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LA NUOVA SEDE MUNICIPALE
Stavamo in piazza Santa Restituta, centro della vita del rinato termalismo.
La piazza aveva trovato il suo assetto definitivo con i pini, le aiuole,
la fontana monumentale che ricordava i caduti di tutte le guerre. Le
boutiques alla moda e i bar l’arricchivano e ne facevano meta
di turisti di tutta l’Isola.
La chiesa di Santa Restituta, che, nel frattempo, era stata elevata
a dignità di Santuario, era curata nei particolari da Don Pietro
Monti, assurto ad autorità legittima e ricercata nel campo dell’archeologia,
sempre disponibile ad illustrare alle numerose schiere di visitatori
le preziose scoperte presenti negli scavi da lui stesso audacemente
realizzati.
Poteva, in un contesto così ben curato, la sede del Municipio,
annessa al Santuario e prospiciente la piazza, rimanere quella che ci
avevano tramamdato i nostri padri?
All’inizio degli anni settanta, si presentò l’occasione
propizia che, doverosamente, non ci lasciammo sfuggire.
In una delle frequenti crisi ministeriali, allorché i titolari
dei Lavori Pubblici erano soliti utilizzare, fino all’ultima lira,
i fondi del loro portafoglio, il mio amico e amico di Lacco, Folco Romano,
che di quel Ministero era funzionario di altissimo grado, mi fece sapere
che era possibile finanziare qualche opera pubblica anche nel nostro
Comune. Occorreva una richiesta corredata da una sommaria relazione
tecnico-finanziaria.
Non potevo non pensare alla sede del Municipio. Era fatiscente, i suoi
uffici inadeguati; alcuni locali adibiti ad asilo infantile ed alloggio
precario per le benemerite suore Stimmatine. La sola Torre con il sottostante
locale, da sempre utilizzato per ufficio postale, dovevano essere necessariamente
esclusi dalla demolizione. Bastava, per tale parte dell’antico
edificio, una radicale ristrutturazione.
La relazione fu pronta nel giro di qualche giorno. Il finanziamento
arrivò subito, anche se poi fu necessario integrarlo con altri
fondi, sempre a carico dello Stato. Bisognava, innanzitutto, rendere
libero da persone e cose tutta l’immensa struttura.
Gli uffici comunali furono sistemati nei locali presi in fitto alla
via Pannella. Così pure l’asilo infantile. L’ufficio
postale trovò sistemazione in locali all’inizio di via
Rosario.
L’operazione richiese, ovviamente, un notevole impegno, ma, certamente,
fu resa possibile dalla credibilità di cui allora l’ente
locale godeva.
Per gli uffici comunali, compreso un ampio locale da adibire a servizi
sanitari, fu presa in fitto una parte della villa dell’ingegner
Brunelli di Bologna. Per l’asilo un palazzetto posto tra la via
di Circumvallazione e le sottostanti fangaie della Lacco AmenoTerme,
di proprietà di una signora di Napoli. Si dovette chiedere un
accesso provvisorio allo stabile di via Messeronofrio al fine di evitare
ai bambini del Rione Ortola un lungo periplo per accedere alla nuova
sede.
All’ufficio postale pensò naturalmente il Ministero competente.
Si diceva che il Comune allora godeva di adeguata credibilità.
Non era, cioè, un cattivo pagatore. Già, perché
le finanze comunali erano floride. Né si pensi che ciò
fosse dovuto sempre alla presenza dello «zio d’America»,
cioè, di Rizzoli. Si sa che il turismo crea ricchezza diffusa,
non dà introiti diretti all’ente locale. Della stessa imposta
di soggiorno al Comune arrivava una percentuale non rilevante. Il bilancio
comunale era, invece, florido in quei tempi perché si era fatta
una rigorosa politica fiscale nel settore dell’edilizia. Al boom
di tale settore corrispose il massimo delle entrate derivanti dall’imposta
di consumo sui materiali da costruzione. Le costruzioni, allora, erano
tutte legittime, per cui nessuno sfuggiva al pagamento. E una tale politica
fece sentire i suoi effetti positivi per diversi anni ancora. Difatti,
anche quando fu abolita l’imposta di consumo, lo Stato venne incontro
alle esigenze dei Comuni con entrate sostitutive, e queste ripetevano
gli introiti realizzati nell’ultimo anno finanziario e cancellati
dalla nuova legge. E fu una legge equa, giacché non teneva conto,
come, invece, è avvenuto in seguito, dell’entità
delle popolazione, il che avrebbe finito col penalizzare i Comuni piccoli
anche quando le loro esigenze, legate all’attività turistica,
erano certamente superiori a quelle di altri Comuni in cui tali esigenze
non c’erano. I guai son venuti in seguito, quando le entrate non
furono più adeguate alle sempre nuove necessità e una
finanza piuttosto allegra portò il Comune al dissesto.
Chiusa questa parentesi, torniamo alla ricostruzione della sede municipale.
Il progetto di demolizione fu redatto dall’ingegnere Cantoli di
Aversa. Non poche difficoltà da superare sia dal punto di vista
architettonico, per cui si dovette contrastare il parere della Soprintendenza,
che presumeva di far prevalere una sua visione del progetto su quella
dell’architetto che lo aveva redatto, sia dal punto di vista giuridico
strutturale. Difatti, la maggiore estensione dell’edificio a piano
terra era di proprietà della chiesa. Gli scavi, inoltre, di Don
Pietro si estendevano arditamente al disotto di tutta l’area dell’edificio.
La chiesa, intanto, che per legge avrebbe dovuto concorrere nelle spese
di demolizione e ricostruzione non aveva i fondi necessari.
Che fare?
Si doveva escogitare il modo come realizzare il tutto a spese dell’ente
pubblico.
Del resto, non erano d’interesse pubblico le coraggiose iniziative
del Rettore archeologo che potevano trovare nella demolizione e ricostruzione
dell’intera struttura un valido sostegno per un’adeguata
risposta anche alle esigenze culturali?
Così, non solo si ricostruì tutto con un unico progetto,
ma si approfondirono le fondamenta della nuova struttura in modo che
la «talpa» di Don Pietro potesse con tranquillità
scavare intorno alle colonne su cui tutto l’edificio si reggeva
e creare quel percorso archeologico che, oggi, è meta di migliaia
di visitatori.
La divisione dei locali a piano terra non mancò di creare qualche
momento di frizione, facilmente superato nell’ottica del comune
interesse pubblico. Devo anche qui ricordare che parliamo di un’epoca
in cui il sospetto almeno di scambi di favori pagati a suono di captatio
benevolontiæ non si era ancora fatta strada nella pubblica amministrazione.
Oggi, comunque, Lacco Ameno può vantare uno degli edifizi più
funzionali come sede municipale e i locali restituiti alla chiesa sono
utilizzati come degno complemento culturale della splendida e tranquilla
piazza Santa Restituta.
Anche se, per un lungo periodo di tempo, la tranquillità della
piazza fu messa in discussione dalla presenza non certo discreta degli
esercenti dei mezzi pubblici di trasporto, taxi e microtaxi, che solo
dopo anni di attività hanno raggiunto un metodo di lavoro e un
comportamento più consoni al ruolo di operatori turistici, degni
di una utenza proveniente da tutte le parti del mondo.
Giacché ci troviamo a parlare di una componente umana che ha
concorso all’opera di trasformazione del nostro turismo, facendo,
tuttavia, registrare momenti di notevole disagio nel riciclarsi dai
vecchi ai nuovi mestieri, cerchiamo di fare qualche utile considerazion
su altre categorie di cittadini, che, più o meno direttamente,
si son trovati nella necessità di adeguarsi alla nuova situazione
turistica dell’isola. Ovviamente non si parla dei giovani, i quali,
come si è già accennato, si sono formati direttamente
nel nuovo ambiente. Si parla, piuttosto, di persone già adulte,
ma ancora capaci di esprimere un’attività lavorativa. Abbiamo
già avuto modo di accennare ai vigili urbani. Poi abbiamo fatto
qualche riferimento ai tassisti, per i quali non è stato certo
facile accettare regole di buon comportamento nel rispetto dei turni
di lavoro, che non fossero legati al rapporto sottobanco con qualche
portiere di albergo, nel fare uso del tassametro che mettesse il cliente
nella certezza di non subire soprusi, nell’indossare se non una
divisa, almeno un vestito decoroso, nell’evitare di fare comunella
e vociare in modo fastidioso nelle attese, più o meno lunghe,
dell’utenza.
Per il personale di albergo il passo verso una vera professionalità
fu breve, perché il settore era affidato prevalentemente a giovani
già atti ad affrontare il disagio dell’espatrio stagionale
per migliorare e completare al tempo stesso il salario annuale.
Là dove, invece, la nuova situazione del paese, come del resto
in tutta l’Isola, ha fatto registrare notevoli disagi da parte
degli addetti ai lavori, è stato il settore degli approdi e delle
poche spiagge.
Prima che la maggior parte dei pochi arenili balneabili venisse data
in concessione, dominavano pochi personaggi che, da un lato, riuscivano
a stabilire con i villeggianti un certo rapporto di fiducia, dall’altro
si rendevano protagonisti di frequenti scenate, di soprusi e di prepotenze
reciproche. Basti citare Giuseppe, detto manomozza, Donna Amalia e,
più tardi, Cecilia, la quale, peraltro, con i figli è
stata sempre tra le più educate per quella sua proverbiale sciatteria
bonaria.
Per gli approdi è tutto un altro discorso.
Il pontile a ponente del Fungo, costruito la prima volta agli inizi
degli anni cinquanta, in sostituzione della piccola banchina alla quale
attraccavano le sole barchette adibite al trasporto dei passeggeri da
e per il vaporetto di linea, che si ancorava al largo del Fungo, insieme
ai lunghi tratti di scogliere, veri depositi e attrezzature idonee al
trasporto delle grosse imbarcazioni.
Tutto, inizialmente, avvenne per iniziativa di singole persone e quasi
sempre all’insegna dell’improvvisazione e dell’abusivismo.
E anche qui, naturalmente, la concorrenza sempre più spietata
non poteva non sfociare in continue tensioni, che, talvolta, hanno dato
luogo a contrasti da codice penale. Poi la Finanza e l’Autorità
portuale sono riuscite a mettere un certo ordine.
Cresceva, intanto, la capacità imprenditoriale di qualche gruppo
e la professionalità di tanti giovani, per lo più appartenenti
alle stesse famiglie, che dava garanzia di sicurezza ai diportisti,
anche in qualche momento di cattive condizioni del mare. Basti citare,
tra gli altri, Giannino Monti e la sua organizzazione, Domenico Vespoli,
alias «occhione» e la sua numerosa figliolanza. Oltre, naturalmente,
i motoscafisti, tra cui si distinsero i fratelli Aniello e Peppino Buonocore,
Giuseppe Castagna ed altri.
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