Acque minerali nel Comune di Lacco
precedute da un cenno storico sul suo territorio


Il Lacco abitato da una popolazione di 1600 anime circa nella sua posizione topografica a NE è il Comune marittimo e quasi centrale dell’isola d’Ischia, celebre nella storia profana per gli avanzi di vetusti monumenti delle prime colonie greche che l’abitarono e che secondo Omero, il quale fiorì nel trentesimosecondo secolo del Mondo, o sia 800 anni prima dell’èra presente, che fu il primo a chiamare l’isola d’Ischia col nome di Arime, che in seguito fu convertito in Inarime, che dinota luogo addetto alla produzione del vino, rimontano ad un’epoca al di là de’ 3000, e forse vicino ai 4000 anni dietro. Dessi consistono in un idolo in marmo sottoposto all’acqua santa a dritta nell’ingresso della Chiesa della Madonna delle Grazie, consagrato al loro nume Ercole, che fu rinvenuto e dissotterrato nelle adiacenze della marina del Lacco, ivi lasciato dalla precipitosa fuga, che fecero nell’evadere dall’isola per mettersi in salvo sulla terraferma. Ed una greca iscrizione scolpita su di una pietra vulcanica aderente dalla parte di levante e declive del Monte di Vico, ove si vuole che in pari tempo fu incominciato ad erigersi un muro di cinta, per chiudere ne’ punti accessibili questo promontorio, e farne una grande fortezza, da servire per la stazione militare che bisognava per la custodia e pel mantenimento del dominio dell’isola, che le terze colonie greche pervenute dalla Sicilia avevano acquistato, su della quale il detto Dott. de Siano vi scrisse un elegante commentario in latino, riducendo la suddetta iscrizione dall’idioma greco nel latino ne’ termini che segue.


PACIVS NIMPSIVS
MAIVS PACILLVS ET
MILITES
MVRVM INCIPIENTES
POSVERE


Siffatta iscrizione fu messa da Pacio Nimpsio e Majo Pacillo soldati greci Siracusani mandati in Ischia da Gerone che regnò in Siracusa nell’anno di Roma 513, cioè 241 anni prima dell’èra cristiana, dopo incominciato e dato di piglio alla nuova costruzione del muro sopra detto, da servire di perpetua memoria di quella di loro intrapresa, che poi furono obbligati a desistere nell’abbandonare di nuovo l’isola atterriti dalle commozioni terrestri e dalle voragini di fuoco al pari che fecero i loro predecessori delle prime e seconde colonie.
Sono inoltre degne di ammirazione le innumerevoli tombe che si scavano alla profondità di 10 sino a 20 palmi nella contrada che appellasi S. Montano in fabbrica e talune coverte a tegole, ove rinvengonsi tuttora scheletri ossei interi de’ cadaveri appartenenti alla quarta colonia dell’isola d’Ischia, composta di Napolitani e Romani, che questi ultimi acquistarono dai primi col trionfo delle armi, quivi pervenuti dopo lo sgombro della terza colonia greca, tumulati ed inumati cogli emblemi simbolici del gentilesmo, cioè quasi tutti con una lucerna a fianco della testa, e taluno con qualche moneta di rame o di argento in sito che corrisponde alla bocca coll’impronta di Augusto; più una pignatta o sia piccola pentola, dove solevano bruciare gli aromi, un’anfora, e talvolta in sepolcreti di persone molto agiate qualche vaso etrusco, come verificossi nel 1821, che ne furono rinvenuti due bellissimi nel giardino del fu D. Vincenzo de Siano limitrofo alla sua abitazione, ed uno di essi ch’era appunto una zuppiera col suo coverchio pieno di uove ancora visibili nel di loro guscio, che si ritrovano presso del Professor Vulpes. Infine non è mancato in qualche rara volta di trovarsi nella tomba un’urna in marmo contenente le aduste ceneri de’ trapassati come è appunto quella messa ad uso di acqua benedetta a sinistra della piccola chiesa di S. Restituta, che fu ritrovata nel luogo chiamato l’Arbusto della stessa contrada, con un intreccio infronte di fiori che sormontano alla rovescia un vaso, e fiancheggiato ne’ lati da due teste di Bacco, cogli orecchi, colle corna, e con una lunga barba che li scende sino al petto, sul di cui mezzo vi è la seguente latina iscrizione dedicata ai Dei Mani.


DIS MANIBUS
L. FAENI VRSIONIS
THVR. CONIVGI BENEMERENTI TICHE
LIBERTA FECIT


Dal bel commentario del lodato Dott. Franc. de Siano si rileva che questa iscrizione fu scolpita per la sua eleganza e per l’autorità di Strabone sotto l’impero di Cesare Augusto, inserviente per una certa donna chiamata Ticha, serva un tempo di Lucio Fenio, della famiglia Ursione (oggi detta in Roma Ursina) cognominato Turrio, che nel sagrificare ai Dei Mani pel benemerito suo defunto sposo vi pose il suddetto monumento.
Il menare uno sguardo con riflessione su tutti questi oggetti, non solo si ravvisa l’industria molto raffinata e la civiltà di quei primi abitatori, ma eziandio che la terra del Lacco, atteso l’amenità e dolcezza del sito, fu la più popolata in preferenza delle altre contrade dell’isola d’Ischia, come opina ancora lo stesso de Siano alla p. 71 del suo libro. Nelle pagine della storia sacra è oltremodo più celebre la terra del Lacco pel santo deposito in questo luogo della piccola navicella ripiena ed investita di materie accensibili, che per divino volere, illesa dalle fiamme e campata da certo naufragio, sotto l’impero di Valeriano al declinar del duodecimo lustro del terzo secolo della Chiesa, condusse il corpo dell’inclita e tutelare protettrice di quest’Isola d’Ischia l’Africana Verginella S. Restituta, gentil rampollo d’illustre prosapia, nata nell’avventurosa terra di Ponizzario, che rigenerata nella religione di Cristo nostro Signore dal gran Vescovo di Cartagine S. Cipriano, subì il martirio per ordine dell’iniquo ed empio tiranno Proculo prefetto, e quindi data alle fiamme ed affondata in alto mare sedici giorni avanti la ricorrenza delle Kalende di Giugno.
Dessa galleggiando fra la totale sommersione degli esecutori dell’orrida ed infame sentenza, valicò l’abisso pelle onde, ed illesa nel candore di sua verginità, fu da Dio negli alti ed eterni suoi disegni spinta sulla marinetta di S. Montano, messa all’estremità occidentale del Lacco, che fin d’allora ha ricevuto siffatta denominazione, mentre prima si appellava le Ripe. Quivi giunta, ne fu tosto miracolosamente svelato il fatto in sogno ad una pia e ricca donna chiamata Lucina che abitava dalla parte opposta di S. Montano, e propriamente a pié della falda meridionale ed orientale del Monte di Vico in decente Casino attorniato da un bel giardino. Questa fu sollecita di accorrere sopra luogo e trovato il prezioso suo corpo gelido sul naufrago naviglio, fé tutto trasportare su di un apposito carro da due suoi buoi che teneva per arare la terra de’ propri fondi, e che religiosamente tumulò in un sito attaccato alla sua abitazione, dove i buoi suddetti si erano fermati spontaneamente senza voler passare più oltre, su di cui vi eresse la piccola Chiesa, che tuttavia esiste consagrata al suo nome, facendo in modo che l’altare chiuso dalla balaustrata soprassiede al suo sepolcreto, e la grossa pietra molare attaccata alla piccola navicella per tirarla in fondo del mare fu situata all’estremità orientale del giardino a vista della detta Chiesa, ove al presente giace per metà sotterrata dal letto della pubblica strada, raffermata in un muro di cinta e che ne rammenta la santa provenienza il vessillo della croce a fianco di essa impiantato. Venuta a morte Lucina, devolse tutti i suoi beni a favore di S. Restituta, e quindi in prosieguo di tempo per i tanti miracoli oprati a vantaggio degli Isolani, soprattutto per i nauti in alto mare, e ne’ terribili momenti di sicura perdizione, questi concorsero ad edificarvi un piccolo monastero con un’altra Chiesa più grande ad occidente della piccola, che ne fu anche validamente ristorata da disfidare i secoli nella durata, accrescendone coi loro capitali la rendita primitiva costituita dalla devota generosità della suddetta Lucina, in modo che poterono chiamarci i monaci Benedettini, e di poi i Celestini, ai quali successero i Domenicani, ed in seguito vi concorsero i Carmelitani, i quali venivano garantiti per le frequenti incursioni de’ Turchi, ed in ispecie de’ Tunisini, da un’elevata torre che ancora esiste sull’alto del monasterio.
Nella soppressione de’ luoghi pii durante l’invasione dell’ultima occupazione militare, siffatto locale divenne Caserma di soldati, e le rendite andarono in benefizio del pubblico demanio: ma per un altro lampante miracolo, mentre i beni appartenenti alle diverse Comunità religiose furono in quell’epoca alienati, questi di pertinenza di S. Restituta rimasero invenduti, che nel 1822 furono sovranamente conceduti una col Convento e locale ove giace la Santa ai padri Agostiniani sotto la dipendenza del monastero priorale di S. Agostino la Zecca in Napoli, che vi ha prodigato molta spesa per ristorare l’antico edifizio, e murare il giardino, e che tuttavia profonde pel mantenimento permanente della famiglia religiosa, che attualmente vien composta di tre padri, ed un laico, oltre i straordinari che di tempo in tempo vengono da Napoli, acccorrendo ai diversi religiosi bisogni, non essendo a tanto sufficiente la rendita locale, anche perché buona parte de’ migliori capitali si è perduta in tempo del demanio, colla dispersione de’ primitivi titoli. Questi religiosi con sommo zelo e venerazione ne infervorano il sacro culto e si occupano al bene spirituale della popolazione.
Nella circostanza finalmente debbo far riflettere in appoggio del mio dedotto, che il martirio e provenienza del corpo di S. Restituta in questa spiaggia sia accaduto nella decadenza del dodicesimo lustro del terzo secolo della Chiesa, perché né dagli atti del martirio né dal martirologio né dalle sue lezioni inserite nel breviario romano se ne marca l’anno; in conseguenza non è affatto ammissibile quello che dice d’Aloisio nel suo lib. pag. 26 che successe cioè nell’anno 270 dell’èra cristiana, come ancora ciò che dice un religioso carmelitano che stampò un libriccino nel 1773 della sua vita colla dedica a D. Fabrizio Spinelli Principe di Tarsia che la porta giunta in Ischia nel 286; de Siano pag. 79 che ne fissa l’arrivo nei principi del quarto secolo; e l’istesso ripete l’Anonimo Oltramontano alla pag. 148 che ha copiato de Siano e de Rivaz nella pag. 94 della traduzione di Ziccardi nell’anno 257, per la seguente ragione.
S. Cipriano che instruì S. Restituta nel Cristianesimo fu eletto vescovo di Cartagine nel 248 e morì martirizzato con decreto di Galerio Massimo Proconsole in Africa al cader dell’imperio di Valeriano, che terminò nel 260 dell’èra corrente, essendo stato fatto a tradimento prigioniero da Sapore re di Persia, dopo la perdita di una sanguinosa battaglia nella Mesopotamia al di là dell’Eufrate, ed in seguito dell’assedio di Edessa in Cappadocia, il quale l’umiliò in modo che, vestito della porpora imperiale, gli saliva sul dorso allorché montava a cavallo e dopo di quest’obbrobrio lo fece ammazzare, ed indi decorticare, e la sua cute tinta in rosso la fé sospendere alla pubblica vista del Tempio.
Valeriano dunque durò nell’impero romano, secondo Tillemont, dal 257 al 260 non completo, e in tal periodo fece scempio cogli editti i più sanguinosi de’ cristiani, e particolarmente in Africa, che poi furono commutati in pien’amnistia dal suo figlio Gallieno, che successe all’impero. Essendo dunque S. Restituta stata martirizzata sotto l’impero di Valeriano, come ha sanzionato la Chiesa negli atti del martirio 16 giorni avanti le calende di giugno, senza precisarne l’anno, conviene ritenere per fermo ed indubitato che la morte coll’arrivo in Ischia sia accaduta in un anno del quadriennio dell’impero suddetto, e non già esclusivamente nel 257 a tenore del dedotto del de Rivaz, che corrisponde al solo primo anno della sua imperiale gestione, mentre ha potuto succedere ancora nel 258, nel 259 e 260.
Costantino il grande, in ultimo, fece erigere in suo onore un tempio attaccato all’Arcivescovado di Napoli, collocandovi le sole sue reliquie, ed allorché passò per Roma nell’andare in Oriente a riedificare Bisanzio, dal Pontefice S. Silvestro che fu eletto Papa nel 315 ottenne che fosse dichiarata protettrice d’Ischia e Napoli, stabilendone la sua festività nel giorno 17 maggio di ciascun anno. E dall’imperatore Carlo V con decreto del 26 febbraio 1533 da Bologna, fra i tanti privilegi in perpetuo accordati all’isola d’Ischia, vi è quello che nella ricorrenza della festività di S. Restituta si celebrasse nel Lacco una fiera di 10 giorni di franchigia, sei prima e 4 dopo.
La parte inferiore e marittima del territorio di detto Comune di Lacco è piena di sorgive di acque minerali, e fra le tante nella distanza di circa un miglio ve ne scaturiscono cinque le più usitate.
La prima di esse dalla parte di levante sorge al lido del mare nel luogo ove appellasi le Legne; più avanti a ponente del piccolo cono troncato chiamato il Capitello ve n’è un’altra sotto la stessa nomenclatura; ed infine a pié della falda meridionale del Monte di Vico vi scaturiscono le celebri e rinomate acque di S. Restituta, di Regina Isabella e di S. Montano, le prime due ad oriente e l’ultima ad occidente. Oltre a queste nella contrada Marina tutte le acque dei pozzi inservienti per adacquare le verdure e per altri usi domestici sono minerali.


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