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Le trasmissioni nell'antichità

La necessità di comunicare con gli altri, andando al di là di quella che è la modesta portata dei nostri organi, è antica e di sicuro non è errato affermare che tale bisogno è nato addirittura con l'uomo. Infatti, sin dai primordi, non appena ci si rese conto che la potenza dei nostri naturali strumenti di ascolto ed emissione dei suoni era veramente ben poca cosa in confronto alla vastità dello spazio circostante, immediatamente sorse il bisogno di utilizzare strumenti naturali o manufatti, in grado di emettere segnali che potessero essere recepiti anche a grande distanza. Con l'evoluzione dell'essere umano, in ogni suo aspetto, pure il sistema della comunicazione a distanza divenne oggetto di studio e riflessione, sino a giungere a dei risultati veramente sorprendenti.
Comunque, così come sempre è accaduto per ogni scoperta tecnica o scientifica, anche i primi rudimentali metodi di trasmissione furono utilizzati essenzialmente per scopi bellici. Anzi, è proprio il caso di dire che il suo sviluppo tanto deve proprio a tale aspetto della vita che sempre ne permise un costante miglioramento ed affinamento. Ciò venne fatto da tutti i popoli antichi, nessuno escluso, ed ancor prima che fossero inventate la strategia e la tattica. Di sicuro gli iniziali procedimenti impiegati dovettero essere essenzialmente dei grandi fuochi di notte, alternati da dense volute di fumo di giorno, i quali, sapientemente alimentati e gestiti, con una fiamma più alta, più bassa, più intensa o più tenue, erano in grado di inviare lontano dei rudimentali messaggi.
Superando quei popoli antichi, dagli Egizi agli Assiri e ai Babilonesi, che ugualmente seppero creare dei valenti sistemi di trasmissione, la storia delle comunicazioni in quel mondo greco in cui gli eventi tanto bene s'intrecciano con la leggenda e la mitologia ha inizio con un accadimento tragico e drammatico: la morte di re Egeo, suicida in mare a causa di un'errata notizia pervenutagli a distanza. Il figlio Teseo, infatti, al ritorno dall'impresa vittoriosa contro il Minotauro, aveva dimenticato di sostituire le vele nere con quelle bianche; segnale questo che avrebbe dovuto far intendere da lontano al padre sulla terraferma che la missione era perfettamente riuscita e lui era salvo. Tale sistema di comunicazione, che consisteva nella trasmissione di semplici segnali, messaggi prestabiliti, era molto diffuso nel mondo antico. Plinio considerava Sinone l'inventore di tale particolare sistema, mentre altre fonti assegnano il merito della scoperta a Palamede, entrambi personaggi dell'età antica.
Oltre a notizie fatte pervenire grazie a vele, drappi, bandierine e tantissimi altri oggetti di segnalazione, gli Achei prima e i Dori dopo, del resto così come tutti i popoli loro contemporanei, fecero affidamento su veloci e rapide staffette. Anche in questo campo abbiamo un episodio che, per l'importanza, la grandiosità e purtroppo pure per l'identica drammaticità del precedente, ha travalicato i secoli giungendo sino a noi: la corsa di Filippide. Il giovane, nel desiderio di far conoscere ad Atene, nel più breve tempo possibile la notizia della vittoria ottenuta a Maratona (490 a. C.) contro gli invasori persiani, affrontò di corsa i 42 chilometri che separavano il campo di battaglia dalla città. All'arrivo, subito dopo aver dato la lieta notizia, stramazzò al suolo, non avendo il suo organismo resistito a tale considerevole sforzo.
Al di là di questi episodi, in bilico tra realtà e leggenda, risulta che i Greci, sin dai primordi della loro civiltà, costruirono una lunga serie di stazioni, vigilate da sentinelle, da cui si potevano emettere segnali. Indicazioni fatte ovviamente con fumo e fiamme, visibili da posti distanti tra loro ed in grado di giungere sino a luoghi lontanissimi. La conferma dell'esistenza di una primordiale rete di comunicazione, la rileviamo dagli scritti di alcuni autori dell'epoca. Non sempre tuttavia i segnali emanati servivano per avvertire di un pericolo, divulgare una notizia o impartire ordini militari, in quanto non raramente avevano anche un utilizzo negativo. Presso i Mosenici, ad esempio, popolo esistente presso le rive del Mar Nero, l'apparato di torri lignee in loro possesso, poste all'incirca una ogni dieci chilometri, così come apprendiamo da Senofonte, aveva soprattutto lo scopo di avvisare dell'arrivo di una carovana da depredare.
Inutile dire che nel mondo antico ed in quello ellenico, in particolare, sempre ci si ritenne insoddisfatti di questi semplicistici e primordiali sistemi di comunicazione, per cui mai si trascurò la ricerca al fine di venire in possesso di una diversa e più perfezionata opportunità, che consentisse di trasmettere, non più solo pochi e prestabiliti messaggi, bensì intere frasi. Un primo esperimento di tale natura venne effettuato da Enea il Tattico, teorico di arte militare, ai tempi di Alessandro il Grande ( 356‑323 a. C.). Del suo sistema ci parla Polibio (1).
Questi costruì, infatti, una serie di stazioni, intervallate tra loro, ove in ognuna era posizionato un vaso cilindrico. Tutti della stessa dimensione e colmi d'acqua al medesimo livello. Alla base di tale recipiente era ricavato un foro per la fuoriuscita dell'acqua; la parte superiore era aperta per l'inserimento di un'asta fissata su una piastra circolare galleggiante e su di essa erano incisi dei segni convenzionali comuni a tutte le aste presenti presso gli altri presidi. Dopo aver concordato tra le due stazioni contigue la trasmissione del messaggio mediante l'impiego di fiaccole, s'iniziava il contemporaneo svuotamento del recipiente con conseguente abbassamento dell'asta galleggiante sino a che il segno d'interesse non raggiungeva il bordo superiore del cilindro. A tal punto si poneva fine alla fuoriuscita dell'acqua dai contenitori trasmettendo quest'altro avviso ancora con la fiaccola.
Lo stesso Alessandro, uomo versatile e poliedrico, mai fu indifferente al problema delle comunicazioni. In questo senso dovette essere spinto anche dalla vastità dei suoi domini, in continua espansione, e dalla necessità, quindi, di far giungere ordini o notizie in ogni sua, seppur lontana, parte. A lui è anche legato l'episodio di un abitante di Sidone, il quale pare avesse ideato un interessante dispositivo di propagazione delle notizie in modo rapido e sicuro. Inizialmente il Macedone, forse perché assorbito da altre questioni, si rifiutò di prestargli la giusta attenzione. Allorquando, però, si rese conto che tale scoperta di sicuro gli sarebbe stata di grande aiuto, fece inutilmente cercare il geniale inventore. Questi, non avendo probabilmente inteso il vero motivo per il quale il sovrano lo stava rincorrendo e temendo per la sua incolumità, preferì sparire nel nulla rendendosi introvabile.
Le comunicazioni, dopo il sistema realizzato da Enea il Tattico, ai tempi di Filippo III il Macedone ( 220‑179 a.C.), subì un nuovo processo di perfezionamento grazie a due valenti personaggi dell'epoca: Cleoxene e Democlite, i quali, per la prima volta, riuscirono ad inoltrare singolarmente le varie lettere dell'alfabeto. Si potevano, così, costruire e propagare intere proposizioni, ben articolate e circostanziate. Tale apparato verrà successivamente perfezionato dallo storico Polibio (II secolo a.C.), il quale distribuì tutti i segni dell'alfabeto su un enorme piano di legno quadrato a mo' di tavola pitagorica, con cinque lettere per lato. In questo modo ognuna di esse poteva venir individuata da due cifre che erano, poi, comunicate alla stazione di fronte da un ugual numero di fiaccole accese. Inutile dire che tale sistema, indubbiamente di gran lunga più utile di tutti i precedenti, era, però, di una lentezza esasperante (2).
Non possiamo concludere questa carrellata sulla civiltà ellenica senza un riferimento pure alle trasmissioni all'interno di quella loro particolare religione, popolata di tanti dei in nulla dissimili, per spiritualità, cultura ed aspirazioni, ai loro adoratori terreni. In tale sfera celeste il problema delle comunicazioni era affidato ad Hermes alato. Figlio di Giove, in possesso di una straordinaria eloquenza ed una prodigiosa memoria, era in grado di muoversi con la velocità del vento e quindi capace, in un tempo rapidissimo, di far giungere ovunque gli ordini del supremo capo dell'Olimpo.
Pure nel mondo romano la storia delle trasmissioni prende il via con un avvenimento in bilico tra leggenda e mito. Al termine della battaglia del Lago Regillo (496 a.C.), che vide l'esercito dell'Urbe trionfare sulle schiere del deposto Tarquinio il Superbo, i cittadini vennero a conoscenza della vittoria da due "trasmettitori" d'eccezione, che per l'occasione impiegarono come staffette i Dioscurì Castore e Polluce. Al di là di questo episodio fantastico, anche per gli antichi abitanti dei sette colli i primi mezzi per comunicare a distanza dovettero essere dei semplici segnali di fuoco e fumo, ovviamente in continua evoluzione, sviluppo e perfezionamento. Successivamente, allorquando la Repubblica diede vita ad un possente complesso militare, articolato in disciplinate Legioni, con una loro ben precisa organizzazione interna, allora per diffondere gli ordini, sia negli accampamenti, che durante le marce o le battaglie, insieme ad altri strumenti, venne usata prevalentemente la tuba, che può essere considerata una primordiale tromba.
Nel momento in cui i possedimenti di Roma si allargarono sino a comprendere gran parte della superficie terrestre allora conosciuta, si avvertì prorompente il bisogno di impiantare un efficace servizio per collegare l'Urbe con le altre città e le sue tante provincie. Dopo vari tentativi si giunse, così, ad installare una rete di propagazione che faceva capo al sistema inventato da Polibio. Esso comprendeva una grande quantità di torri, poste ad idonea distanza l'una dall'altra, in grado di ricevere un messaggio ed inoltrarlo alla successiva. Tali torri, di cui tanti ruderi ancora sono visibili, erano di notevoli dimensioni. Circondate per la difesa dei "trasmettitori" da una robusta palizzata, apparivano in possesso pure di una balconata, situata ad una determinata altezza dal suolo. Durante gli anni della dominazione di Augusto risulta che tale dispositivo era capillarmente diffuso su tutto il territorio imperiale e perfettamente funzionante. Una prova dell'importanza raggiunta da questo mezzo di propagazione è infine possibile leggerla su quel meraviglioso affresco che è la Colonna Traiana, monumento descrittivo di un'intera epoca, ove è mirabilmente rappresentata una di queste costruzioni.
Il problema delle comunicazioni, così vivo nel periodo classico, non poteva non coinvolgere anche la sfera sacra della Cristianità. Dalle Scritture apprendiamo, infatti, che la parola di Dio era affidata ad una schiera di eterei Angeli alati, impegnati a farla giungere in ogni luogo dell'universo. I riferimenti a questi celesti messaggeri incorporei sono molti, tutti ben noti e degni di essere riportati. Il più celebre avvenimento in assoluto, nonché quello al quale nel corso dei secoli si sono ispirati tanti pittori, specie del Rinascimento, è l'Annunciazione a Maria. In quella occasione l'Arcangelo Gabriele, cui spetta una supremazia nell'angelica scala gerarchica, portò alla Vergine la notizia che avrebbe partorito il Figlio del Signore. Motivo questo per cui oggi l'Arma delle Trasmissioni lo ha quale Protettore. Altri episodi, ugualmente degni di nota, sono, poi, l'avviso ai pastori della nascita del Bambino Gesù a Betlemme e la lieta novella dell'avvenuta Resurrezione data da due di tali Presenze spirituali alle Pie Donne.
A tutti questi apparati di comunicazione, a base essenzialmente tecnica, è poi da affiancarne anche uno di natura strettamente animale. Mezzo ampiamente usato e ben noto non solo nell'antichità, ma pure nei secoli successivi sino ai nostri giorni: il colombo viaggiatore. Il sistema era semplice nella sua essenza, nonché di facile utilizzo. Fondava essenzialmente sul fatto che questo pennuto, portato lontano dal luogo di nascita, appena in libertà, immediatamente dava inizio ad un veloce volo di ritorno al fine di riuscire a rientrare verso quello che considerava il proprio nido. Pertanto, bastava legare ad una sua zampetta un rotolino con il messaggio scritto, per essere certi che in breve tempo sarebbe giunto a destinazione. Ovviamente, se il singolo, la carovana in marcia o l'esercito in spostamento, presagivano un lungo viaggio e, di conseguenza, prevedevano che le informazioni da far pervenire alla sede dovessero essere molte, allora, portavano al seguito un gran numero di questi particolari messaggeri alati.
Con la fine dell'Impero Romano, durante i primi secoli del Medioevo, essendo andate smarrite gran parte di quelle conquiste fatte durante l'Era classica, le trasmissioni si continuarono a fare essenzialmente con il fuoco di notte ed il fumo di giorno. A tale procedimento venne, però, gradualmente ad affiancarsene anche uno completamente nuovo e legato ad un qualcosa sino ad allora inesistente: le campane con il loro suono. Ovviamente, ciò fu possibile ed attuabile solo grazie alla diffusione del Cristianesimo, che favorì il sorgere di una miriade di campanili in ogni angolo d'Europa. Data la povertà di tale impianto, le notizie da inviare erano, tuttavia, quasi sempre concordate in precedenza e comunque nella maggior parte dei casi si limitavano a segnalare unicamente un pericolo incombente.
Ai fini delle comunicazioni, durante questo particolare periodo della storia dell'umanità, ebbero notevole importanza non solo i batacchi delle grandi campane delle chiese, ma pure quelli di uguali strumenti, di proporzioni ben più piccoli, usati per informare a più breve distanza. Valga per tutti l'esempio della martinella issata sul Carroccio, che con il suo suono aveva non solo il compito di far sapere alle proprie schiere ove fosse posizionata la parte centrale dell'armata, ma anche e soprattutto far giungere tutti gli ordini legati all'attività militare. Ordini che, di sicuro, se dati a voce si sarebbero persi nel clamore della battaglia, così come ugualmente non sarebbero giunti ai militi più lontani. Non va, infine, dimenticato che spesso questi eserciti facevano precedere le loro truppe combattenti da alcuni "trasmettitori", i quali, ben celati agli occhi del nemico, ne scrutavano attentamente consistenza e movimenti, per poi comunicarli alle proprie fila.
Con la nascita e l'affermarsi dei liberi Comuni, prima, e delle Signorie, dopo, e con la conseguente espansione dell'autorità della città su un piccolo o vasto territorio tutt'intorno, assistiamo alla diffusione di particolari congegni, strumenti che, collocati normalmente sulle torri più alte delle mura o su una pur essa elevata costruzione pubblica, quasi sempre con l'ausilio di fuoco o fumo, servivano per far pervenire, in un tempo estremamente rapido, notizie dal proprio contado o riceverne. Nel periodo tardo‑medievale ed in quello dell'inizio dell'Età Moderna si ebbe, poi, l'affermarsi lungo gran parte delle coste italiane, con un particolare riferimento a quelle del Mezzogiorno, di una lunga serie di torri in muratura, volute con una duplice funzione. Dovevano valere, sia per ospitare degli armati, ai quali era delegato l'incarico, in caso di attacco nemico, di un'immediata azione di contrasto e difesa, in attesa che giungessero ben più consistenti unità da combattimento, che per effettuare comunicazioni. Dotate sulla parte più alta di un apposito spazio e di idonee apparecchiature per l'accensione di un grande fuoco, con esso avevano il compito di segnalare, non solo ai centri abitati più vicini, ma anche alle più vicine analoghe costruzioni, l'arrivo di un pericolo, che nella maggior parte dei casi s'identificava con una flotta saracena. Di stazione in stazione la notizia era così in grado di viaggiare veloce e giungere in ogni possibile posto minacciato, consentendo in tal modo di approntare per tempo le opportune difese.
L'arrivo sui campi di battaglia delle armi da fuoco, non solo giunse a rivoluzionare il modo di combattere degli armati, in quanto, in non rari casi, intervenne pure ad affiancarsi ai metodi di comunicazione già esistenti. Ciò, perché molto spesso degli spari, usati in modo cadenzato, regolare o intrecciati con segnali luminosi, servivano per avvertire di novità o inviare informazioni agli altri uomini che erano nelle retrovie. A tal proposito ricordiamo che, durante il Sacco di Roma del 1525, papa Clemente VII, da Castel Sant'Angelo, ove si era asserragliato per difendersi dai Lanzichenecchi, come ci ha tramandato il Cellini, usava far pervenire notizie al Duca di Urbino attraverso il ritmico fuoco dei suoi cannoni.
Con lo scorrere dei secoli, rileviamo che nulla è stato mai trascurato al fine di perfezionare il modo per porsi in contatto, sia su lunghe che su brevi distanze. Il tutto costantemente è, però, risultato ostacolato e frenato dalla mancanza di idonee conoscenze scientifiche. Pertanto, nonostante gli sforzi, il sistema base sempre è restato legato a quello tradizionale fatto di alte lingue di fuoco e grosse volute di fumo. Un grande passo avanti fu, poi, fatto grazie alla valentia scientifica di Galileo Galilei. La scoperta del cannocchiale venne infatti ad influire in modo indiretto sul progredire delle trasmissioni. Ciò, in quanto un suo uso faceva sì che le stazioni potessero essere poste ad una distanza di gran lunga maggiore. Sulla scia di tale invenzione, nel 1684 il padre gesuita Francesco Terzi de Lana, in uno studio erudito, illustrò una geniale idea per far giungere messaggi in lontananza. Fatta di pendoli, fiaccole, bandierine, ma soprattutto di cannocchiali, nonostante una sua rudimentalità, consentiva tuttavia di scambiare intere frasi, in quanto usava trasmettere con le lettere dell'alfabeto.
Ad essa fece seguito la creazione di Gaspard, Scott e Beucher. Formata da vari pali verticali, lungo i quali scorrevano corpi di varia forma e misura, sostituiti di notte da oggetti luminosi, consentiva, grazie ad un particolare movimento e varie combinazioni, seguendo ovviamente un codice prestabilito, di inviare lontano un qualsiasi messaggio. Tale nuovo apparato non incontrò il successo sperato. Ciò, sia a causa della poca visibilità dei segnali, che per la lungaggine richiesta dal posizionamento. Ad ovviare al problema della lentezza provvide allora il Bergtrasser, il quale ideò di sostituire le lettere dell'alfabeto con dei numeri. Venuti a conoscenza di questo sistema, i fratelli Chappe lo studiarono e lo perfezionarono, sino a costruire un vero e proprio telegrafo meccanico di gran lunga migliore di quelli già esistenti e destinato ad un grande successo, soprattutto in Francia. Tale metodo di comunicazione si articolava su una lunga serie di stazioni, distanti tra loro circa nove chilometri. Ognuna si componeva di una costruzione, sulla quale risultava posizionata un'antenna rigida alta circa sei metri. Esse, alle estremità, erano munite di barre mobili, le quali, opportunamente manovrate da un esperto "trasmettitore", venivano a comporre una lunga serie di cifre, alle quali corrispondevano delle parole, che al termine davano un intero messaggio. La prima linea ad entrare in funzione, inaugurata il 1° settembre 1794, fu quella che mise in collegamento Parigi con Lilla. Poiché il risultato venne ritenuto altamente soddisfacente, in breve fu deciso di estenderlo su tutto il territorio della Repubblica francese. Pertanto, giunti nel 1844, la rete di comunicazione impiantata aveva un'estensione di circa 5000 chilometri ed era costellata da ben 534 punti di trasmissione. Il complesso restò in uso attivo sino al 1850 circa.
Pure in Italia la nuova apparecchiatura venne subito molto apprezzata, tanto è vero che in Piemonte nel 1806 fu posto in uso un sistema che consentiva un rapido contatto di questa regione con la Lombardia, la Savoia e la Liguria. Ad un dato momento tale apparato venne sottoposto ad un processo di miglioramento, con l'applicazione di alcune innovazioni tecniche dell'ingegnere Gonella. Tale struttura, per distinguerla dalla precedente, fu indicata con il suo nome. Questa ulteriore creazione continuava, però, a conservare un difetto che era stato anche del Chappe, cioè una scarsa visibilità notturna, che, nonostante l'introduzione di alcuni accorgimenti, mai si riuscì ad eliminare del tutto. Un impianto molto simile ad esso, partendo dalla Svezia (1794) venne gradatamente adottato in gran parte del nord Europa, ove assunse il nome di Endelcrantz. Nel 1831 tale dispositivo entrò in funzione anche in Russia, mentre in Prussia risultava già da tempo attivo.
Vincenzo Cuomo