SAN MONTANO E LA VIRIL


Ma torniamo a dare ordine cronologico alla narrazione e cerchiamo di ricordare tutto quanto cominciò a modificarsi nell’Isola attorno all’azione di Rizzoli.
Parlando della VIRIL, si è avuto modo di accennare a San Montano, località che, nell’intenzione del senatore Parodi, doveva essere il fulcro della valorizzazione di Lacco Ameno.
San Montano merita un riferimento particolare in questa narrazione, perché ha costituito e costituisce un momento essenziale nella storia di Lacco, sia dal punto di vista archeologico che dal punto di vista religioso e civile.
Va innanzitutto detto che la località evidenzia appunto una di quelle anomalie di confini amministrativi di cui si è accennato quando si è parlato della ricostituzione dei sei Comuni isolani.
Tutta la rada di San Montano, compresa la spiaggia, con la collina di Monte Vico da un lato e la Mezzatorre dall’altro, è, naturalmente parlando, una pertinenza di Lacco Ameno. E invece la stradina che ne porta il nome segna il confine innaturale tra Lacco Ameno e Forio, cosicché le case che stanno sulla sinistra di chi scende e metà della spiaggia fino alla Mezzatorre, questa compresa, appartengono amministrativamente a Forio.
Fino agli inizi degli anni trenta San Montano ha avuto soltanto un significato per la fede dei Lacchesi e degli altri isolani, devoti di Santa Restituta, che hanno raccolto e coltivato la tradizione dello sbarco della Santa Patrona sulla spiaggia di San Montano, nella quale ogni anno fiorivano dei gigli particolari, che venivano chiamati appunto gigli di Santa Restituta. La zona era addirittura considerata luogo di culto, al punto che si era finanche progettata una cappellina da dedicare alla Santa in un piccolo spazio demaniale.
Ma la spiaggia è sempre stata utilizzata dai Lacchesi per la balneazione, anche per la presenza di polle di acqua termale che sgorgano nel tratto di mare antistante, alle pendici di Monte Vico, e per i bassi fondali del mare, nel quale, tuttavia, il fondo sabbioso presenta alcuni dislivelli che costituiscono un pericolo per chi è inesperto.
Le polle di acqua caldissima sono sempre state utilizzate in maniera artigianale, racchiuse in una sorta di vasca marina, delimitata da piccoli scogli che veniva indicata col termine di «pozzillo». A pochi metri dalla battigia, nel secolo scorso, era stata installata una baracca nella quale venivano ricoverati malati contagiosi, una specie di «Lazzaretto». Negli anni trenta la baracca ancora esisteva, ma, ovviamente, non aveva più la stessa funzione.
Tra i miei ricordi personali affiora l’epoca in cui un estroso cittadino di Lacco Ameno, reduce dalle Americhe, decise di creare in quella baracca un posto di ristoro per i bagnanti, che sempre numerosi frequentavano la spiaggia. E il ricordo è fermo alla circostanza in cui, ragazzino di circa dieci anni, accompagnai un mio zio che sul tetto spiovente di zinco della baracca fu incaricato di scrivere, a lettere molto grandi da poter essere lette da lontano «Buvette».
A sapere che, nei decenni successivi, la zonetta su cui insisteva la baracca e tutta la località doveva costituire per un amministratore oggetto di attenzione, di studio e di valorizzazione.
La piana di San Montano, a partire dagli anni trenta, è stata oggetto di scavi e di studio da parte della Soprintendenza archeologica e, principalmente, di Giorgio Buchner, il quale vi ha individuato un’estesa necropoli, subito attribuita alla colonia di Pithecusa, che ha restituito migliaia di reperti che, accuratamente restaurati, studiati e catalogati, hanno consentito di ricostruire pagine di storia, che fanno oggi, nella lettura ormai acquisita degli esperti, di Pithecusa il crocevia del mondo antico.
Paradosso della storia dei popoli!
Là dove oggi sorge il modernissimo complesso in cui per molti mesi all’anno pullula la vita di diecine di migliaia di persone di ogni età che frequentano il «Negombo» con le sue piscine, le sue attrezzature balneari, i suoi ristoranti, nei millenni addietro venivano interrati i defunti con il loro corredo da servire per l’oltretomba.
Ma di questi reperti si parlerà più avanti, allorché si tratterà della loro sistemazione nel Museo di Pithecusa.
Vediamo, intanto, come si arriva al «Negombo».
Per principio sto cercando di evitare di citare nomi, per non cadere in dimenticanze o, quel che sarebbe peggio, in giudizi di merito. Per San Montano, tuttavia, dopo aver citato il benemerito professor Buchner, non si può fare a meno di qualche altro riferimento. Citerò solo tre nomi: Pierino Massaro, il Duca Camerini, il Conte Camerini, suo figlio.
Se quasi tutta l’estesa piana di San Montano, ad eccezione della parte iniziale venendo da Lacco, è stata sottratta al boom edilizio, lo si deve al fatto che la maggior parte della zona pianeggiante e tutto il versante occidentale della collina di Monte Vico furono acquistati dal Duca Camerini a mezzo del suo procuratore Pierino Massaro.
Quest’ultimo fu il primo operatore che trasformò il rudimentale posto di ristoro in un moderno ristorante quasi sulla spiaggia, sfruttando le poche strutture esistenti e installò un primo stabilimento balneare.
Il Duca, dopo aver acquistato decine di migliaia di metri quadrati di terreno, si limitò a trasformare l’incantevole zona con una fitta alberatura ricca di esemplari esotici, senza che si potesse immaginare quale scopo avesse quel suo impegno.
Lo ricordo ancora immerso nel bosco verdeggiante da lui curato, come se si beasse di ammirare quel suo nuovo ducato, così come, porobabilmente, faceva in un’altra località di Ischia, la Pagoda, dove aveva fissato la sua residenza, nella quale aveva, tra l’altro, sistemato una rinomata biblioteca, acquistata dagli eredi del Dottor Mennella di Casamicciola.
Era lì, alle pendici della collina che guarda San Montano, e pareva che voleva esserne il custode e quasi faceva rabbia al pensiero che volesse monopolizzarne la fruizione.
Quando il Comune di Lacco Ameno progettò di migliorare l’accesso alla spiaggia, allargando, a mezzo di un cantiere-scuola, il sentiero che dalla via provinciale menava al bel mare di San Montano, dovette fare i conti con lui, il Duca.
Difatti, le opere finanziate con i fondi della disoccupazione e realizzate con i cantieri-scuola non consentivano espropri.
Era assolutamente necessario procedere a cessione bonaria del terreno occorrente per l’ampliamento del sentiero. E tutto il terreno limitrofo a tale sentiero era di proprietà di Camerini. Il quale, all’invito del Comune a voler cedere quel tanto di suolo che consentisse di allargare sia pure di poco il viottolo, non disse di no, ma pose ben precise condizioni. E cioè, che l’allargamento non interessasse l’ultimo tratto di strada, per evitare che i mezzi di locomozione arrivassero fino alla spiaggia. La strada doveva essere, a notevole distanza dall’arenile, interrotta da gradoni e, anzi, disegnò un grande arco, quasi una porta d’accesso alla località, in corrispondenza al sovrastante grande portale che dalla provinciale immette nellealocalità Mezzatorre.
Ricordo che da Santa Margherita Ligure mi mandò una cartolina con la fotografia di quel lungomare disseminato di attrezzature balneari e con l’invito a fare in modo che San Montano non facesse la stessa fine di Santa Margherita.
Ho trovato agli atti del Comune una lettera autografa e datata 28 settembre ’51, che ritengo opportuno riprodurre:

28 sett. 51
Egregio Signor Sindaco,
con vivo disappunto ho constatato ieri che, a meno che Ella non intervenga provvidenzialmente in extremis, gli insopportabili fragori dei microtaxi turberanno d’ora in poi la baia di S.Montano, ultima oasi di pace e di ristoro per i nervi del cittadino, sin qui miracolasamente preservata sulla costa settentrionale dell’Isola.
Un ultimo appello rivolgo a Lei, e a tutti i Lacchesi di gusto e di buonsenso, affinché la strada carrozzabile, spintasi anche troppo oltre, venga continuata in un sentiero alquanto più largo dell’attuale, ma frequentemente interrotto con cippi e gradini, onde venga costretto il microtaxista a smontare e a condurre a mano, in relativo silenzio, sino in prossimità della spiaggia il suo «strumento» di locomozione propria e di tortura altrui. L’eco, fortissima in tutta la valle, e la straordinaria acustica di cui è esperto chiunque è pratico di quei luoghi, farebbero di S. Montano un inferno (da quel paradiso ch’esso è) qualora di tali suggerimenti, a dispregio del generale vantaggio e del buon nome di queste meravigliose contrade, non venisse tenuto alcun conto.
Ella è ancora in tempo per correre ai ripari!
Con perfetta stima mi abbia
Suo devotissimo
L S Camerini

Ma gli eventi non sempre seguono il disegno degli uomini.
Ironia della sorte! Il Conte Camerini non ha potuto secondare la volontà del Duca Camerini. E oggi San Montano, con il suo «Negombo» è quella zona che attira migliaia di fruitori da tutto il mondo e conosce gli artisti più alla moda, che ogni anno si esibiscono di fronte ad immense platee di spettatori.
Ma non è tutto!
San Montano è una fonte di storia, ma anche di un potenziale ulteriore sfruttamento turistico.
Anche qui cultura e turismo, intendendosi per cultura tutto ciò che fa dell’uomo un collaboratore della natura e della natura l’ambiente capace di aiutare l’uomo a vivere, e per turismo la via maestra perché l’uomo possa fare di ogni località della terra la patria di tutti, anche qui cultura e turismo hanno incontrato e incontrano momenti di frizione, per superare i quali non sono mancati e non mancano tentativi di mediazione tra le varie esigenze.
La prima esigenza è indubbiamente quella ambientale.
Non si può disconoscere al Duca Camerini il merito di aver preservato la zona dall’assalto indiscriminato della cementificazione. Cosa che, tuttavia, non è stato possibile fare nella parte più a monte della piana di San Montano, dove una miriade di casupole hanno creato una situazione di degrado, che inutilmente l’amministrazione comunale ha cercato di bonificare con un piano di demolizione dei tanti manufatti, abusivi e non, e la loro sostituzione, lungo le pendici della scarpata di Monte Vico, con piccole unità abitative bene inserite nell’ambiente e non sucettibili di ampliamenti nel tempo.
Un programma di risanamento, redatto agli inizi degli anni ottanta, è rimasto nel cassetto, per difficoltà di carattere burocratico, finanziario e politica di basso profilo.
Restava e resta l’altra esigenza di trovare un contemperamento fra il disegno culturale di indagare su tutta la piana per portare alla luce altre pagine di storia, sepolta sotto vari strati di terreno vegetale, e l’interesse dell’operatore turistico di ampliare le strutture che, senza alterare la bellezza dei luoghi, ne aprissero la fruizione a più vasti strati di frequentatori.
Fu così che, sempre agli inizi degli anni ottanta, promossi incontri tra i rappresentanti della Soprintendenza archeologica e quelli della Società Cinarime, anagramma di Camerini, per vedere se era possibile un’intesa per una risposta intelligente alle esigenze della cultura e del turismo. Il ragionamento dell’amministrazione si basava su queste considerazioni.
La Soprintendenza deve completare gli scavi archeologici, ma non ha adeguati mezzi finanziari e, almeno così era allora, neanche le moderne strumentazioni per un’indagine rapida ad escludendum, cioè, rivolte ad evitare scavi inutili; il privato operatore ha interesse a realizzare altre strutture, piscine termali, solari, giardini, spazi alberati.
Si sovrappongano i due progetti.
La Soprintendenza indichi all’operatore turistico dove ha esigenze di scavare.
L’operatore provveda a sue spese alle operazioni di scavo, sotto stretto controllo della Soprintendenza.
Una volta indagata tutta la zona di interesse anche turistico e portato via ogni reperto da studiare per arricchire il patrimonio archeologico di cui già la zona di San Montano è stata prodiga, si restituisca il terreno alla fruizione del privato, così come la legge prevede.
Pareva una soluzione logica e tale da soddisfare le giuste e prioritarie esigenze della cultura, senza penalizzare quella del turismo.
Ancora una volta il tentativo di mediazione non fu compreso.
Dalla località di San Montano vengono, tuttavia, alcuni spunti a continuare il discorso, anche questi pertinenti alla cultura e al turismo.

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