DECOLLO DELL’ISOLA NEL CAMPO TURISTICO


Gli anni tra la fine dei quaranta e l’inizio dei cinquanta furono determinanti per l’inserimento dell’Isola d’Ischia nella programmazione per lo sviluppo economico e sociale del mezzogiorno.
Bisogna prendere come anno di riferimento il 1948 e in esso l’avvenimento politico che lo caratterizzò, le elezioni del 18 aprile. Ischia non mancò di dare il suo apporto alla vittoria della Democrazia Cristiana sul fronte delle sinistre.
Qui non si vuole introdurre una marcata digressione politica alla narrazione, ma cercare un aggancio agli avvenimenti che seguirono a quell’evento e che consentirono il decollo dell’Isola nel campo del turismo.
La battaglia elettorale del 18 aprile vide, come si sa, schierata l’autorità ecclesiastica a sostegno dei cattolici più direttamente impegnati in politica. E, per una sorta di distinguo che tendeva anche a salvaguardare la Chiesa da un eventuale esito non positivo nella decisiva svolta politica in Italia, furono costituiti i Comitati Civici, organismi che, pur impegnando la parte più ortodossa dei cattolici, consentirono un’aggregazione molto più ampia fra tutti quelli che erano convinti di dover fare baluardo contro lo schieramento dei socialcomunisti.
Dopo la vittoria del 18 aprile, i Comitati Civici, che si erano data una organizzazione periferica molto efficiente, rimasero e per diversi anni ancora rappresentarono strumento di coagulo di forze anche non omogenee. E a Ischia, il Comitato Civico si trasformò in organo di programmazione che seppe utilizzare le varie energie politiche isolane, che avevano intuito l’esigenza di intraprendere un discorso unitario per una valorizzazione contestuale di tutta quanta l’Isola.
Ischia non era ancora unificata nel nome del partito della D.C., cosa che, invece, avvenne nella seconda metà degli anni cinquanta, allorché tutte e sei le amministrazioni comunali si trovarono a lavorare con riferimento al partito di maggioranza. E fu questo il periodo in cui si poterono realizzare le infrastruture indispensabili allo sviluppo dell’Isola.
Ma fino ad allora il Comitato Civico fu l’organo più credibile in grado di rappresentare le esigenze dell’Isola in senso unitario a chi doveva dare risposte adeguate. Il mio rammarico è di non essere in possesso delle risultanze di un importante convegno organizzato dal Comitato Civico presso il Pio Monte della Misericordia a Casamicciola, che rappresentò, a mia memoria, un primo passo per una seria programmazione per lo sviluppo dell’Isola.
Non ho e non so dove cercare il documento approvato in quel convegno, ma ricordo bene, per esserne stato l’estensore, che, quando il verbale della seduta conclusiva venne letto all’assemblea, dopo l’elencazione puntuale di tutti i problemi da affrontare e risolvere: lavoro, acqua, luce, strade, case, scuole, fogne, trasporti, ci fu chi suggerì di aggiungere, come ultima istanza, buttata lì tra il serio e il provocatorio, la creazione di un ponte che congiungesse l’Isola alla terraferma. Alle giuste rimostranze di tutti i partecipanti, il proponente, persona molto tenace e coerente nel proprio ruolo di amministratore, aggiunse che non c’era poi tanto da ridere su quella idea, anche perché nessuno poteva prevedere cosa sarebbe successo di lì ad alcuni decenni.
L’idea era certamene balzana, ma a considerarla oggi ed esplicitandola in maniera figurata, possiamo ben dire che non c’è stato certo un ponte gettato su enormi piloni, ma ci sono stati dei collegamenti che allora non erano ancora pensabili.
Oggi abbiamo l’acquedotto che collega l’Isola alla costa di terraferma, abbiamo una serie di cavi che adducono all’Isola l’energia elettrica dal continente (un primo cavo fu posto nel 1951, un secondo nel 1957, un terzo nel 1962, altri due nel 1968), abbiamo, principalmente, decine di traghetti che consentono il passaggio da e per l’Isola di migliaia di macchine, forse più di quante si temeva allora potessero passare sull’ipotetico ponte, che avrebbero fatto perdere ad Ischia la sua insularità.
Ma sotto un altro aspetto, ancora più allegorico, l’isola un ponte con la metropoli è venuta costruendolo, ed è il ponte che ha lanciato e lascia passare tutto ciò che di buono e di meno buono ha caratterizzato e caratterizza la società napoletana.
Io ho più volte affermato che il mare non deve soltanto dividere, ma anche unire l’Isola alla terraferma, ma lo dicevo per il timore che l’isolano, specie la gioventù isolana, chiudendosi culturalmente, professionalmente nei poco più di quaranta chilometri quadrati dell’Isola, finisse col limitare il suo orizzonte di vita e diventare un isolato. Ma non si auspicava, certo, che Ischia diventasse un sobborgo di Napoli.
Per fortuna, però, il ponte, che lo sviluppo turistico ha costruito, non si è fermato a Napoli e al suo hinterland, ma si è spinto nel resto d’Italia, nell’Europa ed oltre.
Pensiamo anche solo alle centinaia di lavoratori specializzati che negli anni cinquanta sono sbarcati ad Ischia ed hanno contribuito alla modernizzazione di tecniche tradizionali, lasciandone tracce nelle piccole imprese locali, e alle centinaia e centinaia di giovani isolani che andarono a vernare nelle zone turistiche più avanzate, sia per integrare il periodo lavorativo, che ad Ischia era ancora molto breve, sia per migliorare la propria professionalità. E pensiamo all’internazionalità dell’ utenza turistica.
Poi, siccome ogni vicenda ha una doppia faccia, sul ponte che ha unito e unisce l’Isola al resto del mondo, specie quello più vicino, sono transitate tante realtà negative di fronte alle quali Ischia non sempre ha saputo trovare le necessarie difese. Ma di questo si avrà modo di parlare più avanti.
Chiudiamo per il momento il riferimento agli anni quaranta e cerchiamo di ricostruire, sul filo della memoria e con qualche riferimento documentale, i principali avvenimenti riguardanti Lacco Ameno e l’Isola all’inizio degli anni cinquanta.

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