LE PRIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Il 3 novembre 1946 si fecero le prime elezioni del dopoguerra. Ad esse, naturalmente, ci si preparò subito dopo la ricostituzione dei sei Comuni.
E qui comincia la mia avventura.
Era, credo, la fine del ’45, avevo appena compiuto la maggiore età, che allora, come si sa, era di ventuno anni, e frequentavo l’università per laurearmi in lettere. La mia aspirazione era quella di fare l’insegnante e non certo l’amministratore. Senonché, una mattina si trovò scritto con la calce molte volte e a grossi caratteri lungo tutta la strada principale del Comune «Fuori Parodi!».
Fu la molla che fece scattare in me il desiderio di saperne di più, per capire e per eventualmente dire la mia sul problema che quella scritta sollevava.
Forse quella circostanza finì per informare tutta la mia attività pubblica futura e contribuì a dare un preciso indirizzo allo sviluppo stesso del piccolo Comune, allorché la popolazione si trovò, in altre e più importanti circostanze, ad assumere un atteggiamento di apertura nei confronti di chi chiedeva di operare turisticamente a Lacco Ameno.
Chi era Parodi?
Un senatore del Regno che aveva promosso l’istituzione della Viril, una Società interessata alla valorizzazione di Ischia ed in particolare di Lacco Ameno. Una personalità di rilievo nazionale. Di lui oggi rimane la bellissima villa che ne porta il nome e la figlia, Mimosa Parodi Delfino, principessa del Drago, che ne è la nobile castellana.
Di fronte a quella scritta, io mi chiesi: «Perché fuori Parodi? Che cosa può volere costui che possa aver suscitato tanta paura e in chi? Perché non cerchiamo di capire?»
E dopo aver capito che non era logico rifiutare l’intervento di una persona dalla quale poteva derivare un impulso nuovo all’economia del paese, decisi che era per me giusto cimentarmi per potere avere un ruolo che mi consentisse di mettere in pratica questa mia concezione di apertura al nuovo.
E fu così che accettai di capeggiare una lista per le elezioni del novembre 1946.
Ovviamente mi trovai a competere con un’aggregazione che era sostenuta da coloro appunto che avevano promosso la scritta «Fuori Parodi!»
Quella circostanza non ebbe, tuttavia, un seguito diretto. Il senatore Parodi morì e con lui la Viril.
I sostenitori della «cacciata», i quali forse temevano che nel programma di Parodi ci fosse l’esproprio di qualche loro proprietà per pubblico interesse, capirono subito che nel pubblico interesse era compreso anche il loro interesse, per cui divennero tutti sostenitori dell’apertura al nuovo. Anche se non più con il programma Viril.
Ma importante fu di aver tracciato una via, aver fatto capire che Lacco Ameno non poteva vivere solo di agricoltura e di pesca, ma il suo avvenire, come quello dell’Isola, era nel turismo.
Vinsi le elezioni con una lista civica, perché i miei antagonisti avevano il sostegno della nomenklatura politica napoletana del momento e si accaparrarono il simbolo dello Scudo crociato. Subito dopo, però, fu la stessa Democrazia Cristiana a chiedermi di rappresentarla.
Ma la strada dell’apertura a nuove forme di turismo balneo-termale era appena aperta e la sua costruzione si presentò subito ancora irta di ostacoli.
Una notazione emblematica.
Il bilancio del comune di Lacco Ameno relativo al 1947 fu di £. 3.536.469, di cui 2.190.222 a carico dello Stato, perché afferenti a spese di competenza a carattere obbligatorio.
Chiarezza di vedute e tenacia diplomatica nel perseguire gl’intenti furono le linee-guida del mio primo impegno amministrativo.
Ricordo che nella prima relazione programmatica al Consiglio comunale dissi, tra l’altro, citando Orazio:

«Non hodie si exclusus fuero, desistam; tempora quæram [...]
Nihil sine magno vita labore dedit mortalibus».

Se sarò respinto oggi (dai Palazzi cui andavo a bussare per la soluzione dei problemi cittadini), non desisterò; cercherò il momento giusto... Niente la vita ha mai dato senza grande impegno.

Un brutto accostamento, se si pensa che Orazio pone quelle parole in bocca al seccatore. Ma l’amministratore può anche essere petulante con le istituzioni.
A proposito di citazioni latine, poiché nella vita amministrativa delle ricostituite realtà democratiche non è che abbondassero gl’insegnanti, ma la palestra politica a livello degli enti locali era piuttosto frequentata da liberi professionisti, in particolare, medici e avvocati, nei Comuni in cui ce n’erano diversi, ricordo che in una intervista che Rizzoli mi fece fare per conto di uno dei suoi settimanali da Oriana Fallaci, allora non ancora famosa, la giornalista titolò l’intervista «Un professore di latino che s’intende di bilanci».
Ovviamente a me non interessavano solo le aride cifre della contabilità, ma il bilancio di una programmazione che prese corpo agli inizi degli anni cinquanta. E se in me le idee erano chiare e la tenacia non mi mancava, coerenza voleva che mi dessi una norma per convincere e coinvolgere collaboratori e cittadini.
E la norma la trovai in una massima del Vangelo che, ricordo, fu il motivo centrale del mio primo discorso in pubblico dopo la prima elezione. «Chi vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
Il potere come servizio.
A considerare retrospettivamente la norma, trovo che una tale concezione della carica mi ha consentito, negli anni successivi, di alternare, con coerenza, il ruolo di maggioranza e di minoranza, senza mai perdere di mira lo scopo del mio impegno, il servizio per il paese.
Prima di affrontare i temi della grande svolta, che trovano collocazione cronologica all’inizio degli anni cinquanta, è opportuno fermare l’attenzione su qualche problema che impegnò l’amministrazione nell’ultimo scorcio degli anni quaranta.

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