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Pastrengo
Una pagina di gloria per l'Arma dei Carabinieri

Pastrengo: cittadina in provincia di Verona. Teatro di importanti avvenimenti durante la prima guerra di indipendenza. Il 30 aprile 1848 fu conquistata dai piemontesi di Carlo Alberto, con una delle migliori e più fortunate operazioni di quella guerra.
Dopo una lunga indecisione, caratteristica della sua complessa personalità, nell'aprile del 1848 Carlo Alberto decise di inserire finalmente il suo esercito nel quadro di quel movimento patriottico che aveva infiammato l'Italia tutta e chiedeva, con voce sempre più insistente, la cacciata degli Austriaci dalla Penisola.
L'avanzata dell'armata sarda si attuava in un momento durante il quale l'imperial esercito asburgico era già fortemente provato, sia per la rivolta popolare di Milano, che per lo scoppio democratico internazionale dichiaratamente avverso all'Austria ed a tutte le forze e potenze reazionarie. A questo punto un'energica azione militare, affrontando le stanche e e disorientate forze del Radetzky, avrebbe potuto vincerle in una decisiva battaglia prima che potessero risollevarsi e ricevere rinforzi. La mancanza di un capo audace e deciso ed il comportamento di Carlo Alberto, sempre più "Re tentenna", fecero però condurre all'esercito sardo un'avanzata timida e lenta. Ciò non impedì tuttavia alle truppe di conservare un ottimo morale ed una salda volontà di vittoria. Infatti, allorquando a Pastrengo vi fu il primo vero scontro di una certa portata, i Piemontesi non solo vinsero, travolgendo letteralmente i nemici, ma diedero anche un'immagine di alto valore, notevole coraggio ed efficiente capacità militare.
La battaglia destinata a lasciare un così profondo solco nella nostra storia, ebbe il suo svolgimento vicino alla collina "Le Bionde", nei pressi di Pastrengo, ove il II Corpo d'Armata piemontese, che avanzava verso il Veneto agli ordini del generale De Sonnaz, venne improvvisamente a trovarsi di fronte la divisione austriaca al comando del Vocher, portatosi in quei luoghi per ordine del maresciallo Radeztky.
Si era giunti a ciò, in quanto il comandante supremo austriaco, impensierito dalla costante avanzata piemontese, aveva inviato quattro battaglioni ad occupare la posizione avanzata di Pastrengo. Con tale spostamento di uomini il Maresciallo sperava di salvare la linea dell'Adige e continuare a mantenere i  contatti con la città di Peschiera. Capito che in quel punto quasi sicuramente vi sarebbero stati degli scontri, appena possibile, inviò altre truppe nel vicino centro di Bussolengo, di modo che sulla testa di ponte Bussolengo-Pastrengo si trovassero raggruppati ben dieci battaglioni, sei squadroni di cavalleria e ventun cannoni con gli addetti ai pezzi.
Il giorno della battaglia iniziò con dei reparti del II Corpo d'Armata piemontese che avanzavano contro lo schieramento austriaco con l'intento di rimuoverlo dalle sue posizioni. Cominciato lo scontro, l'esercito sardo incontrò notevoli difficoltà a causa delle difficili condizioni ambientali, tanto che nelle prime ore del pomeriggio la situazione era ancora incerta e non appariva chiaro se le truppe di Carlo Alberto sarebbero riuscite a superare lo sbarramento avversario. Verso le ore 14 il sovrano, che sino ad allora aveva seguito lo svolgimento degli avvenimenti da un casolare, improvvisamente fece la sua apparizione sul campo di battaglia, tra gli ufficiali del seguito e con tre squadroni di Carabinieri di scorta. Alcuni cavalieri, raggiunta la linea dei combattimenti, furono però fatti retrocedere disordinatamente da un nutrito fuoco di fucileria. Il loro comandante allora, il maggiore Alessandro Negri di Sanfront, sia perché temeva per la vita del re, sia per ristabilire l'ordine di questi uomini che avevano indietreggiato sotto gli occhi del proprio sovrano, ordinò una carica che immediatamente eseguita con coraggio ed entusiasmo dai tre squadroni, portò allo sfondamento della linea nemica. Approfittando dell'inaspettato momento favorevole, pure le altre truppe piemontesi si riversarono in avanti, completando così l'opera dei Carabinieri e costringendo gli Austriaci ad abbandonare le loro posizioni.
Allo sfondamento del fronte Radetsky reagì con un'azione ad ampio respiro mirante a colpire l'intero centro dell'esercito sardo. L'attacco non ebbe però il risultato auspicato e venne fermato su tutto il fronte. Questa azione, anche non riuscendo nell'intento, servì tuttavia ugualmente a bloccare i Piemontesi, in quanto sia Carlo Alberto che lo Stato Maggiore, timorosi di procedere in una situazione di latente pericolo, decisero di sospendere l'avanzata.
Al termine della giornata era chiaro che, sia i Carabinieri che l'intero esercito sardo, avevano ampiamente dimostrato di essere all'altezza del compito intrapreso e di possedere quelle virtù militari necessarie per poter sfidare in campo aperto quello che al momento indubbiamente era l'esercito più potente d'Europa. L'Alto Comando invece, con il suo incerto comportamento, apriva le porte all'annullamento di questo valore ed ardimento, ponendo l'armata piemontese su quella strada che non poteva che condurre alla disastrosa disfatta di Custoza.
Vincenzo Cuomo