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Forio : Via degli Agrumi...

Non affollate le ore
non vi appartengono ormai
volino altrove i pensieri
rimossi nelle voci del silenzio
ostili non siano le vostre ombre
negli occhi segnati dall'assenza
nel ricordo il canto non cancelli il dolore
ancora rinnovi momenti di addio
le foglie del limone profumino
la vostra voglia di esserci
comunque esserci
Segnati con l'indice in fila ordinate
il tempo dei vivi vivete nel nome
e date dettate su croci
di legno di ferro di marmo
tra alberi e piante trab lampe e corone
soffiate il linguaggio che fu della vita
durante le veglie pregate nel pianto
asciutto di lacrime gonfio di pene
insieme ai pensieri di chi con amore
è pronto a donarveli perché ritorniate
la notte non vince i colori
esalta gli odori i profumi
se vive ancora il tempo della bella stagione

Domenico
Eri tu ad aver cura dei nostri cari; quando li riesumavi, li lavavi col vino povero o con l’alcool benestante, per poi avvolgerli  in candidi teli o teneri lini.
Il servizio era sempre di primordine, prima di riporli in nicchia.
Vecchio, ormai quasi cieco, l’affetto ti portava su di una sedia a rotelle a godere di quel fresco giardino cimiteriale; mentre una miriade di figli, nipoti e pronipoti si affaccendava nel lavoro e nel gioco tra i loculi, sotto i tuoi occhi velati dagli anni.
Poi anche quella carrozzella è scomparsa ed il motivo correva scritto sulle cantonate del paese
I tuoi figli coninuavano il lavoro che fu tuo; i tuoi nipoti e pronipoti si rincorrono ancora scherzando in quel giardino, non più curato dalle tue mani nodose e scorso daltutoincedere ciondolante.

Vjolanda
Una crasi tra viola e lavanda: il tuo nome.
Un fiore rosso sempre tra i capelli che imbiancavano, a perdere la loro freschezza nera, corvina.
Un camisaccio lungo, manicomiale su zoccoli duri ed ancora quel volto tutto occhi e grinze vissute, tra una vita di stenti e di solitudine. La gente ti diceva “pazza!”
Pazza, la gente che non capiva la tua diversità mentre labbravi, ormai  sdentata, fiori di campi e parlavi il cinguettio degli uccelli.
Vjolanda, più volte violata nella tua semplicità!
Riposa in pace sotto una coltre di viole, nel profumo della lavanda.

Liberina
Piccola, minuta, tutta grinze ed una smorfia di dolore stampata sul volto di bambina nata vecchia.
Te ne stavi raccolta in uno scialle appesantito dalla polvere ed annerito dalla filuggine degli anni; reclusa in quell’umido terraneo a trascorrere giorni sempre uguali, nella penombra che ti circondava.
Ti avventuravi fuori, nel vicolo stretto da case, per te grattacieli, solo per accendere il braciere dei poveri e poi subito dentro con l’illusione di poter vincere il freddo che, sempre più, avvolgeva le tue stanche ossa.
Ti trovarono, dopo aver a lungo bussato a quel cancelletto di assi e lamiere, intirizzita e fredda come un pettirosso d’inverno; senza vita e con quello sguardo triste e vecchio di un’età che si potè leggere solo sui manifesti ad annnciare povere esequie, non per volontà tua, dispensate da visite e fiori.
Qualcuna, tra le donne di carità di quel corteo, cinicamente osservò che per te non c’era stata poi tanta differenza nel trapasso, perché ormai da tempo assuefatta alla fredda oscurità del loculo.

Lucia
Mentre correvi su un poggio fiorito dal mare e dalla settimana santa, due occhi coetanei e candidamente innammorati ti seguivano discretamente; segretamente cogliere, non visti, il momento in cui stanca ti acchiocciavi sull’erba ed ansimavi forte dentro una camicetta domenicale che appena si gonfiava all’altezza del petto.
Un nastrino tricolore da quinta elementare sfilacciato e spiegazzato si sforzava di raccogliere i tuoi capelli accioccati dal sudore, su due occhi nerissimi e su quel visetto punteggiato da lenticchie
Quegli occhi non ti hanno visto crescere e quella foto che ti ricorda conserva tutto il fascino e la suggestione, dolce intenerimento, di quell’immagine: quando correvi felice e spensierata sul poggio che ancora il mare colora e la Pasqua infiora nel profumo della memoria.

Serafino
I divertiment in paese si potevano contare sulle dita di una sola mano; grazie al tuo S. Carlino divennero sei.
L’umore di Pulcinella variava a seconda del vino che bevevi prima  e durante lo spettacolo.
Bambini ed adulti ti facevano corona nella piazzetta.
Si divertivano nel vederti operare con le marionette e la tua ugola era talmente esercitata nel dar loro voce che non aveva bisogno di pivetta ma solo di vino di cantina.
Gli applausi e la partecipazicene ti eccitavano tanto che talvolta schegge di legno volavano via e Pulcinella, Sarchiapone e Gendarme dovevano ricorrere in astanteria.
Poi giravi con gli occhi bassi, con una scatola di latta e dentro unsassolino per far rumore ed attirare qualche soldino per un’altra bevuta.
Richiudesti il tuo teatrino: alcune assi, un po’ di tela, abbracciati nella scritta S. Carlino e con la latta per le caldarroste ti avviasti, come ogni sera, verso quell’umida baracca spifferata che nemmeno il vino, quella notte, riuscì a scaldare, mentre negli occhi velati dal panno, rivedevi per l’ultima volta le tue marionette rabberciate che recitavano, in un biascicato gramelot, il copione della tua misera morte.

Adelaide
Macchie ostinate di origano profumano la tua ombra, mentre cammini, sotto un cielo rivoltato e dispettoso, col tuo passo scalzato.
La luce ti fu nemica, se è vero che tolse veli al tuo volto, perché tutti potessero vederlo invecchiato alla ribalta.
Ti terrorizzava la vecchiaia, tante volte esorcizzata nella cattiveria di uno specchio, talmente magico da dire il vero.
Quella rondine che ogni primavera ti salutava, sbattendo le ali contro il vetro della tua finestra, non era sempre la stessa a non segnare il tempo; eri tu, illusa! che la volevi viva! tale!
Le rughe del tuo viso vissuto, eroso da anni di vento, di pioggia, di estati cocenti nel sole; di emozioni forti d’amore, di passioni, gioie e non gioie di vita, non più ti invitano e ti ispirano versi.
Il pianto di un crisantemo aspetta chi gli asciughi le lagrime.
Le ali di una rondine stanca battono il vetro… riposa in pace Adelaide, nel solacio di chiti ricorda con affetto.

Andrej
Sei venuto da lontano, ormai avanti negli anni, in compagnia di una donna ancora più incanutita di te.
Nemmeno il fruttivendolo, che sapeva tutto di tutti, riuscì a strapparti più di un ordinativo di frutta e verdura.
Poi, per chiedere un certificato di morte in Comune, si seppe che quella donna era tua madre; si seppe ancora di campi di concentramento e della morte, né sorella né amica, incontrata più volte nei lager di mezza Europa. La tua grande sofferenza era ricordata da un numero, su quel braccio che anche in estate coprivi sino al polso.
I dolci e i gelati che con grande avidità consumavi al bar, già da prima in compagnia di tua madre, non riuscivano a darti carne; né le gioiose moine dei bambini, a giocare tra i tavoli, a strapparti l'ombra di un sorriso.
Un unico film scorreva sulla tua retina, mentre guardavi con spessi occhiali scuri la faccia del sole e continuavi a mandar giù dolciumi. La donna delle pulizie ti trovò seduto, con grossi occhiali schermati a notte, davanti a un vassoi dì biscottini e thè, sul tavolo di cucina, addormentato per sempre da un'aria attossicata da una difettosa stufa a gas.

Senza nome
L'ombra del pittosforo accarezza il tuo riposo.
Un mare tempestoso ti spinse, come e con altri materiali di risulta, sulla spiaggia.
Bambini, che raccoglievano conchiglie in quel tardo pomeriggio di libeccio, inorridirono nel vederti sfigurato e mutilo, spiaggiato sul bagnasciuga come tronco senza radici.
Non hai avuto il conforto di un nome, né la lacrima di un parente; tu che pur hai avuto una storia di nascita e vita e, chissà dove, qualcuno che ti piange.
Quei bambini, oggi uomini e donne, ti hanno adottato e continuano a ricordarti con mazzi di fiori e lampe di candela.
Sulla croce una data ricorda quel giorno, in cui ritornasti ad essere nel ricordo dei vivi, anche se chiamato per numero.

Giuseppe
Ti chiamavano "il francese" per quel basco con pon pon rosso che portavi con grazia e gusto a scendere sull'orecchio, coordinato al garofano che da un po' di tempo aveva sostituito l'acre sapore dell'alfa tra le tue labbra sdentate dal fumo e dall'alcool.
Un passato di mare che ti portava a frequentare le spiagge nella bella stagione e la tua galanteria trovava all'anima gemella in qualche tardona teutonica in cerca di calore locale.
Al bar, durante l'inverno, la vetrina delle tue avventure, tra tavoli di giocatori di carte che non ti negavano una bevuta, mentre ti raccontavi.
Una banale caduta, camminavi in compagnia di una conquista settembrina, si rivelò più seria del previsto, in quel femore rotto.
La vendemmia, che puntualmente ti vedeva impegnato nel tuo piccolo fondo, aspettò invano quell'anno e l'uva inacidì, gonfia di globosi grappoli, non vinificati dal tuo pon pon rosso.

Mattia
Avevi otto anni quando facesti la prima comunione ed eri il più piccolo tra i comunicandi.
Ti dissero, in una favola, che presto ti saresti ricongiunto agli angeli in cielo e giocare come non avevi mai potuto.
Da allora cominciasti a sognare quel momento; rifiutavi il cibo o lo rimettevi, se ti costringevano a mandarlo giù.
Non c'erano che gli angeli!
Quel male maligno in breve ti consumò, con una avidità che ti ridusse all'ombra.
La foto che ti ricorda nel giorno della prima comunione è piena di sorriso, nella felicità di avere prenotato un biglietto per il paradiso.

Gaetano
Un giardino di daturie raccoglieva, nella bella stagione, al mattino e al tramonto, il tuo respiro lento e cadenzato, accompagnato dall'incerto passo, supportato da un bastone con manico d'avorio, rifinito in argento benestante.
In quel lento procedere, sempre verso la stessa panchetta, riparata da un coro di dracene, avevi tempo per pensare e pensavi, come da giovane, a quella regola di vita tua, stampigliata nel tuo egoismo piccolo-borghese: "amare sì, sposare mai!"
Fedele a questo credo, avevi sacrificato gioie e possibilità di affetti, arrivando financo a rinnegare quell'unico figlio che, crescendo, era i tuoi anni di prima.
Sua madre lavorava ad ore e ad ore l'avevi amata senza capirne il cuore. Eri solo, su quel grande letto di ottone a canne d'organo, mentre vivevi la tua agonia: solo come un cane.
Rintoccava la campana e fu l'ultima volta che tra te e te potesti chiederti per chi suonasse.

Michele
Vivesti gli anni più belli, non solo perché giovani ma soprattutto per gli interessi che avevi e vedevi soddisfatti, a portata di tavolino, sotto un'aureola di quadri, in pochi metri di basoli, all'ombra di un glicine annoso.
Appagata la tua sensibilità di persona, in un microcosmo senza conformismi che andava a letto alle prime luci dell'alba, per vivere la notte, nel silenzio pronubo di attese, soffi di intenerimento.
Le sirene non ti ammaliarono con la fanfara del carrierismo; continuasti a vivere come avevi voluto fosse la tua vita.
Essere più che avere... la tua scelta.
Il vuoto che hai lasciato - in tanti ti hanno amato - si riempie di preghiera laica, modulata sui ritmidi un Blues in Memoria.

Pietro Paolo Zivelli