LACCO AMENO ALL’INIZIO DEGLI ANNI ‘50


È risaputo che, prima che si realizzassero le necessarie infrastrutture che rendessero possibile il lancio di Ischia tra le stazioni turistiche di rilievo internazionale, la popolazione di Lacco Ameno viveva di pesca, di agricoltura e di un artigianato povero.
Viveva in gran parte nei vari rioni di baracche costruite dopo il terremoto del 1883. L’amministrazione comunale non aveva molte possibilità di azione nel campo del lavoro. Ricordo, tuttavia, che, con una doverosa iniziativa sindacale, contattai i pochi proprietari terrieri, qualcuno anche della vicina Forio, e li convinsi ad accettare un miglioramento del salario per i braccianti agricoli, che era, allora, un salario di miseria.
L’artigianato era principalmente costituito dai lavori in paglia, che impegnavano non soltanto le donne, ma anche gli uomini, quando erano liberi da altri lavori, e, tante volte, anche i ragazzi per la fase meno impegnativa della lavorazione. Ma in questo settore, più che l’ente locale, furono gli stessi cittadini che cominciarono ad industriarsi per organizzare meglio la lavorazione e la commercializzazione del prodotto, per lo più cappelli di paglia, borse, cestini e ventagli.
La tradizione veniva da lontano. Si distingueva, in questo commercio, la signora Restituta Patalano, Titina del Pisciariello, sempre presente sui maggiori mercati italiani.
Là dove, invece, la pubblica amministrazione poté intervenire, già alla fine degli anni quaranta, fu il settore casa. Non era pensabile che, dopo tanti decenni, la maggior parte delle famiglie dovessero continuare a vivere nelle baracche di legno e zinco. E il Comune si impegnò ed ottenne i primi cospicui finanziamenti per la realizzazione di alloggi cosiddetti popolari.
Le nuove case furono realizzate nella località meno popolata, cioè, verso la Fundera, dove più facile era reperire aree libere per ubicarvi le costruzioni. Ma questa scelta, pressoché obbligata, trovò molta resistenza, almeno inizialmente, da parte delle famiglie dei pescatori che abitavano per la maggior parte nel Rione Genala, comunemente detto Ortola, alle spalle della chiesa di Santa Restituta. E il motivo di una tale resistenza era l’impossibilità di sentire il tocco dell’orologio della Torre del Municipio, che segnava la sveglia per andare a pesca e la difficoltà di correre tempestivamente, anche di notte, sulla spiaggia al primo accenno di cattivo tempo di mare, per andare a mettere in salvo «i mestieri», le reti, oltre, naturalmente, le barche.
Questo fatto ha influito negativamente sulla pianificazione futura del paese.
Le nuove case popolari furono ugualmente occupate dagli aventi diritto, che erano quelli delle baracche, ma le baracche non furono mai abbandonate, condizionando così l’intento dell’amministrazione di procedere alla loro demolizione e alla più razionale urbanizzazione della zona.
Con le nuove case vi fu un miglioramento dei servizi igienici delle famiglie, anche se alcuni attrezzi dei bagni furono da taluni adibiti ad uso improprio. Ma su questo problema si tornerà più avanti, allorché si parlerà di un altro aspetto, ancor più importante, dell’impegno di miglioramento della situazione abitativa del paese.
Poiché si è accennato ai pescatori, è opportuno ricordare che, accanto alla pesca che con un buon numero di barche, i cosiddetti «gozzi», impegnava molta parte degli addetti a questo mestiere, vi era la tonnara, una delle ultime che ancora resisteva nel Golfo di Napoli e che resisterà fino a quando le cosiddette «tonnarelle» si attrezzarono per andare alla ricerca dei tonni da catturare prima che questi «passassero» per il tratto di mare dove la tonnara li attendeva, che era la zona a largo della punta di Monte di Vico.
La tonnara di Lacco con le sue due grosse barche, lo «scieve» e il «caparrais», impegnava un certo numero di addetti, che avevano così la possibilità di sbarcare il lunario.
Il tiro a secco delle grosse barche, l’operazione di calafataggio per chiudere eventuali falle sullo scafo e il varo successivo scandivano i tempi di attività della pesca.
Ma che c’entra il Comune con la tonnara?
C’entra sì, perché il Comune di Lacco, come gli altri dell’Isola, era titolare dei cosiddetti Diritti aragonesi, tra cui quello, appunto, di poter gestire la tonnara, naturalmente, a mezzo concessione.
Forse giova qui dare qualche cenno in più su questi diritti e sull’opera del Comune per poterli far valere, in contenzioso con lo Stato moderno che ne reclamava l’estinzione.
Federico d’Aragona, sconfitto dai Francesi, fu costretto a consegnare loro il regno di Napoli e accettò di rifugiarsi con i suoi nell’Isola d’Ischia ove poteva rimanere per sei mesi.
Si era nel 1501.
Prima di lasciare l’Isola, grato per la fedeltà che gli Ischitani avevano sempre dimostrato alla dinastia degli Aragonesi, confermò tutti i «capitoli», i privilegi, le consuetudini scritte e le grazie concesse «alla fedelissima Città et Isola d’Ischia» dai suoi antecessori, Alfonso I nel 1431 e1433, Ferdinando I nel 1458, Alfonso II nel 1495 e li ampliò, tra l’altro, con i seguenti privilegi: «che fossero concesse alla Città e alle terre dell’Isola tutte le marinerie, i lidi, le spiagge, le peschiere e i promontori dell’Isola, nonché lo spazio di due miglia di mare intorno ad essa, potendone disporre le università come cosa propria».
Altro punto di tali «privilegi» era che i pescatori che avessero esercitato il proprio mestiere in quel tratto di mare fossero costretti a vendere almeno la terza parte di quanto pescato alla popolazione di Ischia, al prezzo fissato dalle autorità del posto.
Lasciamo ogni ulteriore dettaglio che esuli da questa narrazione e rileviamo soltanto che ancora negli anni quaranta la norma era rispettata, sia pure in misura contenuta, dai gestori della tonnara, i quali, in occasione dei festeggiamenti di Santa Restituta, seguivano la consuetudine della vendita sul posto del tonno a prezzo calmierato. E quello che era più importante era il rispetto del diritto del Comune a percepire un canone per l’esercizio della pesca con la tonnara.
Ma, con l’avvento dell’amministrazione democraticamente eletta, incominciò subito un contenzioso con il concessionario per l’entità del canone.
Se da un lato le trattative portarono ad un cospicuo aumento del canone da parte del concessionario, d’altra parte spinsero quest’ultimo a promuovere un giudizio per affermare la decadenza di ogni forma di privilegio, basata sulla norma di carattere generale, in forza della quale lo Stato non riconosceva più concessioni perpetue di beni demaniali.
Se nei secoli ogni tentativo di disconoscimento dei «privilegi aragonesi», sempre promosso da privati, non ebbe buon esito, il contenzioso sorto tra lo Stato e i Comuni dell’Isola, alla fine degli anni quaranta, prese subito una piega sfavorevole per i Comuni.
La difesa, ben sostenuta da valenti avvocati isolani e da uomini politici, rappresenta un’interessante pagina di diritto, che non è qui il caso di riprodurre, ma che può essere conosciuta da chi lo voglia, compulsando gli archivi comunali, in particolare quello di Lacco Ameno, ove si trovano le memorie prodotte per affermare le ragioni dei Comuni e le sentenze con cui lo Stato le contestava.
Di una circostanza è opportuno ancora far cenno.
I Comuni non vollero accettare l’unico compromesso che il Ministero della Marina Mercantile era disposto a definire, cioè, quello di riconoscere ai Comuni una concessione di novantanove anni avverso un canone da versare all’erario.
Ma perché si decise di non sottoscrivere un simile compromesso?
Perché non esistendo, all’epoca, l’istituto della subconcessione, i Comuni non avevano né la capacità né l’interesse a sfruttare direttamente la concessione, sia del tratto di mare in cui insisteva la tonnara sia degli arenili.
Agli inizi degli anni settanta il contenzioso era ancora in atto.
I Comuni dell’Isola vendettero cara la pelle. Per quanto riguarda Lacco Ameno, basti ricordare la delibera del Consiglio comunale n. 35 del 5-1-72, avente ad oggetto «Privilegi aragonesi autorizzazioni ad instaurare giudizio per continuare nel godimento pacifico dei benefici relativi. Nomina legale», alla quale si rimanda, essendo la stessa consultabile nell’archivio del Comune. Il relativo giudizio si risolve con sentenza di condanna del Comune.
Un caso analogo si verificherà successivamente per le concessioni minerarie, ma il problema si poté risolvere in maniera più semplice, prima sul piano pratico, ponendosi in essere da parte dei Comuni che avessero una concessione di coltivazione di acque termali di un contratto di «vendita» dell’acqua termale al gestore privato, come avvenne, ad esempio, tra il comune d’Ischia e la Società Marzotto per le terme annesse al Jolly, sia, successivamente, sul piano giuridico, avendo trovato presso il legislatore accoglimento l’esigenza dell’istituto della subconcessione.
Ovviamente i Comuni avevano solo interesse a promuovere e governare una programmazione di cui allora si avvertiva l’opportunità.
Per tornare ad alcuni altri problemi che si cercò di mettere a fuoco alla fine degli anni quaranta, appare opportuno fermare l’attenzione su quello riguardante l’approvvigionamento idrico.
È chiaro che, senza assicurare un minimo di disponibilità d’acqua, non era possibile parlare di sviluppo civile, anche senza volere parlare di sviluppo turistico. Le risorse locali erano limitatissime e difficilmente sfruttabili, perché le relative fonti erano molto distanti tra loro.
A Lacco esisteva la famosa sorgente del Pisciariello.
Acqua potabile che, tuttavia, aveva qualche ingrediente organico che determinava una caratteristica fisica in chi ne faceva uso continuo e, quindi, ai Lacchesi, quella, cioè, di avere i denti macchiati.
Altra circostanza che ne condizionava l’uso generalizzato, che non fosse quello potabile, era la difficoltà di attingimento, dovuta alla profondità delle «polle» e della vasca di raccolta, che rimaneva a circa dieci metri dalla superficie. L’attingimento avveniva a mezzo di una specie di «noria», azionata da una pesante ruota posta nella zona dove oggi sorge un negozio di generi alimentari lungo il Corso IV Novembre, che, comunemente, era chiamato appunto via del Pisciariello.
Cosa fece il Comune?
Raccordò, a mezzo di una condotta interrata di metallo, la vasca di raccolta dell’acqua con una fontanina a valle, nella zona dove attualmente è il distributore della Esso (Piazza Girardi o del Capitello).
Il problema pareva risolto in quanto le pendenze consentivano di attingere l’acqua a valle senza l’uso di faticose manovre con la pesante ruota. Da notare che allora non erano ancora diffusi i sistemi di sollevamento elettrico che potessero semplificare l’operazione. Senonché, dato che tutto il Corso IV Novembre poggia su un terreno ad alta temperatura per la presenza di acque termali, l’acqua del Pisciariello arrivava sì per caduta al Capitello, ma ad una temperatura di circa 30 gradi, assolutamente inutilizzabile come acqua potabile.
Altro inconveniente che mise definitivamente fuori causa la sorgente, che, per secoli, aveva dissetato i Lacchesi, fu la conseguenza dell’urbanizzazione della zona soprastante la sorgente, che presto risultò inquinata dal sistema di smaltimento delle acque nere di moltissime abitazioni, a cominciare dagli insediamenti di case popolari, allorché era generalizzato l’uso dei pozzi neri assorbenti. Cosicché, anche il ritorno al sistema di attingimento non per caduta e magari con una pompa azionata elettricamente, pur sempre possibile, perché sulla parete del negozio, sorto dov’era la famosa ruota, è rimasta la predisposizione per la posa di una siffatta pompa, è stato abbandonato, perché dal punto di vista sanitario non più praticabile. Né la portata possibile da attingere è tale da poter pensare allo sfruttamento per un uso non potabile.
In considerazione, tuttavia, del fatto che non sempre l’acqua che viene da Napoli dà garanzia di potabilità, si era pensato di attingere l’acqua del Pisciariello in una zona a monte di tutte le costruzioni, nelle vicinanze dei pozzi creati dalla Ditta Vienna, e consentirne la diffusione per uso potabile, sollevando così la popolazione dalla spesa per le acque minerali che é costretta a consumare. Ma l’idea, pur rappresentata al competente assessorato regionale, non ha avuto, al momento, seguito. Chi sa se, prima o poi, non possa essere ripresa!

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