DAL COMUNE UNICO ALLE SEI ENTITÀ AMMINISTRATIVE

Torniamo a dare ordine cronologico e seriale al nostro racconto.
Partiamo daccapo.
Con il D.L. n. 556 del 21-8-1945 si ricostituivano nell’isola d’Ischia i sei Comuni autonomi, che venivano a sostituire il Comune unico, costituito nel 1938 con il R.D. n. 1648 con l’aggregazione dei Comuni di Ischia, Casamicciola, Lacco Ameno, Forio, Serrara Fontana e Barano, denominato col solo nome del comune più grande, cioè, Ischia.
I confini dei ricostituiti Comuni furono gli stessi di quelli preesistenti all’unificazione e certamente presentavano delle anomalie, legate principalmente alla mutata situazione viaria nelle singole realtà territoriali, che mettevano in discussione certe esigenze di penetrazione, particolarmente sentite nei tempi andati, in ispecie per le attività agricole.
Per limitarci al territorio del comune di Lacco, vale la pena ricordare che esso confina con Casamicciola e Forio e il suo territorio è il meno esteso tra i Comuni dell’Isola, appena 210 ettari.
L’anomalia principale riguarda i confini sul versante dell’Epomeo, dove i Comuni di Casamicciola, a sud est, di Forio, a sud ovest, si toccano, chiudendo come in una morsa il territorio di Lacco Ameno e il confine ancora di Forio verso la zona di Mezzavia e dal lato di Punta Caruso e San Montano. Confini giustificati quando l’abitato di Lacco era concentrato nella zona costiera e nella località Pannella ed estese superfici di terreni agricoli non solo erano proprietà di cittadini di Forio, ma erano altresì accessibili più facilmente da quel Comune con i mezzi di trasporto propri del tempo a trazione animale.
Lacco, anche se, socialmente parlando, non era più quella minuscola espressione descritta nella «Storia dell’Isola d’Ischia» di d’Ascia, meritevole solo di essere aggregata ad altro Comune dell’Isola, territorialmente era ancora quella realtà romanticamente individuata da Saverio Barbati, come «un treno di case di fronte al Fungo», attraversato dall’unica strada, allora provinciale, costretta a subire tutto il traffico da e per Forio, da e per Casamicciola, Porto ed oltre. Strada, peraltro, senza marciapiedi per tutta la sua lunghezza e stretta a tal punto che, nel tratto in cui si immetteva nella Piazza Capitello, quando il mare, mosso dalla tramontana dopo una bella ponentata, la investiva con le sue onde, la si poteva attraversare a piedi e di corsa solo nel momento in cui l’onda si ritraeva.
La prima opera sollecitata dall’amministrazione comunale alla Provincia, nel 1947, fu proprio l’allargamento di quel tratto di strada, ovviamente verso il mare e a scapito di una lingua di spiaggia, perché al lato terra vi erano le case, e la protezione era una «gettata» di cubi di cemento e brecciame a ridosso del muro di contenimento.
Mi piace ricordare, a tal proposito, la figura dell’ingegnere Pietro Buono dell’omonima Ditta, che eseguì il lavoro.
Ancora lo vedo «arrancare» claudicante per le ferite di guerra, testimoniate dall’inconfondibile distintivo di mutilato, mentre dava disposizioni perentorie al suo assistente, il pacifico fratello Peppino, all’altro fratello che guidava uno dei primi grossi camions che trasportava materiali per il cantiere e ai suoi fedeli operai.
E che linguaggio bonariamente «fiorito» era il suo!
L’altra strada di collegamento con Forio e Casamicciola, la cosiddetta Borbonica, era pressoché impraticabile e, comunque, inutile per Lacco Ameno, perché non vi era che un’impervia mulattiera per poterla raggiungere dalla zona costiera del paese. Eppure, essa tagliava una delle zone alte più interessanti, sia dal punto di vista dell’attività agricola, sia per la raccolta del «fango», veicolo insostituibile del benefico effetto delle acque termali, la zona che da tale materiale prende appunto il nome di «Fango», questa volta scritto con la lettera maiuscola.
La chiesetta della contrada, dedicata a San Giuseppe, era poco più che una baracca, e solo successivamente fu ristrutturata e, sia pure di poco, ampliata. Ma vi era già la bella tradizione della festa in onore del Santo, che il 19 marzo vedeva l’affluenza di tutta la popolazione di Lacco, alla quale si aggiungeva quella di Casamicciola, che accedeva alla località dalla «Borbonica».
Vi era l’ospitalità della più estesa famiglia della zona, imparentata, peraltro, con quasi tutte le altre poche che abitavano al Fango, la famiglia di «Ciccillo ’a verul», il cui capostipite, Calise Francesco, fu per molti anni in amministrazione, in rappresentanza di tutta la contrada.
Ed era in quella casa - ancor oggi rimasta allo stato agricolo con botti, cellaio e palmenti, mentre quasi ogni componente della famiglia ha realizzato altrove la sua moderna abitazione - che, il giorno di San Giuseppe, si davano appunto convegno gli amministratori di Lacco Ameno e di Casamicciola per gustare le tradizionali «zeppole» e per discutere dei problemi comuni alle due popolazioni. Ricordo che la prima volta che partecipai da Sindaco a tale incontro quasi familiare, mi trovai di fronte, quale Sindaco di Casamicciola, il Dottor Raffaele Monti, persona di grande spessore morale, di notevole esperienza di vita, meno giovane di me, che allora avevo ventitré anni.
Ricordo questo, perché quando, negli anni successivi avemmo modo di lavorare insieme per tutti i problemi che interessavano Lacco, Casamicciola e, talvolta, l’intera isola, diventammo amici e si realizzò tra noi una leale stima reciproca, egli ebbe a confermarmi che al primo incontro, appunto nella casa del Calise, gli venne spontaneo dire ai suoi amici: «Ma Lacco a chi si è affidato, ad un ragazzo senza esperienza?!»
Fu per me una confessione gratificante, che, al tempo stesso, confermava il carattere leale di chi di esperienza, allora, ne aveva molta più di me.
Prima di chiudere questa digressione e tornare, quindi, a dare una possibilità di lettura, cronologicamente più ordinata, a questi ricordi, giova sottolineare che uno degli impegni assunti negli «incontri di San Giuseppe» fu quello di rendere la contrada adeguatamente collegata col resto del paese, non solo nella parte rivierasca, ma anche nella sottostante zona denominata «Pannella», la quale, prima del terremoto del 1883, aveva rappresentato, pur con i suoi condizionamenti viarii, un’importante zona residenziale, oltre che un riferimento culturale registrato nelle memorie degli studiosi. Basti ricordare quanto scritto da Paolo Buchner nel suo volume «Ospiti d’Ischia» (Gast auf Ischia), ancora oggi non tradotto in italiano. Ricorda Paolo Buchner che nella prima metà del secolo scorso si diedero convegno nell’ospitale casa di Don Tommaso de Siano, appunto alla Pannella, rappresentanti di ben sette case regnanti d’Europa.
Ebbene, le considerazioni e i programmi, fatti negli incontri di San Giuseppe, divennero, negli anni successivi, realtà, come si avrà modo di dire più avanti.
E torniamo daccapo.

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