CASSA PER IL MEZZOGIORNO E I DEPURATORI

Parlando di balneabilità di alcuni brevi tratti di costa lungo il litorale di Lacco, non si può non accennare ai tentativi di bonifica di tale zona, solo in parte riusciti, ed allargare il discorso all’impegno della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione su tutte le coste isolane. Impegno non sempre adeguato alle esigenze e, peraltro, interrottosi con l’esaurirsi dell’attività della Cassa.
Qui, prima di ricordare la storia dei depuratori incompiuti, è opportuno dire qualcosa sulla Cassa per il Mezzogiorno e l’Isola d’Ischia.
Più in generale il discorso può valere per la filosofia della Cassa. Me ne dà lo spunto una recente intervista con Gabriele Pescatore, che per ventidue anni ha gestito i fondi della Cassa.
Qualche anno fa, fu presentata ad Ischia una monografia su Pescatore dal titolo embematico di «Il grande elemosiniere».
Emblematico perché era l’esatto opposto dello spirito che animò l’azione di Gabriele Pescatore, il quale fu allontanato dalla Cassa, perché, avendo, anche per sua intuizione e per la sensibilità politica di chi volle la Cassa e la sostenne per i primi tempi, inforcata la via giusta della programmazione, fu visto come un pericolo politico da coloro i quali la programmazione la teorizzavano soltanto, mentre, nei fattti, trovavano più vantaggioso, per calcoli di clientela politica, fare della Cassa, libera com’era da eccessivi condizionamenti burocratici, uno strumento adatto all’erogazione «a pioggia» di finanziamenti, che non solo non hanno più rispettato i canoni di interventi programmati, ben finalizzati e coordinati con gli enti locali beneficiari, ma hanno finito per creare le tante cattedrali nel deserto che decreteranno presto la fine della stessa benemerita istituzione.
Così che oggi, travolti dalla moda che sancisce generiche e gratuite condanne del passato, anche per l’operato della Cassa per il Mezzogiorno non si ha la correttezza politica di approfondire l’analisi retrospettiva per distinguere ciò che di valido la Cassa ha realizzato da ciò che di deviato c’è stato nella sua attività.
Gabriele Pescatore, che ha avuto per tanti anni nelle sue mani le chiavi dell’unico forziere del Sud, definisce con precisione temporale e politica la linea di demarcazione tra la fase programmatoria delle grandi infrastrutture e la fase dell’arrembaggio di finanziamenti a pioggia, e la colloca nel momento in cui ogni risorsa disponibile della Cassa cominciò ad essere convogliata verso l’industria «da rapina».
Ma torniamo ad Ischia, dove pure troviamo numerosi esempi di interventi della Cassa, senza i quali lo sviluppo economico dell’Isola non poteva certamente avvenire, ma, al tempo stesso, la prova del danno che Ischia ha avuto dalla deviazione prima e dalla abolizione poi della Cassa.
Possiamo dire che se il caso Ischia fu inserito nella più generale visione della politica meridionalistica degli anni cinquanta e sessanta, lo si deve anche alla dimestichezza che i politici locali del tempo furono capaci di instaurare con i primi ministri, cui era affidata la guida della Cassa e con lo stesso Pescatore, che divenne presto un amico d’Ischia.
E possiamo ricordare lo stesso Alcide De Gasperi, alla cui intuizione si deve il concepimento della Cassa per il Mezzogiorno.
Nelle sue visite ad Ischia, il Presidente De Gasperi ebbe modo di capire le potenzialità di sviluppo delle nostre risorse turistiche e mise in moto un interesse, che poi fu alimentato e sviluppato da Campilli, Cortese ed altri, ai quali dobbiamo gli interventi più qualificati sul nostro territorio. Eppure, tranne il napoletano Cortese, erano tutti uomini che di Ischia e del Mezzogiorno sapevano ben poco.
Di De Gasperi, Pescatore dice che «non conosceva il Mezzogiorno, ignorava la sua economia, non capiva la mentalità dei meridionali. Ma ebbe il genio politico di concepire la Cassa».
Ricordo, quasi come una battuta, ma che tale non era, la circostanza che vide l’alto Commissario per il Turismo, allora non c’era il Ministero del Turismo, il Dottor Romano informarsi negli ambienti del commissariato dove si trovasse l’isola di Casamicciola, perché era stato interessato ai suoi problemi dal Presidente De Gasperi, che, peraltro, pare fosse anche suo cognato.
L’opera più notevole realizzata ad Ischia dalla Cassa è stata indubbiamente l’adduzione dell’acqua e dell’energia elettrica dal Continente a mezzo di condotte e cavi sottomarini. Oltre, naturalmente, alla realizzazione delle reti di avvicinamento ai vari centri abitati e dei serbatoi di accumulo e dei relativi impianti di sollevamento o di spinta.
Altri «momenti» dell’intervento della Cassa vanno ricordati, quello relativo alla realizzazione di talune arterie viarie e quello relativo al problema del disinquinamento e dello smaltimento delle acque reflue. E, inoltre, e questo è un aspetto del tutto diverso, il «momento» del sostegno all’industria alberghiera.
Diciamo subito che quello che in altre zone fu un momento deviante dell’attività della cassa, cioè, il finanziamento delle industrie, ad Ischia questo settore di attività rispondeva alla logica della Cassa. Finanziare, cioè, strutture alberghiere e termali significava assicurare allo sviluppo dell’Isola le infrastrutture indispensabili. Finanziare la creazione di nuovi alberghi era come realizzare acquedotti o strade. Non si poteva correre il rischio di creare cattedrali nel deserto come, invece, avvenne per quella che Pescatore definisce industria da rapina.
Ad Ischia la Cassa ha giustamente aiutato gli imprenditori a realizzare un patrimonio ricettivo che ha consentito lo sviluppo economico che l’Isola ha conseguito nei decenni del dopoguerra. Ecco perché, quando nell’ultimo scorcio degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta, si fece il tentativo di realizzare nella Pozzuoli del dopobradisismo un mega progetto di alberghi dormitori ad iniziativa di talune società del Nord con il concorso della Regione, si levò da Ischia una voce di protesta per l’incoerenza di una programmazione che rischiava di mettere in ginocchio un’attività che lo stesso Stato, a mezzo della Cassa per il Mezzogiorno, aveva promosso nella nostra Isola nei decenni precedenti. Che se la nuova iniziativa si fosse svolta esclusivamente da privati, la protesta degli isolani non si giustificava.
Fatto sta che il progetto doveva essere assistito da sovvenzioni regionali. E da ciò nasceva l’incoerenza che, ancora una volta, faceva imboccare la strada di una programmazione sbagliata o, meglio, di una mancanza di programmazione. Fortunatamente non se ne fece niente. Ma oggi un altro pericolo di mancato coordinamento nell’area flegrea viene dai tentativi di creare a Bagnoli un polo turistico destinato inevitabilmente a condizionare l’economia dell’Isola.
Anche se Bagnoli non è propriamente area flegrea.

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