L’ATTIVITÀ DI RIZZOLI A LACCO AMENO


L’attività di Rizzoli a Lacco Ameno ha avuto un periodo, sia pur breve, di gestazione che merita di essere considerato anche per valutare la serietà del suo impegno nell’affrontare un’impresa non congeniale a quelle che lo vedevano già collocato nelle sfere dei grandi industriali.
Accanto ai due tentativi non andati in porto e di cui si è già parlato, quello, cioè, di realizzare un albergo sul suolo di risulta di un intero quartiere baraccato da demolire e quello di dar vita ad una società mista per la valorizzazione programmata dell’intera Isola, molti furono i progetti rimasti nel cassetto, prima che prendesse corpo l’assetto definitivo del suo piano.
Di recente, un giovane architetto è stato a «rovistare» nello studio dell’architetto Gardella, al quale Rizzoli aveva affidato il non facile compito di ridisegnare Lacco Ameno.
È significativo rilevare come il famoso architetto abbia proceduto per tentativi nella ricerca di una nuova configurazione della zona di maggiore interesse per il programma alberghiero e termale di Rizzoli. Dell’idea di realizzare una struttura turistica al posto del grosso rione baraccale alle spalle della chiesa di S. Restituta vi è traccia evidente nei disegni del Gardella. Connessa allo sviluppo di una tale idea, vi è una serie di schizzi per dare nuova strutturazione alla piazza sottostante, che di lì a qualche anno prenderà ufficialmente il nome di Piazza S. Restituta.
Meraviglia il fatto che il progetto al quale l’insigne architetto deve aver lavorato avesse sempre una visione d’insieme tendente quasi ad escludere il resto del paese, cioè, la parte di esso che dalla piazza va verso il centro.
Il nuovo centro, o, meglio, l’unico centro avrebbe dovuto essere la zona alberghiera e termale.
Sta di fatto che in qualche disegno, fortunatamente rimasto a livello di ipotesi, l’attuale piazza è in gran parte chiusa per chi la guardi dal Corso da un grosso ingombro costituito da una struttura che in termini generici potremmo definire auditorium.
Ovviamente, a considerare l’attuale definitivo assetto, che ha fatto di Piazza S. Restituta la piazza più bella dell’Isola, l’idea di costruirvi quel grosso ingombro appare assolutamente assurda.
Inserita, invece, una tale struttura nel contesto urbanistico che vedeva una nuova configurazione dell’agglomerato che si affaccia dal lato della collina e la ricostruzione dell’abitato rionale al posto dove è sorto poi il Reginella, si può immaginare, capire, e, forse, apprezzare, la fattibilità e la bontà dello studio. Ma sempre nell’ottica di creare un’oasi che quasi volesse escludere il resto del paese.
E questo noi non l’avremmo mai consentito.
Anche se, forse, all’epoca, l’avremmo tutt’al più subito per necessità.
Il paese non poteva essere ghettizzato.
Un’altra ipotesi di sviluppo, che poi non ha avuto seguito, è rappresentata dalla progettazione di un albergo nella Villa Arbusto, che, nel frattempo, era stata acquistata da Rizzoli.
Fortunatamente le soluzioni alternative si sono appalesate di gran lunga migliori. Tranne, ovviamente, che per la mancata trasformazione del Rione Ortola.
La Piazza è rimasta aperta, mentre il corso dal quale vi si accede e che in seguito prenderà il nome di Corso Angelo Rizzoli, si è ampliato e gradatamente abbellito, innanzi tutto ad opera dello stesso Rizzoli nel tratto terminale e poi per interventi pubblici e di altri privati.
Trovata la sistemazione della Piazza, che, grosso modo, era quella attuale, con una fontana monumentale centrale e alcune grosse aiuole, era necessario alberarla.
Qui si ebbe il primo incontro traumatico tra due mentalità, o, meglio, tra la visione localistica fortemente condizionata da una finanza di piccolo centro e la programmazione di ampio respiro di un industriale.
L’amministrazione comunale accettò di interessarsi all’acquisto e alla messa a dimora di un certo numero di pini. Non esistevano, allora, i vivaisti locali e l’arte di arredamento di piazze e di ville era ancora da svilupparsi nella nostra Isola.
Andai personalmente a Melito, accompagnato da un consigliere esperto. Furono acquistati e messi a dimora tutti i pini che razionalmente la piazza poteva contenere. Erano pini adulti, molto alti, ma senza una chioma già sviluppata ad ombrello.
Non appena Rizzoli vide la Piazza così alberata, mi disse: «Ma gli alberi devono servire a far bella la Piazza oggi, non nei decenni prossimi!»
Quando gli facemmo sapere che la spesa complessiva ammontava, mi par di ricordare, a lire trecentomila, egli rispose che non aveva inteso mettere limite alla spesa. Pagò quanto si era speso, fece spiantare tutti i pini, dei quali non conobbi la fine che fecero, e li sostituì con altri che costavano ognuno quanto erano costati i primi tutti insieme.
Capii, allora, che si era su due lunghezze d’onda assolutamente diverse e mai avremmo potuto dare una valida collaborazione in campi come quello nel quale avevamo «fallito».
Vi fu, tuttavia, un’altra circostanza in cui il Comune si trovò a dare la sua indispensabile collaborazione al miglior funzionamento delle aziende Rizzoli. Fu una circostanza che si articolò in due tempi e nella quale il Comune ebbe modo di affermare con grande dignità e fermezza il suo ruolo.
Come si sa, tra le terme della Regina Isabella, ristrutturate, e l’albergo omonimo, ricostruito, corre una stradina comunale che prosegue con una rampa a scaloni che si inerpica sulla collina di Monte Vico e che agli inizi degli anni cinquanta arrivava fino al cimitero, posto proprio sulla collina. Per quella stradina e per quella rampa transitavano gli asinelli con i loro carichi d’uva raccolta su tutta la collina, al tempo della vendemmia, e tutti i cortei funebri trasportati a spalla fino al cimitero.
L’una e l’altra cosa creavano certamente qualche disagio ai nuovi insediamenti turistici.
Rizzoli diede incarico ad un tecnico di studiare una variante alla rampa, partendo dalle spalle del Rione, grosso modo là dove, attualmente, ha inizio la nuova via Montevico. Il costo della variante era di sette milioni e mezzo, che furono depositati per la realizzazione dell’opera.
Nel 1952, come si accennava innanzi, cambia l’amministrazione.
Vi furono prima due periodi di gestione commissariale e dal ’54 al ’56 un’amministrazione ordinaria.
Nel ’56 torna l’amministrazione da me presieduta e una delle prime pratiche messe in cantiere fu quella della via Montevico.
Chiamai Rizzoli, o chi per lui, poco importa, e feci sapere che l’amministrazione era ancora interessata ad eliminare il disagio che la stradina creava alle nuove strutture, ma che la soluzione non poteva essere nella sostituzione di una rampa con una nuova rampa.
Bisognava risolvere il problema dell’accesso al Cimitero nella maniera più razionale. Per fare questo non era adeguato il progetto, fatto redigere da Rizzoli, e non era certamente sufficiente la somma da lui messa a disposizione del Comune. Se non poteva adeguare la somma, cosa che il Comune, del resto, non poteva pretendere, ritirasse pure i sette milioni e mezzo che aveva offerto, perché l’amministrazione comunale aveva già studiato una diversa soluzione.
E così fu.
Poiché, in base alla cosiddetta legge Tupini, il Ministero dei Lavori Pubblici aveva stanziato a favore del Comune la somma di lire trenta milioni per la realizzazione di una strada che congiungesse la zona rivierasca con la zona alta del Fango, e poiché per tale opera la somma appariva insufficiente, si decise di chiedere lo storno dei trenta milioni per la realizzazione della nuova via Montevico, e di interessare la Provincia per la costruzione della via per il Fango, utilizzando finanziamenti da parte della Cassa per il Mezzogiorno.
Di lì a qualche anno ogni tassello del programma andò al posto giusto. Le due strade furono una realtà, senza il contributo del privato.
Una circostanza va ricordata.
Per la costruzione della via nuova Montevico, fu usata per la prima volta all’isola la pala meccanica. Era della Ditta dei fratelli Negri. Per l’ampliamento del sentiero era necessario operare ai margini della scarpata. Un rovinoso quanto spettacolare rovesciamento della pala meccanica fece precipitare il pesante mezzo lungo la scarpata, con gravi lesioni al manovratore, che ne porta ancora i segni. Fortunatamente gli arbusti della collina, tra i quali la pala rimase impigliata, evitarono che la stessa e il suo conducente finissero nel mare sottostante.
Nel frattempo, Rizzoli sviluppava appieno il suo programma.
Alla ricostruzione delle antiche terme e dell’albergo della Regina Isabella seguiva la costruzione dell’albergo della Reginella. Accanto a questo un modernissimo Cineteatro, una vera «bonbonnière», che ospiterà la migliore produzione cinematografica della «Cineriz» e vedrà la presenza delle più illustri personalità del mondo dello spettacolo. Sempre annessa all’albergo, una serie di campi da tennis con un pecorso di minigolf, un’ampia ed attrezzata autorimessa.
Il piccolo sentiero, la via Messeronofrio, veniva allargato e prolungato fino all’autorimessa e ad un gruppo di moderne palazzine per l’abitazione dei dipendenti della società Rizzoli. Lateralmente venivano sistemate le grosse fangaie per la «macerazione» del fango. Sulla piazzetta antistante l’albergo venivano realizzati gli stabili per gli uffici della Società e per il Banco di Napoli, che, intanto, aveva istituito un’agenzia a Lacco Ameno.
Dal lato dell’albergo della Regina Isabella, la nuova sistemazione vide l’ampliamento della stradina tra le terme e l’albergo stesso con il congiungimento della stradina all’ampio spazio antistante l’albergo, con al centro una mastodontica «meridiana» e, sul lato che guardava il Municipio e la Piazza Santa Restituta, dei negozi lussuosi che ospiteranno importanti attività di antiquariato.
IL 21 ottobre 1962 il Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Amintore Fanfani, inaugurò ufficialmente l’ospedale Anna Rizzoli, sorto su suolo della Curia Vescovile e donato dal Cav. del lavoro Angelo Rizzoli agli Ospedali Riuniti di Napoli.
Non per amore del superfluo, ma per sottolineare qualche aspetto peculiare dei rapporti tra l’industriale illuminato e la popolazione, si ritiene opportuna una breve digressione dal racconto.
Si è accennato sopra che, tra la proprietà privata delle terme e dell’albergo, correva la stradina comunale che proseguiva verso la via Montevico. Detta stradina porta il nome di Nicola Ciannelli, già proprietario delle terme. Per garantire una maggiore tranquillità agli ospiti dell’albergo, evitando che le macchine arrivassero fino al suo ingresso anche di notte, la società installò una grossa catena che chiudeva l’accesso ad ogni tipo di veicolo, ancorandola, da un lato, ad una colonnina posta sul marciapiede privato e, dall’altro, ad una uguale colonnina sistemata sotto quello antistante le terme, cosicché detta catena veniva ad inglobare anche la stradina comunale. A questo punto, anche se per detta stradina non c’era più traffico, perché la collina di Montevico era ormai servita da una comoda strada fatta costruire dal Comune, quella catena fu accolta come un segno di prevaricazione dell’industriale sulla libera fruizione di un bene pubblico. Ci fu un forte movimento di opinione contro l’iniziativa di Rizzoli, per cui l’amministrazione fu costretta a chiedere alla società di accorciare la catena, in modo da escludere i circa due metri di passaggio comunale.
Ricordo che Rizzoli, amareggiato, mi fece notare che l’iniziativa era dovuta all’esigenza dell’azienda per la difesa della sua tranquillità anche da taluni dei suoi clieni. Raccontava, ad esempio, di Raf Vallone, il quale pretendeva magari di arrivare nelle ore notturne fino all’ingresso dell’albergo con la sua grossa e rumorosa motocicletta, svegliando gli altri, e, al tempo stesso, si lamentava quando non poteva dormire perché altri ospiti dell’albergo facevano la stessa cosa.
Né mancarono altri movimenti di «frizione», per superare i quali dovetti fare paziente opera di mediazione, come quando dovemmo disattivare le campanelle dell’orologio della torre municipale, che, con i loro rintocchi notturni, disturbavano il sonno degli ospiti degli alberghi, o quando, dopo aver allargato a sue spese il tratto di strada che dall’edificio scolastico mena in Piazza S. Restituta, corredandolo di un adeguato marciapiede, aveva sistemato in una rientranza di quest’ultimo un cippo marmoreo per indicarne la proprietà privata. Anche allora dovetti pregare Rizzoli di evitare quel segno troppo «ingombrante» e di limitarsi ad apporre la solita piastrella con la scritta «proprietà privata».
Ma il contrasto più evidente si ebbe agli inizi degli anni sessanta.
Bisogna ricordare che Rizzoli, per venire incontro nel modo più diretto alle striminzite finanze del Comune, pensò di trasferire la sua residenza fiscale a Lacco Ameno, facendo affluire nelle casse del Comune la sua «tassa di famiglia», che ascendeva a ben diciotto milioni di lire all’anno. Va rilevato che, in quegli anni, l’intero ruolo della tassa di famiglia ammontava a circa venti milioni, per cui tutta la popolazione contribuiva per solo due milioni.
Ma non fu un’operazione semplice, perché sorse subito un contenzioso tra il Comune di Lacco Ameno e quello di Milano, il quale non accettò di buon grado la decisione del «suo» facoltoso contribuente di cambiare residenza.
Vi furono meticolosi accertamenti anche da parte dei carabinieri, volti a stabilire se veramente Rizzoli avesse una dimora più o meno prolungata a Lacco Ameno. Milano passò a vie di fatto, procedendo ad un accertamento astronomico nei confronti del contribuente che si era sottratto al suo «dovere» di milanese. Si può a questo punto pensare che Rizzoli avesse fatto quella operazione per risparmiare. Ma non fu così, perché lo stesso comune di Milano fece sapere a Rizzoli che se avesse bonariamente accettato di ripristinare la sua residenza milanese, si sarebbe arrivati ad un concordato favorevole.
La questione andò avanti per alcuni anni, ma la lotta tra Lacco Ameno e Milano era troppo impari perché potesse non risolversi a favore della metropoli lombarda.
Nel frattempo, Rizzoli ebbe modo di far pesare in maniera non troppo simpatica questo «favore fiscale» che lui stesso aveva deciso di fare al nostro Comune. E fu quando la sua società chiese al Comune di ampliare di una decina di metri la concessine dell’arenile antistante l’albergo della Regina Isabella.
Di fronte al «traccheggiamento» dell’amministrazione comunale, Rizzoli mi fece una specie di ricatto, facendomi capire che se non avessimo deliberato al più presto l’ampliamento della concessione, avrebbe trasferito immediatamente la sua residenza nuovamente a Milano, privando il Comune della cospicua entrata.
L’ amministrazione non fu d’accordo e non mancò chi apertamente affermò che Rizzoli poteva anche mettere a segno il suo proposito, ma non era corretto cedere al «ricatto», tanto più che quel tratto di spiaggia era utile ai pescatori.
Cercai di barcamenarmi tra le due posizioni fino a che, deciso a salvare capra e cavolo, cioè la sostanziosa posta del bilancio comunale e l’autonomia dell’amministrazione, convinto che, dopo tutto, il danno ai pescatori era pressocché irrilevante, chiamai il Direttore della Società di Rizzoli e gli dissi di spostare di notte la rete di delimitazione del tratto di spiaggia in concessione in modo da inglobare di fatto il breve tratto di arenile richiesto, senza attendere una delibera che l’amministrazione non avrebbe mai fatta.
Erano tempi in cui l’«omnia munda mundis» di manzoniana memoria aveva un senso, per cui nessuno parlò.
Oggi, in tempi di sospetti e di tangenti, non sarebbe stato possibile neanche pensare una soluzione del genere.
E dire che anche quel tratto di spiaggia era diventato praticabile proprio per le opere realizzate da Rizzoli anche a mezzo di scogliere, sistemate a sue spese, e che molti pescatori, specie i più giovani e intraprendenti, erano diventati ormeggiatori di motoscafi dei clienti del Regina Isabella oppure avevano essi stessi acquistato dei motoscafi costituendosi in cooperativa tra loro.
Era l’epoca dei Vip dell’economia e dello spettacolo, l’epoca di turisti di élite, che il Sig. Campione andava contattando per il mondo e che il solerte avvocato Serena, con l’eterna «fidanzata» bolognese, accoglieva negli alberghi, sempre curati nei particolari, sotto la vigile attenzione del commendator Fiorentino, gestore del complesso alberghiero e amico di Rizzoli. Non si lesinavano spese per la manutenzione delle strutture e per un trattamento alla clientela sempre all’altezza del prezzo, che raggiungeva cifre da capogiro. Ed erano i tempi in cui le signore d’ogni età potevano darsi il lusso di sfoggiare preziosi ornamenti negli alberghi e per le strade, prima che il pericolo di scippi diventasse incombente e gli orpelli andassero, per prudenza, a finire nella cassaforte dell’albergo.
A contatto con tanta ricchezza, mai prima immaginata ad Ischia, le ragazze di Lacco, diventate nel frattempo massaggiatrici o cameriere, non si lasciarono minimamente abbagliare, al punto da conservare un dignitoso distacco.
Il turismo non ha reso mai servili gli addetti ai lavori, forse perché inconsapevolmente e a tutti i livelli prevaleva il convincimento che se l’ospite, di ogni estrazione, veniva a portare ricchezza, ne fosse adeguatamente ripagato da ciò che la comunità ospitante gli dava in fatto di cura e serenità e anche di cordialità.
Il turista non può essere paragonato al cliente che ha sempre ragione. Tra il turista e la popolazione ospitante si determina una sorta di partita di giro.
Interessante è, tuttavia, notare come, almeno nella popolazione di Lacco Ameno, in quegli anni della rinascita turistica ed economica, si sia verificata un’evoluzione graduale, ma significativa, a cominciare dalle giovani generazioni. Ovviamente ciò è da mettere anche in relazione con l’evoluzione culturale, legata al diffondersi dell’istruzione obbligatoria, all’istituzione di scuole superiori e di istituti professionali, come l’alberghiero, o di corsi di formazione professionale.
Per tenere il passo con la clientela di lusso, presto le ragazze di Lacco Ameno hanno cominciato a vestire meglio e alla moda; poi nelle famiglie, in cui, sia pure per alcuni mesi all’anno, arrivava il guadagno del lavoro di più componenti, si è cominciato a mangiare meglio, mentre il problema della casa rimaneva ancora irrisoluto per molto tempo, almeno fino a quando l’economia ha fatto registrare un salto, e magari anche con qualche debito, ma con la certezza di poterlo saldare, ognuno ha cercato, se non di costruirsi un nuovo alloggio, almeno di rendere meno invivibile la propria abitazione nei vari rioni del paese.
È un periodo, questo, che merita una qualche considerazione particolare, perché in esso affondano le radici di tutto il buono e il meno buono che l’Isola ha fatto registrare nel campo dell’edilizia e nel settore urbanistico in genere.
Come si è avuto modo di accennare, tra gli impegni prioritari del Comune, c’era quello di risolvere il problema dei rioni baraccati.
A tale scopo si predispose, intorno alla fine degli anni cinquanta un «Piano di risanamento», che prevedeva la demolizione e la ricostruzione, nei singoli agglomerati, di tutte le abitazioni fatte di legno e zinco, sostituendole, ovviamente, con costruzioni in muratura, in modo, però, che le stesse fossero disposte tutte su due piani e intervallate tra loro da un sistema viario e spazi liberi razionalmente distribuiti.
Considerato, inoltre, che, nonostante la realizzazione di molte case popolari in altra zona del paese, quasi tutte le baracche dei rioni erano rimaste abitate, nello stesso Piano di risanamento fu previsto un insediamento nelle vicinanze del Rione più grande - il Rione Genala - in zona libera da costruzione e, precisamente, alle falde della collina di Montevico dal lato sud. Tale nuovo insediamento avrebbe dovuto consentire l’inizio di una «rotazione» per poter progressivamente trasferire gli abitanti del Rione e demolire le baracche sul cui sito realizzare altre case secondo il Piano di risanamento. Questa volta, però, l’intuito dell’amministrazione comunale s’infranse contro una visione massimalistica della burocrazia.
Il Piano fu approvato; ma ne fu enucleata la parte riguardante il nuovo insediamento, premessa indispensabile per l’attuazione del Piano nel suo complesso. Così che non se ne fece niente. Con la conseguenza che il Rione è stato ricostruito dai privati senza un regolamento, perché ogni proprietario ha ricostruito per conto proprio, e la zona libera, destinata all’insediamento che consentisse la rotazione, fu, negli anni, occupata da costruzioni anch’esse private.
Si ricorda che, all’epoca, non vi era ancora obbligo di Piano Regolatore, a proposito del quale è opportuno fare dei cenni cronologici.

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