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Profilo di Pithekoussai, oggi isola d'Ischia,la più antica colonia greca in Occidente (VIII s. a. C.)

   Con l'avvento dell'età del ferro, agli inizi dell'VIII secolo a. C., il lento evolversi della civiltà riceve un brusco impulso che lo porta ad una progressiva accelerazione. La "caccia ai metalli industriali" diviene, di colpo, elemento chiave in una politica di sviluppo razionalmente mirata alla sicurezza ed alla prosperità.
Non si conoscono, in Oriente, miniere ferrose. In Occidente, invece, sono note quelle della Sardegna e della penisola iberica, già da due secoli utilizzate dai Fenici, che hanno creato un severo monopolio nel settore, di cui sono gelosissimi e ben armati custodi. Gli Etruschi, a loro volta, hanno incominciato a utilizzare le miniere ferrose dell'isola d'Elba e numerosi, piccoli giacimenti di metalli industriali (oltre al ferro, il rame, il mercurio, il piombo, l'antimonio, lo stagno, lo zinco e anche l'argento) sparsi lungo la fascia  costiera tirrenica, dall'Arno al Tevere.
I Greci Eubei, spinti dalla crisi economica che travaglia la loro isola, decidono di avventurarsi sulle rotte metallifere etrusche.
Le due più importanti cittadine eubee, Calcide ed Eretria, superano i dissidi che spesso le dividono e puntano, concordi, ad un piano operativo che prevede la creazione di una solida testa di ponte in un'isola tirrenica che offra non solo requisiti idonei ad un soggiorno prolungato (approdo sicuro, acqua, risorse agricole), ma che sia, anche, situata al limite meridionale della zona d'influenza etrusca: vicina agli Etruschi quel tanto che basta per instaurare facili rapporti commerciali, lontana abbastanza per sentirsi sicuri.
Un'isola con queste caratterristiche è individuata nell'attuale isola d'Ischia che, col nome di Pithekoussai, diviene - probabilmente nel 770 a. C. - la prima colonia greca in Occidente (precedendo così la Magna Grecia), come l'archeologo Giorgio Buchner ha potuto stabilire nel 1966, dopo più di un ventennio di appassionate ricerche.
  Sull'etimologia della parola greca Pithekoussai varie sono le versioni. La più diffusa è quella sostenuta da Plinio il Vecchio (Nat. Hist. III, 8, 82) che fa riferimento ai grandi vasi contenitori (pithoi), preziosissimi nella conservazione e nel trasporto delle derrate alimentari, prodotti nel'isola grazie all'utilizzazione dell'ottima argilla locale da parte dei vasai eubei, già maestri in patria dell'arte ceramica. A sostegno della tesi pliniana va ricordato che non sono rare le località che prendono il nome dal loro prodotto più noto e apprezzato. Ad esempio, nel loro linguaggio corrente, ancor oggi gli Arabi del Sud chiamano Venezia Bundukia, da bunduk = fucile, quindi la città dei fucili, in rapporto alla finissima produzione della Serenissima, maestra in questo settore.
Secondo l'alessandrino Xenagora (90 a. C.), Pithekoussai deriverebbe da pithekos = scimmia, ma qui inteso in senso di essere scimmiesco. Per spiegare il difficile momento geologico dell'isola nell'antichità (con frequenti sconvolgimenti tellurici, maifestazioni geotermiche violente, eruzioni vulcaniche, etc.) si faceva riferimento al gigante Tifeo, precipitato da Giove nel mare Tirreno, il cui corpo - incatenato, ma non domo - costituiva il territorio isolano... Gli abitanti di questo mitico mondo non potevano avere sembianze del tutto normali.
Un'interessante ipotesi, recentemente avanzata da D. Ridgway, uno degli archeologi che maggiormente hanno lavorato su Pithekoussai, è che il nome greco sia semplicemente la forma ellenizzata di un toponimo indigeno riferito all'isola o forse all'intero arcipelago flegreo (Ischia, Procida, Vivara), come il plurale del nome greco può far supporre. Si sottolinea, infatti, che marinai e mercanti stranieri sono soliti manipolare i nomi che risultano difficili da pronunciare nella loro lingua: ad esempio Orcadi per le isole scozzesi Orkneyes e, in senso inverso, l'inglese Leghorn per l'italiano Livorno.

Il problema dell'approdo sicuro, in assenza dell'attuale porticciolo naturale di Ischia Porto (un laghetto di origine vulcanica, collegato al mare solo nel XIX secolo), non era dei più semplici. Ma gli Eubei individuarono, sulla costa Nord, un massiccio promontorio triangolare, che si erge a picco sul mare, raggiungendo una quota di circa 200 metri, che veniva a formare un duplice approdo sui suoi fianchi: la baia di San Montano e l'attuale spiaggia di Lacco Ameno. Ecco, dunque, un duplice approdo, sicuro come quello dell'isola greca di Asteride, descritto nell'Odissea (IV, 846). Raramente questo approdo è investito in pieno dalle forti mareggiate su entrambi i settori. E' quindi possibile trasferire le imbarcazioni nel lato meno esposto. Alla peggiore, se mai, è possibile tirare a secco le barche o sulla spiaggia della baia di San Montano o su quella di Lacco Ameno.
Sulla cultura omerica dei coloni Eubei fa testo, soprattutto, uno dei reperti più significativi trovati da G. Buchner nella necropoli di San Montano nel 1959.
Si tratta di una coppa (skyphos) denominata di Nestore per gli esametri che vi sono stati graffiti, con uno stile acuminato, in scrittura sinistrograda, caratteristica del periodo arcaico, databile al 720 a. C. La tazza è stata laboriosamente ricomposta partendo dai molti frammenti in cui si era ridotta con la frantumazione rituale. Tralasciando la metrica in esametri del testo originale, l'iscrizione può essere così tradotta: Nestore aveva una coppa in cui valeva la pena di bere, ma chiunque beve nella mia sarà immediatamente preso dal desiderio della bionda Afrodite.
L'interesse di questa coppa è veramente eccezionale: basti pensare che rappresenta una delle più rare iscrizioni greche complete che ci siano pervenute dopo i poemi omerici. Per gli esperti, poi, è chiaro il riferimento all'XI canto dell'Odissea, ove si parla di Nestore e della splendida coppa in cui egli beve ciò che gli aveva versato la fedele Ecamede. E' certamente, come scrive P. Monti, "una poesia conviviale che erompe da un cuore ebbro di amore gagliardo. E' un'aperta sfida di un pitecusano che, stringendo la sua fragile coppa d'argilla, colma di vino, la lancia contro quella regale del saggio Nestore. E' un grido trionfante dell'amore, un canto sensuale alla gioia di vivere. Dal fondo cupo dell'inebriante calice si leva, inoltre, un vivo ricordo della storia troiana: quelle saghe omeriche narrate dai primi coloni greci in Occidente, così come le cantava l'aedo Demodoco alla mensa di Alcinoo, re dei Feaci".
Oviamente, la coppa di Nestore mostra la perfetta conoscenza che i coloni pithekoussani avevano dell'opera omerica e quanto in essa si sentissero immedesimati.
  Molti altri reperti  di grande importanza faranno parte del Museo di Villa Arbusto a Lacco Ameno. Così, ad esempio, una delle più antiche raffigurazioni che si conoscano di Achille e Aiace; una splendida scena di naufragio dipinta su un cratere locale; il frammento dell'orlo di un cratere locale con iscrizione sinistrograda (... Inos m'epoies..: Ino mi fece): è la più anica firma di vasaio nota nel mondo greco. Uno fra i molti sigilli, del gruppo "Suonatori di lira" (Lyra players) che serviviano a garantire l'autenticità di un prodotto. Alla morte del titolare dell'azienda produttrice, il sigillo veniva sepolto con il padrone.
Un interessante museo stratigrafico è stato creato da Don Pietro Monti nel sottosuolo della Basilica di S. Restituta, sempre a Lacco Ameno: comprende anche il periodo romano e bizantino dell'isola.
Esigenze di espansione in Campania, anche per rendere più sicura la costa prospiciente, il momento geologico particolarmente difficile che Pithekoussai stava attraversando, con manifestazioni vulcanico-telluriche assai violente e frequenti, il profondo dissidio, in madre patria, fra Calcide ed Eretria, poi sfociato nella  "guerra lelantina", spinse la comunità isolana a fondare una nuova colonia sul continente: Cuma. La vicinanza della nuova colonia, separata da Pithekoussai da uno stretto braccio di mare, e il favorevole, costante regime delle brezze, che spirano sempre di traverso sulla direzione di rotta, sia all'andata che al ritorno, rendeva assai agevole il congtatto fra le due colonie.
Come Pithekoussai, Cuma si presenta come una acropoli naturale; una erta collina che si erge solitaria sulla costa, esposta verso sud-ovest, in direzione cioè dell'acropoli isolana. In assenza di foschia le due località sono ben visibili l'una dall'altra.
Cuma, come è noto, divenne presto luogo sacro e venerato nel mondo antico, perché ospitava, in un anfratto roccioso, la Sibilla. Poco discosto nella piani sottostante è il lago Averno, "la porta degli inferi". Etimologicamente, Averno deriva dal greco a-ornon, cioè privo di uccelli, la cui assenza, notata dai coloni eubei e messa in relazione alla contiguità col regno dei morti, contribuì non poco a creare, nel mondo antico, la mitica, magica atmosfera che aleggiava sulla Sibilla e i suoi responsi.
La difficile situazione in patria rese indispensabile un preciso accordo fra le due comunità eubee per accontentare entrambe le parti all'atto di varare la nuova colonia. Ne risultò un compromesso che può definirsi perfetto. Come Strabone e Livio riferiscono, infatti, gli Ecisti che governavano Pithekoussai - il calcidese Megastene e l'eretriese Ippocle - decisero che la nuova colonia doveva essere considerata calcidese, ma prendere il nome eretriese di Kyme (Cuma), che era la patria di Ippocle. Ben presto l'espansione greca divenne operante in Campania: Neapolis (Nuova Città) fu uno dei primi frutti di questa operazione, che intensificò i rapporti con le popolazioni locali e, allo stesso tempo, rese più decisa la politica nei riguardi degli Etruschi.
Il periodo eubeo di Pithekoussai finì, piuttosto rapidamente, nel 700 a. C., ma lasciò un segno indelebile nell'evoluzione della storia mediterranea.
  Altre popolazioni greche subentrarono agli Eubei.
Nel 474 a. C. Gerone, il potente tiranno siracusano, accorse con la sua possente flotta e sbaragliò completamente il Tirreni (Etruschi) che avevano attaccato le colonie greche della Campania. Lo scontro navale si svolse nel braccio di mare fra Cuma e Pithekoussai. Poche battaglie dell'antichità sono state meglio documentate. Pindaro, che assisteva allo scontro al seguito di Gerone, gli dedicò una ode (la IX ode olimpica), altre narrazioni ci sono pervenute da scritti posteriori; elmi dei Tirreni, catturati nella battaglia, sono conservati ad Olimpia ed al British Museum. E' visibile in alcuni la dedica a Zeus di queste prede belliche compiute nello scontro di Cuma.
L'esito infausto di questa battaglia determinò un sensibile calo della potenza etrusca nel Tirreno meridionale e l'abbandono dell'Etruria campana. Questo vuoto improvvisoo fu riempito dalla calata verso il mare di più rozze popolazioni appenniniche (Volsci, Sanniti, Equi, ecc.). Ad es. nel 421 a. C. Cuma era sannita.
Roma doveva poi duramente combattere per ompere l'isolamento politico-culturale dal mondo greco che la nuova situazione geo-politica le aveva imposto. Questo isolamento è ben documentato dal fatto che nessun nuovo culto ellenico fu per lungo tempo instaurato nell'Urbe. Solo nel 293 a. C. (181 anni dopo lo scontro di Cuma) fu introdotto a Roma, nell'isola Tiberina, il culto greco di Esculapio, doppo un viaggio al santuario di Epidauro alla ricerca di una divinità in grado di debellare una epidemia di peste.
  Il ruolo giocato da Pithekoussai nell'VIII s. a. C. appare particolarmente importante. Per prima, infatti, la nuova colonia eubea si è trovata a gestire la funzione di punto di convergenza e di incontro nell'evolversi della civiltà occidentale verso quelle stesse forme di coltura e di civiltà che noi oggi viviamo. E' indubbio che i Greci dell'Eubea portarono in Occidente, agli Etruschi, facendo perno su Pithekoussai, gli elementi fondamentali di una nuova civiltà: la scrittura (allora ignota agli Etrusc hi) e il concetto e la prassi della polis, cioè di una struttura politica, la città-stato, democraticamente organizzata e razionalmente costruita, con un governo elitario, formato da due Ecisti, insediato nell'acropoli dominante dall'alto la vittà. facilmente difendibile, una Agorà che anticipa il romano Forum, una ben curata necropoli, zone residenziali e zone industriali.
Il nuovo mondo che si apre ai coloni eubei in quell'angolo ancora poco noto del Tirreno richiede particolare accortezza. La polis, col suo governo elitario, si interessa attivamente dei rapporti politico-commerciali con il mondo esterno: si promuovono attività di scambio redditizie, si migliorano i prodotti locali e se ne garantisce l'autenticità e il prestigio con gli speciali sigilli che accompagnano le esportazioni. Da Pithekoussai alle terre etrusche del Lazio e della Maremma toscana, fino all'isola d'Elba, ove si trovano le più ricche miniere di ferro etrusco, è un intrecciarsi di commerci in cui l'arte vasaia eubea diviene apprezzata moneta di scambio.
I numerosi piccoli giacimenti di minerali industriali "accessori", indispensabili nell'approntare leghe metalliche, si trovano nella larga fascia costiera tirrenica compresa fra l'Arno e il Tevere. Qui i carghi eubei possono servirsi degli approdi fluviali vicini ad importanti città etrusche: sul Fiume Marta, presso Tarquinia, sul Fiora nel territorio di Vulci, sul Fiume Ombrone nel territorio di Vetulonia e di Populonia. Anche se fino ad ora non sono state fatte ricerche sistematiche, è probabile che tracce del vasellame eubeo siano reperibili in queste zone di scambio prima dell'isola d'Elba.
Tutto il materiale acquistato dagli Etruschi veniva trasportato a pithekoussai e lavorato nella zona industriale di Lacco Ameno. Questa zona s'inoltra verso una stretta valletta, sovrastata da due erti speroni rocciosi, detta oggi "Canale". Poteva, a prima vista, sembrare irrazionale la scelta di un luogo non certo di agevole accesso per l'installazione dei forni adibiti alla lavorazione dei metalli, ma i coloni eubei, giustamente, avevano tenuto conto della cosa più importante nella collocazione dei forni: in assenza di altiforni, nell'antichità, era di basilare importanza assicurarsi un ottimo tiraggio e lì a Canale, a circa 150 metri di quota, nella strettoia fra i due speroni di roccia, si forma, come dice il nome, un vero e proprio canale di vento (l'effetto Venturi). L'imboccatura del canale è rivolta a ponente e proprio da questa direzione spirano le brezze più sostenute e costanti dell'isola.
Del resto, non bisogna dimenticare i ben più ardui disagi sostenuti dagli Ebrei per installare i loro forni per metalli nelle aree più ventose del Monte Sinai (gli altiforni della Bibbia).
  L'importanza sempre più preminente della lavorazione dei metalli nell'attività isolana portò alla formazione di maestranze altamente specializzate e, in epoca romana, a partire dal periodo di Silla e Mario, 88-82 a. C., il nome di Pithekoussai fu sostituito da quello di Aenaria, da Aenum o Haenum, che indica, genericamente, i metalli.
Con Aenaria veniva indicata sia l'isola, sia il nuovo piccolo ma attivissimo centro marinaro romano, situato nella zona dell'attuale Ischia Ponte, all'estremità nord-orientale dell'isola, fra il Castello Aragonese, gli Scogli di S. Anna e Cartaromana (Plagae Romanae). Tale centro marinaro, specializzato in attività cantieristiche, è ora giacente - per antiche manifestazioni vulcanico-tettoniche svoltesi molto rapidamente (A. Rittmann) - su un fondale di 7-8 metri. Pietro Monti, che fra i primi indagò su Aenaria, ha raccolto materiale di notevole interesse: àncore navali di varie dimensioni, armi leggere da lancio, di largo uso negli scontri navali ravvicinati (ad es. quei piobini acuminati che sagittari e funditores scagliavano con le loro frombole e i loro archi contro i nemici), pani di bronzo che recano inciso il nome della plumbaria produttrice (la più importante era quella di Gneo Atellio e del figlio Miserino), lastre metalliche di protezione, ecc. Il peso, la purezza delle leghe metalliche impiegate, la varietà delle forme fanno collocare la plumbaria sopra ricordata a buoni livelli qualitativi di produzione. Particolare interesse fra i tecnici hanno destato i lingotti di piombo recuperati dal fondale di Cartaromana: uno, del peso di ben kg 36,300, più del doppio di quelli, pur famosi, di Laurion nell'Attica e superiore a quelli di Cartagena (kg 28,400). Il costante interessamento di don Pietro Monti, rettore della Basilica di Santa Restituta, stimola in molti ragazzi la passione per ricerche subacquee (ben controllate da ogni punto di vista).
La grande base navale di Capo Miseno non lesinava, certo, il lavoro ad Aenaria. E che i Romani lo apprezzassero è dimostrato dal fatto che, fra i molti centri della Campania, solo Aenaria, con Neapolis, era considerata territorio "federato", non dipendente, con conseguenti vantaggi socio-economici.

Tornando a Pithekoussai, Strabone nota che la feracità del suolo (eukarpia) è uno degli elementi chiave della fortuna della nuova colonia. Privilegiata era - come oggi - la viticoltura; il che permetteva di avviare relazioni commerciali anche in questo settore.
La sorpresa più gradita per i coloni furono, però, i vasti giacimenti di ottima argilla vulcanica trovati alle falde dell'Epomeo (780 m. s. m.). Subito i coloni, già maestri in patria, si dedicarono all'industria della ceramica (da Keramikos, figlio di Bacco), seguendo rigidamente lo stile della madrepatria e poi inserendovi anche elementi di derivazione locale e mediorientale. L'industria vasaria pithekousana ebbe un grande successo. L'accresciuto volume di scambi nel Mediterraneo comportava una sempre più pressante richiesta di "pithioi", mentre la raffinata eleganza greca degli oggetti decorati faceva larga presa sugli Etruschi (che da allora provarono ad imitarli).
Per finire, i coloni eubei trovarono nell'isola numerosissime sorgenti: molte ti tipo termale e ipertermale (che incominciarono a utilizzare in pratiche balneo-terapiche), altre fredde ed a debole concentrazione salina, ottime per bibita e, allo stesso tempo, utili per la loro azione diuretica. Una di queste sorgenti, nel versante sud dell'isola, si dimostrò efficace anche in dermatologia, nei proc essi di cicatrizzazione cutanea. Dedicata ad Apollo e alle Ninfe Nitrodi questa sorgente ha mantenuto intatto sino ai nostri giorni il nome greco originario (Nitrodi). Nei suoi pressi è stata trovata nel XVIIII s. la più vasta raccolta di ex voto mai reperita nei territori italici dell'Impero romano, raccolta che il re Carlo III fece trasferire nel Museo Nazionale di Napoli. Si tratta di bassorilievi marmorei di buona fattura, dedicati ad Apollo ed alle Ninfe Nitrodi per i benefici tratti dalle cure termali eseguite alla sorgente (trattamenti idropinici e balneo-terapici). Fra questi marmetti votivi, interessanti quelli relativi ad alcuni medici e loro allievi (il che fa supporre che, in epoca romana, agisse in loco una scuola di idrologia medica), e , tocco mondano, l'ex voto di Argenna, una raffinata liberta dell'Imperatrice Poppea.
Aenarria non era certo Baia, la metropoli - corrotta - del termalismo romano. Però....
Si può concludere ricordando con Sir George Beazle che "in Occidente i popoli con cui i Greci vennero a contatto si trovavano ad un livello di sviluppo inferiore al loro stesso, mentre in Oriente, per lungo tempo e sotto molti aspetti, la posizione era rovesciata" Gli Etruschi, comunque, i loro interlocutori, erano il popolo più progredito della penisola italica, pronti a recepire il messaggio ellenico. Così, "fra il 770 ed il 700 a. C., gli Eubei di Pithekoussai crearono un vincolo indissolubile fra le vecchie civiltà orientali e le più giovani culture dell'Occidente". Il valore e il significato di Pithekoussai sta tutto in queste affermazioni di David Ridgway.
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1) In questa isola i Proci tesero un agguato a Telemaco, che ritornava ad Itaca. Oltre che bravi marinai, gli Eubei erano anche profondi conoscitori di Oòero.
2) Dallo scarico dell'acropoli e dal complesso industriale suburbano di Mezzavia, su numerosi crateri locali appare un caratteristico emblema di Pithekoussai con chiari riferimenti a quella storia (cavallo, rigidamente statuario) e simboli ariani.
3) Tanto da combattere la guerra poi scoppiata dopo qualche tempo fra Calcide ed Eretria, secondo i rituali cavallereschi dei poemi omerici (Guerra Lelantina).
4) Un analogo fenomeno - mancanza di uccelli in volo - era stato notato in una zona termale yemenita dell'antico Regno Sabeo, ricca di sorgenti solfuree. Le sorgenti solfuree flegree furono, in questo caso, chiamate in causa a partire da Plinio il Vecchio.
5) A Pithekoussai l'attualee massiccio promontorio di Monte Vico, un terrazzamento pianeggiante, dominante da circa 200 metri di quota il mare che lo circonda da tre lati, con i due approdi descritti, era una acropoli perfetta, offerta dalla natura. Le pareti rocciose del promontorio scendono a picco sul mare; unica via di accesso: un ripido sentiero sul lato sud, verso la necropoli di San Montano.
6) La più poetica ipotesi etimologica fondata sul mitico soggiorno ischitano di Enea, prima di approdare sulle coste laziali, risulta priva di fondamento anche in relazione alla data della prima diffusione letteraria del mito in questione.
7) Particolare diffusione ebbero dei giocattoli per bambini raffiguranti un carretto tirato da un asinello. D. Ridgway ne ha trovati in una vasta area europea fino al Danubio.
Bibliografia
1) Buchner G. - Scavi nella necropoli di Pithekoussai. Atti e memorie Soc. Magna Grecia, 3, II, 1954.
2) Idem - Pithekoussai, oldest Greek colony in the west. Expedition. The Bull. of the Univ. Museum of the Univ. of Pennsylvania, vol. VIII, n. 4, 1966.
3) Idem - Nuovi aspetti e problemi posti dagli scavi di Pithecusa. Estratto da Contribution à l'étude de la société et de la colonisation Eubeennes. Centre Jean Bérard, Napoli, 1967.
4) Idem - Pithecusa, in Campi Flegrei, G. Macchiaroli ed., Napoli, 1987.
5) Buchner G. - Russo C. F. - La coppa di Nestore ed una iscrizione metrica da Pithecusa dell'VIII s. a. C. - Rend. Accademia Nazionale dei Lincei, 1950, vol. X, pp. 215/234.
6) Buchner G., Niola D. - L'isola d'Ischia. Studio geografico. - Memorie di geografia economica e antropica, n. 5, vol. III, 155, Napoli 1965.
7) Buzzi G. - Guida alla civiltà etrusca - A. Mondadori ed., Milano, 1984.
8) Monti P. - Ischia, archeologia e storia. F.lli Porzio ed., Napoli, 1980.
9) Ridgway D. - L'alba della Magna Grecia - Longanesi ed., Milano, 1984 (I edizione)
Massimo Mancioli