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INTRODUZIONE
Si era agli inizi degli anni settanta. Il mio amico Saverio Barbati,
giornalista impegnato fino a raggiungere, successivamente, la carica
di presidente nazionale della stampa, scrisse per «Lettera da
Ischia», una rivista edita a cura dell’Ente autonomo per
la valorizzazione dell’Isola d’Ischia, un articolo su Lacco
Ameno degli anni cinquanta.
L’invito a scriverlo gli veniva da Giacomo Deuringer, presidente
dell’EVI e direttore della rivista, e da Eduardo Ruggiero, dagli
amici detto «Nasone».
Con questo «pezzo» mi piace introdurre questo mio lavoro,
che, iniziato tra una folla di idee, non so ancora dove mi porti.
«Lacco Ameno, allora, non apparteneva soltanto a noi tre
(lui stesso, Giacomo ed Eduardo). Eravamo in tanti ad amarla, a
scompigliarla, a frastornarla, insomma a viverla.
Il giudice Verde, Carlo Forte, Michele Calise, Mimmo Capezza, Franchino
D’Ascia, Italo Conte, Tina Romano, Angelina De Luise, Rosanna
e Mirta Capozzi, Nicola Barbieri, Rena Marignetti, Peppino Gambone,
l’invasione dei Pistilli con Vittorio Pecora. Una brigata sparsa
per l’isola, che tutte le mattine, tutte le sere si radunava a
Lacco, perché lì, su quella striscia di via, tra il mare
e la campagna, si ritrovava lo schietto gusto della baldoria.
Allora, Lacco Ameno non era, evidentemente, la raffinata stazione
di turismo internazionale che è ora. Era un paese, un treno di
case fermo di fronte al Fungo, una poesia, insomma, o meglio, un sogno.
[...]
Ah, le giornate lacchesi degli anni cinquanta!
Quante cose non riuscivamo a metterci dentro!
L’arrivo del postale alle undici, il bagno a San Montano, lo spaghetto
aglio, olio e peperoncino sullo stabilimento balneare, gli interminabili
scoponi pomeridiani davanti al caffè, le sudate danzanti serate,
e - ogni anno, puntualmente - la truffetta al venditore di fichi d’India,
durante la festa di Santa Restituta. A noi, della festa patronale, interessavano
due cose soltanto: la banda musicale (Sturno, Gioia del Colle, Acquaviva
delle Fonti) e il vecchietto dei fichi d’India. [...]
Puntualmente, a Ferragosto, Giacomo Deuringer e Carlo Forte proclamavano
che bisognava dare uno spettacolo serale all’Oleander Dancing.
[...]
Tutto nasceva e moriva nello spazio d’una giornata.
La mattina, sulla spiaggia si scrivevano i testi, il pomeriggio, in
un vano terraneo segreto e vigilato, si provava la recitazione e al
tramonto con il complesso scritturato da Michele Calise tentavamo di
mettere d’accordo le parodie di Giacomo Deuringer con le note
musicali. Alle ventitré, quando ognuno di noi era sicuro che
il «suo» pubblico fosse presente nel locale, si dava inizio
allo spettacolo. [...]
Era quello il nostro modo di divertirci, visto che non avevamo altro
a disposizione che i nostri venti anni, la gioia di vivere ed un ardente
desiderio di dimenticare tutto quello - molto poco, per il vero - che
durante l’anno scolastico in città avevamo imparato. Le
moto di oggi, il fuoribordo, la cinquecento, i pantaloni di velluto,
il «michelangelo» in barca, la pensione completa in albergo?
Chi ve li dava? Per i nostri genitori avevamo soltanto diritto, allora,
a disporre del cielo, della terra e - visto che eravamo su un’isola
- del mare. Il sabato, forse, potevamo avere i soldi per andare a cinema,
a Casamicciola.
E, tuttavia, ci divertivamo, ci divertivamo molto in quella Lacco Ameno
che non avremo mai più. Oh, intendiamoci: io non dico che Lacco
dovesse restare sempre quella che era allora con il pappagallo davanti
al negozietto fuori il paese, con le due o tre carrozzelle a cavalli,
con Don Giuseppe il vigile urbano, con quattro pensioncine, con la spiaggia
di San Montano senza cabine e con le barche dei pescatori. No. Lacco
va bene anche adesso che ha l’unico albergo di lusso di tutta
l’isola, con la pubblicità sui giornali di tutto il mondo,
con i cinematografi, i panfili a San Montano, le spiagge private degli
alberghi, i ristoranti con la cucina milanese, i campi da tennis, le
più perfette attrezzature termali di tutta l’Isola, con
la strada di circumvallazione, le boutiques di alta moda, le ville e
i condominii, i supermercati, i taxi e gli sci d’acqua. Va benissimo.
Solo che non potremo più tornarci con i nostri venti anni e lo
spettacolo da rivista.
Ma la colpa - evidentemente - non è né della buon’anima
di Rizzoli né di Vincenzino Mennella. La colpa è solo
di noi tre, mia, di Giacomo Deuringer e di Eduardo Ruggiero, detto «Nasone»,
che non abbiamo saputo fermare i nostri venti anni e i sogni di allora!
Grazie, Saverio, per lo spunto che mi hai inconsapevolmente dato.
La mia avventura politico-amministrativa, che coincide con la fantastica
avventura di Lacco Ameno e di tutta l’Isola, comincia, tuttavia,
ancor prima degli anni cinquanta, da te presi in considerazione nell’illuminante
«pezzo» scritto per «Lettera da Ischia»
e sopra riportato quasi integralmente.
Avevo anch’io più o meno la vostra età, ma non ero
della vostra allegra brigata.
La mia avventura comincia quando la guerra era appena
finita con il conseguente cambio epocale. Ed è una coincidenza
fortuita che io prenda a scrivere queste note in un momento che segna
un nuovo cambiamento epocale, che chiude quello da cui la narrazione
prende le mosse.
Con la fine della guerra crollava un sistema nel quale anche noi ragazzi,
come quasi tutto il popolo italiano, avevamo creduto.
Ancora al fronte di guerra un mio zio scriveva che era ormai tempo di
prepararsi al nuovo. Paradosso della vita! Pur avendo egli vissuto da
protagonista la nuova epoca, non ha mai nascosto la nostalgia per quello
che ci si apprestava a lasciare alle spalle. Faceva votare Democrazia
Cristiana, ma votava per gli eredi del Fascismo.
Lascio, tuttavia, da parte la vicenda personale o, almeno, cerco di
seguirla solo tangenzialmente agli avvenimenti e solo per quel tanto
che serva a meglio comprenderli.
Altra considerazione forse è opportuno fare, mentre, come dicevo,
non è ancora chiara in me l’ottica stessa che è
più conveniente dare a questo mio impegno di narrazione. Certamente
il mio intento è quello di trovare un filo conduttore tra i momenti
più significativi, che hanno segnato la storia di Lacco Ameno
dal dopoguerra ad oggi, anche se ciò non sarà possibile
senza inserire tutto ciò che riguarda Lacco Ameno nel contesto
della grande trasformazione, che ha subito nello stesso periodo l’intera
Isola d’Ischia.
Ancora una volta, quindi, quasi a volermi mettere a metà strada
di questo lungo periodo, per avere una visione più ravvicinata,
la mia mente va ad alcune considerazioni che feci nel 1973, in occasione
della presentazione di un interessante studio fatto dal prof. Sebastiano
Conte su «I giovani e le prospettive di occupazione nell’Isola
d’Ischia».
Ritengo opportuno richiamare tali considerazioni, perché, come
è vero che lo studio di Sebastiano Conte è rimasto utile
riferimento per gli spunti di pianificazione che offre, tutto quanto
ebbi ad affermare in quella circostanza mi pare ancora oggi valido ed
evidenzia le luci, forse poche, e le ombre, certamente molte, di quello
che è stato lo sviluppo della nostra isola negli anni settanta
e ottanta.
Ha meravigliato anche me l’attualità, sotto certi aspetti,
di quelle considerazioni. Ecco perché ne riporto alcune:
« È negli Enti locali, Comune, Provincia,
Regione, che la politica assume concretizzazione immediata e nella misura
in cui la realtà locale disponga di strumenti validi a formare,
da un lato, la coscienza dei cittadini sui problemi che li toccano da
vicino e, dall’altro, un indirizzo sicuro per le mete da proseguire
da parte dei pubblici poteri, il dibattito politico amministrativo si
decanterà di quelle incrustazioni di carattere strapaesano, fatte
di vieto campanilismo, di riprovevoli steccati di gruppi fuori e dentro
i partiti, di superati e ormai non più sostenibili arroccamenti
su posizioni personalistiche, nel momento stesso in cui esso dibattito
si arricchisce di problemi concreti, o, meglio, di una visione sempre
più nuova e sempre più adeguata alla crescita civile della
popolazione per le soluzioni da dare ai problemi della realtà
locale. [...]
Quando si dice che è tempo ormai di ricercare nuovi modi di far
politica, non si vuol certo dire soltanto che bisogna secondare la politica
partecipativa di strati sempre più larghi della popolazione,
mezzo sicuro, questo, per ovviare al malcostume di una politica clientelare,
o anche sottolineare l’equazione «politica nuova uguale
politica con uomini nuovi», ma vuol dire, secondo me, essenzialmente
affrontare i problemi in una visione globale, che tenga conto di tutti
quegli elementi che hanno concorso a formare una determinata realtà,
esaminandoli retrospettivamente, per rilevarne gli aspetti positivi,
coglierne le deficienze, considerarne i possibili, naturali sviluppi,
per orientarli e secondarli, dimensionandoli al fattore umano, facilitando
con la ricerca di un giusto rapporto tra condizioni ambientali e rispetto
e sviluppo del cittadino, specie in ordine alle nuove generazioni. E
questo modo nuovo di far politica, che non è dunque rinnegamento
di quanto di buono e di valido si è fin qui prodotto, a cui si
deve, tra l’altro, anche quella maturazione democratica che oggi
ci consente di postulare soluzioni più adeguate a problemi di
sempre, questo modo nuovo di far politica ha bisogno in primo luogo
di strumenti scientificamente sicuri, che i pubblici poteri sappiano
interpretare ed utilizzare. E nel modo più o meno corretto di
interpretare ed usare tali strumenti, nella misura in cui tale modo
di interpretare prospettivamente una realtà in divenire riesca
a responsabilizzare e convincere il soggetto di tale realtà,
cioè, la popolazione, è insita l’essenza stessa
della vita democratica, fondata sull’articolazione degli organi
dello Stato, sulla presenza incisiva dei partiti, dei sindacati, e di
ogni libera forma associativa, e, perché no, sulla corretta dialettica
interna dei partiti stessi».
Si era nel 1973, l’anno del colera.
Chi poteva immaginare, quando facevo queste considerazioni, che il colera
si andava già impossessando, proprio attraverso i partiti, dei
principali gangli della società?!
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