): Navigantibus ob tutissimam stationem, notissima arx quoque est munitissima in ejus acie rotunda, quae undique prospectans speculatrix tota illa ora.
Da Macedonio, con le stesse condizioni nel 1661 ne passò il dominio al Presidente Astuto, essendosi stata venduta dal Vicerè Conte di Panaranda per docati 6800, onde da ciò puossi considerare quanto l’avesse egli deteriorata. L’Astuto v’istituì un perpetuo fedecommesso, ed essendo morto senza eredi maschi, ne passò il dominio a D. Antonio Petrone suo genero, dalla quale famiglia oggi si possiede; poiché, sebbene con Dispaccio del 19 Giugno 1769 avesse detto il Re volerla ricomprare, apprezzata poi per docati 47000 non diede altr’ordine in appresso.
Circa la sua formazione, giacché vi si osservano sicuri contrassegni vulcanici, puossi credere o che sia surta dal mare o che il fuoco divorando quel piccolo spazio che l’univa al capo di Posilipo, dal quale oggi è distante circa un miglio e mezzo, ne l’avessero distaccata. Il cratere del vulcano è il porto Pavone dal quale visibilmente apparisce che il mare n’abbia svelta qualche parte (12). Le sue materie sono tufacee, aride, pumiciose, e lapillose, che conglutinate, ed unite insieme con pezzi di lave, hanno formato un tofo bastantemente duro, sicché puossi sospettare che già da gran tempo questo vulcano si fosse estinto. Il vicino capo ha gli stessi componenti, ed essendo il mare nel canale divisorio assai più basso, che negli altri luoghi, par che si renda in qualche maniera probabile la seconda congettura. I nostri scrittori poi, nella solo loro immaginazione, vi trovano de’ segni dalla separazione che ne fece Lucullo dal continente, di ponti strada ecc. e il P. Paoli (13) credé che vi fossero stati fabbricati per sopra al mare degli aquedotti, che vi avessero condotta l’acqua; ed a dir il vero, vi si osservano anche adesso alcuni pilastri di mattoni, ma cosa fossero stati una volta è difficile poterlo giudicare. Il mare l’ha rosa in molti luoghi, e non molto tempo addietro se ne divise un pezzo, che facendo innalzare le acque, venne inondata la taverna, ch’era in terraferma, e l’isola stessa in una parte.
Presentemente è tutta piantata d’ulivi, il di cui olio è in molto pregio, e molto più l’era allorché per la poca quantità vi si adoperava più cura nel cavarlo; vi sono ancora una vigna, ed alcuni frutti, ed abbondava una volta anche di squisiti sparagi naturali (14). Vi si mantengono ora i conigli, ma pochi altri animali vi sono. Tutto il suo circuito è di 1400 passi, non essendo che una piccola ed agevole collinetta di figura quasi rotonda. La sua aria, che abbiam veduto esser stata ne’ primi tempi, cattiva, non è anche adesso troppo salubre nell’essa. Credono alcuni che si fosse cambiata per esservi stata tagliata la selva che occupavala in buona parte, ma io avendo trovata una notizia sicura del suo lago, o palude, e dicendo Lucano, che in essa stessa v’era la causa dell’aria maligna, mi do a credere che seccatosi di poi, non vennero più a sollevarvisi perniciose esalazioni. Quel residuo ch’oggi vi si sperimenta, non è chi non giudichi che vengavi prodotto dal vicino lago d’Agnano, e particolarmente allorché vi si curano i lini.
Quasi verso mezzogiorno, vi è un piccolo porto naturale, chiamato porto Pavone, dove vengono a dar fondo tutti i bastimenti Levantini sospetti di peste, per farvi la quarantena. Poche abitazioni vi sono qui attorno, e pel resto dell’Isola; ma in quella parte, che guarda il continente, vi è un buon palazzo. Tutta la popolazione ascende a 30 sole anime, che dipendono nello spirituale dal Vescovo di Pozzuoli.

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