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VILLA ARBUSTO
E IL MUSEO
Ma torniamo al complesso di Villa Arbusto e alla sua
acquisizione al patrimonio comunale e alla sua destinazione.
Giova innanzitutto spendere qualche parola sull’interessante struttura.
Ovviamente, per doverosa economia della narrazione, ci si limita a poche
indicazioni, mentre si rimanda per notizie più diffuse alla benemerita
raccolta che ne fa Raffaele Castagna nel numero di febbraio 1988 della
sua importante rivista La Rassegna d’Ischia.
La collina su cui sorge il complesso di Villa Arbusto prende il nome
dalla pianta che vi alligna copiosa, cioè «arbutus»,
corrispondente al corbezzolo. Storicamente parlando, si fa risalire
al 1700 il primo insediamento abitato. Fu nel 1785 che Carlo Acquaviva,
duca di Atri, vi fece costruire una fastosa villa articolata in più
corpi di fabbriche. La descrizione più verosimile è quella
che ne fa Pietro Monti in un’apprezzata monografia.
Nel 1805 subentrò ai duchi d’Acquaviva la contessa di Conversano.
Nomi che i Lacchesi conoscono più con riferimento alle famose
bande musicali che hanno spesso fatto la gioia degli intenditori in
occasione dell’annuale festa di Santa Restituta, che per avere
le rispettive famiglie abitato nella splendida località dell’Arbusto.
Intorno al 1840 la proprietà passa ai fratelli Biondi e nel 1872
al nipote di questi ultimi, il cavaliere Sergio Frisicchio. Verso la
fine del secolo scorso, Sergio Frisicchio vendette il complesso alla
famiglia Ciannelli, imparentata con Luisa Nesbitt.
Nel 1919 l’intero complesso veniva venduto all’asta e smembrato
in due, una parte fu acquistata da Arcangelo Mastrolillo e un’altra
da Pasquale Angeloni di Napoli.
Nel 1935, l’ingegnere Nicola Ciannelli riacquistò la parte
dell’Arbusto, proprietà dell’Angeloni.
Nel 1952 tutto il complesso fu acquistato da Angelo Rizzoli, che ne
ristrutturò la parte abitativa, facendone una splendida dimora,
e arricchì di piante e fiori il favoloso parco circostante, facendone
il cuore del suo impero turistico-alberghiero, vero fiore all’occhiello
di tutte le sue realizzazioni ischitane. Il fior fiore dell’alta
industria e del mondo cinematografico fu ospitato nel grande complesso
tornato finalmente unico.
Detto questo, possiamo passare alle vicende relative all’acquisizione
del complesso di Villa Arbusto al patrimonio pubblico. E poiché
l’argomento rientra nell’ottica di un ampliamento virtuale
del territorio comunale, partiamo dalla conclusione della vicenda.
Domenica 15 giugno 1980 la popolazione ha potuto per la prima volta
circolare attraverso le sale della settecentesca villa e il parco, ricco
di piante e fiori.
Un immenso patrimonio diventava bene della collettività, dopo
il superamento di notevoli difficoltà.
Ma l’argomento è troppo importante per non riportare anche
in un contesto così ampio le tappe principali che hanno portato
all’acquisizione al patrimonio pubblico del complesso in parola.
E poiché, dall’idea alla sua realizzazione, tutta l’operazione
è legata al mio ruolo di sindaco di Lacco Ameno, cercherò
di spersonalizzare il più possibile la narrazione, facendo parlare
gli altri.
Nel dicembre 1977 si svolgeva a Lacco Ameno, presso la sala consiliare,
un convegno sull’archeologia funeraria. A conclusione del convegno,
ci fu un incontro nell’ufficio del sindaco tra il soprintendente
archeologo professor Fausto Zevi, l’archeologo G. Buchner, il
presidente dell’amministrazione provinciale, dottor Giuseppe Iacono,
l’assessore provinciale alla cultura, professor Luigi Nespoli
e il sindaco stesso. Fu prospettata l’opportunità di riprendere
la pratica per dotare Ischia di un museo archeologico per consentire
una adeguata esposizione delle migliaia di reperti venuti alla luce
dagli scavi della necropoli di Pithecusa e per dare doverosa risposta
alle istanze degli studiosi di valorizzare le risultanze che volevano
Pithecusa prima colonia greca nell’Italia meridionale.
Agli intervenuti il sindaco prospettò l’idea
di visitare il complesso di Villa Arbusto al fine di valutare la possibilità
di farne sede del Museo e di un centro studi sulla colonizzazione greca.
Quella ch’era stata la sontuosa residenza lacchese di Angelo Rizzoli
e pervenuta in eredità alla figlia del commendatore, Pinuccia
Carraro, era, infatti, in vendita.
Nello stesso pomeriggio, accompagnati dal custode del complesso, i promotori
dell’iniziativa visitarono Villa Arbusto. Unanime fu il parere
che non ci poteva essere sede più adeguata al programma culturale
che si intendeva realizzare.
L’assessore Nespoli ebbe a commentare che se la Provincia riusciva
ad acquistare al suo patrimonio Villa Arbusto per consentirne l’uso
che la Soprintendenza voleva farne, il Palazzo della Provincia poteva
ben chiudere i battenti per quella legislatura, perché sarebbe
bastata quella operazione a qualificarne l’attività.
L’azione del sindaco si limitò a stabilire il contatto
tra la proprietà della Villa e l’amministrazione provinciale.
Gli eredi Rizzoli dichiararono la loro disponibilità a trattare
alle seguenti condizioni:
a) che la Provincia rilevasse il pacchetto azionario nella S.r.l. «La
Serena» cui il cespite era intestato;
b) che il prezzo non fosse inferiore a 650 milioni esenti da ogni onere
per la proprietà, trattandosi di semplice passaggio di quote
azionarie.
In data 27-12-78 la Giunta Provinciale decide l’acquisto di Villa
Arbusto per lire 710.000.000, secondo una stima fatta dall’ufficio
tecnico della Provincia.
Non si affronta il problema delle azioni societarie e già affiorano
i primi dubbi sulla praticabilità della via intrapresa, giacché
appare subito difficoltoso per la Provincia trattare l’acquisizione
di un pacchetto azionario anziché la proprietà del cespite.
Comunque mancavano il parere del U.T.E, indispensabile all’operazione,
e la ratifica del Consiglio provinciale, che arriva solo il 26-7-79.
Tra una crisi e l’altra della Provincia, passano altri mesi e,
intanto, la proprietà, da Milano, fa sapere che non intende aspettare
oltre. Ma la Provincia non è in grado di dare la necessaria accelerazione
alla pratica. Agli inizi di ottobre ’79, il gruppo imprenditoriale
che fa capo ai Leonessa S.r.l. Ischiaterme, con un autentico blitz,
preleva le azioni della S.r.l. «La Serena» e, insieme al
complesso di Villa Arbusto, diventa proprietaria anche della famosa
Torre di Michelangelo nel Comune d’Ischia.
Incomincia, a questo punto, una vera lotta tra l’ente pubblico
e il privato, nuovo detentore del pacchetto azionario.
In data 13 ottobre ’79, l’amministrazione comunale di Lacco
Ameno emana il seguente comunicato stampa, che viene pubblicato dal
Mattino nell’edizione del 14 stesso mese ad opera del locale corrispondente
Luciana Verde.
«Voci sempre più insistenti vorrebbero
che la Villa Arbusto, per la quale sono in corso trattative con l’amministrazione
provinciale di Napoli e con il Comune di Lacco Ameno per l’acquisto
e la destinazione a museo, centro studi di archeologia e parco pubblico,
starebbe per essere venduta a privati. L’amministrazione comunale
di Lacco Ameno è vivamente preoccupata e, mentre sollecita l’amministrazione
provinciale a voler superare al più presto gli indugi burocratici,
assicura quanti hanno finora manifestato consensi all’ iniziativa
culturale di cui sopra che nulla sarà trascurato perché
l’importante complesso venga acquisito alla destinazione per la
quale la trattativa aveva già trovato precisi punti d’incontro.
Ogni eventuale speculazione fondiaria sarà stroncata con tutta
la forza che la legge consente alla pubblica amministrazione».
Il 24 ottobre ’79, l’ingegner Leonessa rilascia
un’intervista al Settimanale d’Ischia, dichiarando di voler
trasformare Villa Arbusto in un grande complesso alberghiero.
La lotta si fa subito aspra.
Accanto ai due contendenti, l’Ente Comune e il privato, assume
rilevanza l’opinione pubblica, alimentata, come era ovvio, dai
massmedia e da capannelli di piazza. Occorre agire subito e di anticipo
da parte dell’Ente pubblico, che ha dalla sua solo la forza della
convinzione che sta operando per aprire un filone nuovo alla stessa
economia turistica dell’Isola, quello culturale. Ma le armi in
mano al privato sono ben più efficaci e di più immediato
uso.
Che cosa vale tentare di aprire un museo e un parco a fronte di un grosso
albergo che può dare lavoro a decine di famiglie?
Una certa curiosità, tuttavia, per la novità si percepisce
e va alimentata e trasformata in interesse. È così che
con un’iniziativa che prende tutti di contropiede, viene convocata
un’assemblea informale presso la sala consiliare di Lacco Ameno
con la partecipazione dei consiglieri comunali e di tutti i consiglieri
provinciali eletti nel Collegio d’Ischia e Procida. In tale assemblea,
dopo aver illustrato i termini più significativi della vicenda,
propongo che s’imbocchi subito la via dell’esproprio per
l’acquisizione del complesso di Villa Arbusto, per l’attuazione
di tutto il progetto che l’intervento del privato stava per compromettere.
Tutte le forze politiche presenti nell’assemblea informale aderirono
alla proposta. L’iniziativa passa, a questo punto, nelle mani
del Comune e l’amministrazione comunale non perde tempo. A stretto
giro viene convocato il consiglio comunale. Il 26 novembre 1979 vengono
adottati, all’unanimità, due delibere, la n. 49 e la n.
50.
Segue il decreto di occupazione provvisoria emesso dal Sindaco.
La battaglia si sposta sul piano della giustizia amministrativa. Avverso
il decreto del sindaco viene opposto ricorso al TAR, per il quale si
mobilitano gli studi più accreditati del Foro napoletano. La
difesa del Comune viene affidata ad un giovane e valente avvocato di
Aversa, Antonio Romano. Le ragioni dell’Ente locale vengono sostenute,
oltre che dalla Soprintendenza archeologica, guidata allora dal professor
Fausto Zevi, dall’Avvocatura dello Stato dalla stessa Soprintendenza
coinvolta. Contemporaneamente si riaccende la discussione sulla stampa,
quasi tutta favorevole all’iniziativa del Comune, con momenti
di tensione registrati anche a mezzo di manifesti con cui l’amministrazione
chiedeva il necessario consenso da parte della popolazione.
Ma facciamo parlare gli atti. Importanza determinante ha la presa di
posizione della Soprintendeza archeologica, che può essere riassunta
nella nota n. 2779 del 7-5-1780, con la quale il Soprintendente fornisce
all’avvocatura dello Stato ed al Ministero dei Beni Culturali
e ambientali notizie utili per sostenere l’azione del Comune dinanzi
al TAR.
Quella che poteva sembrare una lotta impari tra il Comune e il privato
dinanzi al TAR, fortunatamente si risolve a favore dell’Ente locale,
il quale ottiene che il TAR rigetti la richiesta di sospensiva del decreto
di occupazione provvisoria emanato dal sindaco.
A questo punto è il Comune che si viene a trovare in una situazione
di maggiore forza.
I proprietari tentano inutilmente un compromesso. Propongono di cedere
a titolo pressoché grazioso lo stabile maggiore, dove poter sistemare
il museo, a condizione che il Comune consenta al privato di realizzare
lo stesso volume nella parte occidentale del complesso per la costruzione
di un albergo-terme. Oppure, di estrapolare dall’acquisizione
al patrimonio pubblico la villa minore, detta Gingerò, con parte
del giardino, in modo che il privato potesse utilizzarla per una speculazione
fondiaria, determinando così un abbassamento del costo complessivo
della parte da acquisire da parte del Comune.
Sia l’un aspetto che l’altro della proposta non poteva essere
accolto dal Comune, perché veniva a compromettersi il progetto
complessivo che era alla base dell’iniziativa.
Progetto che era articolato in tre momenti convergenti:
- istituzione del museo archeologico,
- creazione di un parco pubblico complementare alla struttura museale,
- costruzione di una struttura polifunzionale, integrativa dell’attività
museale e culturale in genere, e assicurare una sede adeguata ad un
centro studi sulla colonizzazione greca in Italia, con annessi locali
per una biblioteca di settore e per dare ospitalità a studiosi
e studenti di archeologia.
Di fronte alla ferma posizione del Comune, i proprietari si convinsero
che l’unica via da seguire era quella di secondarne l’iniziativa,
cedendo tutto il complesso, assicurandosi che l’Ente pubblico
avesse veramente mezzi finanziari per far fronte nella maniera più
corretta agli impegni derivanti dall’acquisizione.
Il Comune, intanto, aveva portato avanti la pratica dei finanziamenti,
ottenendo dalla Regione la promessa di un contributo di ottocento milioni
e dalla Provincia la promessa di un altro miliardo.
Ma i problemi per l’amministrazione non finiscono qui.
Sorse subito il dilemma: esproprio o acquisizione per rogito notarile?
E a quali condizioni?
Le conclusioni di questa nuova, delicata fase della vicenda sono racchiuse
nella delibera consiliare n.30 del 6 ottobre 1981.
Prima di riprendere il discorso generale, rispetto al quale la vicenda
di Villa Arbusto è parsa un’utile digressione, c’è
da osservare che, ove non si fosse addivenuti all’acquisto dell’importante
cespite a mezzo di rogito notarile, la via dell’esproprio ci avrebbe
portato da un lato ad una pregiudizievole incertezza sul conto definitivo
dell’acquisizione, tanto è vero che per la nota Torre di
Michelangelo se il Comune d’Ischia ne vuole ancora venire in legittimo
possesso dovrà sborsare una somma forse superiore a quanto è
costato l’acquisto di tutto il complesso di Villa Arbusto; dall’altro,
di fronte alla mancata realizzazione del museo, dopo un periodo così
lungo, i proprietari avrebbero avuto il diritto di ripetizione del cespite,
con buona pace dell’iniziativa del Comune.
Ma c’è ancora un passaggio in tutta la vicenda che merita
di essere ricordato e che s’inquadra in una visione culturale
che coinvolge anche il mondo accademico.
Tra i personaggi politici che hanno costituito riferimento per il Comune
di Lacco Ameno a livello ministeriale, due hanno avuto un ruolo particolare,
l’onorevole Enzo Scotti, nel periodo in cui è stato ministro
dei Beni Culturali, e il senatore Luigi Covatta, sottosegretario allo
stesso Ministero, nel periodo in cui detto Ministero era retto ad interim
dal presidente del Consiglio, onorevole Andreotti.
Ad iniziativa del ministro Scotti ci furono diversi incontri presso
il Ministero con la partecipazione di responsabili della Soprintendenza
archeologica di Napoli, al fine di definire la migliore configurazione
del museo di Pithecusa per poterlo inserire in un più ampio contesto
di interessi. A tale scopo, l’ufficio legislativo del Ministero
dei Beni Culturali predispose uno schema di statuto, per il quale il
Comune di Lacco Ameno collaborativamente fece pervenire al Ministero
alcune considerazioni racchiuse nella nota che qui di seguito si trascrive.
Il Comune di Lacco Ameno ha in allestimento un Museo
archeologico con annesso centro studi sulla colonizzazione greca in
Italia.
L’iniziativa di creare nell’isola d’Ischia, in una
più ampia visione di interesse regionale e nazionale, un Museo
archeologico, trova la sua ragione nella circostanza che nessun’altra
località italiana ha fornito un materiale così copioso,
significativo e vario appartenente al più antico periodo della
colonizzazione greca, vale a dire all’VIII secolo. a.C., come
Pithecusa - situata nel territorio del Comune di Lacco Ameno - che ne
è stata la colonia più antica, fondata intorno al 760
a.C. dalle città di Calcide ed Eretria nell’isola di Eubea.
I corredi funebri delle circa 1300 tombe finora scavate e le case e
le officine metallurgiche scoperte, sempre a Lacco Ameno, in località
Mazzola, hanno restituito molte centinaia di vasi dipinti del periodo
geometrico e orientalizzante antico, in parte di produzione locale,
in parte importati da numerosi centri di fabbricazione, non soltanto
della Grecia, ma anche del vicino Oriente e dell’Italia stessa
(Lazio, Etruria, Puglia, Calabria) e un gran numero di altri oggetti,
tra cui circa duecento tra scarabei egiziani e sigilli provenenti dalla
Siria settentrionale.
Di particolare interesse sono poi i documenti antichissimi di scrittura
greca, incisi o dipinti su vasi, e principalmente un vaso che reca un
epigramma in versi esametri che allude alla coppa di Nestore, descritta
nell’Iliade, e che rappresenta non soltanto il più antico
esempio di scrittura greca trovato in Italia, ma uno tra i più
antichi documenti scritti in alfabeto greco che si conosca in genere.
E recentemente vi si sono aggiunte ancora alcune iscrizioni in lettere
fenicie che testimoniano la presenza di allogeni orientali ad Ischia
nell’VIII secolo a.C.
Tutto questo materiale - attualmente inaccessibile al pubblico e conservato
in un deposito della Soprintendenza a Lacco Ameno - rivela che proprio
durante il suo periodo più antico, cioè nell’VIII
secolo a.C., Pithecusa è stata un importante emporio commerciale,
un centro di traffici che si svolgevano allora tra i paesi del Mediterraneo
orientale - dalla Siria all’Egitto - da una parte, e l’Etruria
dall’altra parte, e nel contempo un centro di attività
industriale, con officine metallurgiche dove si lavoravano il ferro
- proveniente dall’isola d’Elba - il bronzo e metalli preziosi,
e officine di ceramica alimentate dall’argilla figulina locale.
Al nucleo principale delle collezioni, costituito appunto dai reperti
dell’VIII e VII secolo a.C. provenienti dalla necropoli di San
Montano e dall’abitato dello stesso periodo, si aggiunge materiale
preistorico (neolitico, abitato dell’età del bronzo di
Vivara, età del bronzo dallo stesso sito dell’abitato greco)
e materiale di età più recente, dal VI secolo a.C. fino
all’età romana. Un reparto distinto sarà dedicato
all’archeologia sottomarina delle acque circostanti l’Isola.
Si prevede ancora una sala dedicata alla geologia dell’Isola e,
collegata con questa, una documentazione del termalismo ischitano, che
sono intimamente collegate con la storia degli insediamenti umani nell’isola.
Ed è progettata, inoltre, una documentazione dello sviluppo della
cartografia dell’Isola, dalle molte - e decorative - carte del
‘500 e ‘600 fino a quelle moderne, ultima la carta aerofotogrammatica
al 5000 del 1968 e un’esposizione di stampe antiche dell’Isola.
Il Museo, così completato, dovrà avere una duplice funzione:
quella di esporre al pubblico il complesso e vario materiale cui si
è brevemente accennato, sistemato con gli accorgimenti della
museografia moderna in modo da renderlo vivo e parlante, attraverso
un esauriente corredo di didascalie, grafici, fotografie, pannelli luminosi,
ecc.; - e quella di costituire un Centro di studi e ricerche archeologiche
e storiche per il quale si prevede la collaborazione con altri Istituti
internazionali di analoga ricerca.
Il Museo, come è stato concepito, avrà una valida funzione
sociale in quanto rappresenterà uno strumento di formazione e
di sensibilizzazione culturale per gli stessi abitanti dell’Isola,
specie per i giovani, e costituirà nel contempo un nuovo importante
polo di attrazione per i turisti italiani e stranieri. Quanto sia viva
oggigiorno nel grande pubblico la ricettività latente proprio
per questo tipo di materiale archeologico che documenta la vita del
passato - se presentato in modo chiaramente leggibile - ha dimostrato
l’enorme successo che ha avuto recentemente, in misura affatto
inattesa, la Mostra della Civiltà del Lazio pimitivo (Roma 1976).
Sede del Museo è un importante complesso denominato «Villa
Arbusto» appositamente acquisito al patrimonio comunale con contributi
della Regione Campania e della Provincia di Napoli.
Al fine di pote definire l’organico e la relativa spesa di gestione,
anche in ordine alla recente legge regionale del 3 gennaio 1983 n.4
avente ad oggetto «Indirizzi progammatici e direttive fondamentali
per l’esercizio delle deleghe e sub-deleghe ai sensi dell’art.
1 della legge regionale 1° settembre 1981 n. 65. Promozione Culturale
ed Educazione Permanente, biblioteche e musei», è necessario
acquisire preliminarmente la categoria della istituzione, onde poter
procedere alla redazione di apposito regolamento, a mente della legge
n. 1080 del 22.9.1960.
Attesa la importanza del Museo, che rappresenta, peraltro, il riferimento
più significativo ad uno degli itinerari turistico-culturali
denominato «Da Omero a Virgilio, dal Circeo a Pithecusa»
nell’ambito del quale si sono già avuti i finanziamenti
necessari all’allestimento, si ritiene che il Museo stesso debba
essere classificato nella categoria «Musei grandi» se non
adirittura di quelli «Multipli» secondo la dizione di cui
alla citata legge n.1080.
Con la presente istanza si chiede che il Ministero dei beni Culturali
ne promuova il riconoscimento a mente del Comma secondo della legge
di cui innanzi.
Con lettera n. 1609 del 17-2-83 il Comune faceva pervenire
al Ministero una bozza di istanza per la classificazione del museo.
Nel 1985 l’amministrazione del Comune di Lacco Ameno passa nelle
mani di una coalizione civica che si richiama politicamente al partito
socialista e al partito comunista. Il riferimento nazionale, di lì
a poco, diventa il senatore Luigi Covatta, il quale per essere un isolano,
prende a cuore la vicenda del museo di Lacco Ameno ed inizia con lui
una lunga diatriba sempre corretta, anche quando il contrasto coinvolge
esponenti del mondo accademico. Tanto corretta che, anche quando nel
1990 l’amministrazione comunale torna di nuovo nelle mani della
democrazia cristiana, il senatore Covatta continua ad essere significativo
riferimento romano per la soluzione della lunga vicenda.
Quale la posizione del senatore Covatta nelle diverse fasi in cui egli
fu riferimento ministeriale? A fronte di una situazione che sembrava
già matura anche sul piano istituzionale, il senatore, nei primi
mesi del 1989, si rende promotore di un’iniziativa che prevede
la stipula di una convenzione tra il Comune di Lacco Ameno e l’Università
di Torino
La convenzione viene unilateralmente sancita nella delibera delle Giunta
comunale n. 68 del 19-4-89 e prevede l’affidamento del complesso
di Villa Arbusto all’Università di Torino per l’istituzione
di una scuola di specializzazione in archeologia.
A parte l’evidente rischio di vanificare tutta l’impostazione
fino ad allora data all’utilizzazione per cui Villa Arbusto era
stata acquisita, l’iniziativa, oltre a prevedere oneri insostenibili
per il Comune, rappresentava l’inammissibile superamento se non
disconoscimento dell’operato dell’Università di Napoli
e della Soprintendenza archeologica di Napoli.
Ne venne fuori un’accesa diatriba sulla stampa con una decisa
presa di posizione delle autorità accademiche e scientifiche
napoletane, mentre una serie di dibattiti furono organizzati nella Villa
Arbusto, durante i quali le due tesi si scontrarono con l’effetto
pratico che la delibera della Giunta comunale fu bocciata e della convenzione
con l’Università di Torino non si riparlò più.
Allorché nel maggio 1990, tornai a dirigere l’amministrazione
comunale, trovai sempre disponibile il sottosegretario Covatta, fino
al punto che, perfezionata la pratica, ritornata intanto nel suo binario
originario, fu lo stesso Covatta a firmare con me e con il Soprintendente
di Napoli la convenzione per la istituzione del museo di Pithecusa,
come prototipo di museo civico e statale insieme. Con lo stesso senatore
Covatta ebbi il piacere di presentare il museo in una conferenza stampa
alla sala ambasciatori nell’ambito della Bit di Milano nel 1991.
Purtroppo altro tempo doveva ancora passare e non si sa quanto ancora
ne passerà prima di aprire al pubblico il museo, anche perché
nel frattempo vi è stato un paradossale ingorgo finanziario.
E si sa che quando c’è da spendere molti soldi la burocrazia
si fa ancor più pesante. Comunque, chi volesse saperne di più,
oltre che all’archivio del Comune, potrebbe far ricorso alla raccolta
de La Rassegna d’Ischia di Raffaele Castagna che ha puntualmente
registrato tutte le fasi della lunga vicenda.
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